Un fotografo italiano a Tokyo. Episodio 6: la corazzata Potëmkin

Finalmente. Ce l’abbiamo fatta. È iniziata davvero.

Prima sorpresa: durante la manifestazione non possiamo abbandonare la postazione, e comunque la toilette è dalla parte opposta dell’edificio, di fronte alla piattaforma dei tuffi. Quindi, organizzarsi per espletare i bisogni prima delle gare.


È dai particolari che si riconosce la mia postazione

Prima conferma: l’arrapamento del primo giorno, il peggiore. È sempre così: colleghi che chiedono alla photo manager cose impossibili, tutti sono tesissimi. Se si verifica qualche fuori programma, lo staff si lancerà in massa nella vasca principale come lemming durante la spring frenzy.

Quindi, acqua in bocca (poca, è diuretica) e pedalare. La tribuna fotografi è capiente, con prese elettriche e LAN, purtroppo tutte femmine (so che non sta bene dirlo, ma non ho ancora scoperto l’alternativa… Prendenti? Sì, forse “prese prendenti”), quindi per spedire le foto ci affidiamo al Wi-Fi. Velocità record: 256Kbps! Da un momento all’altro mi aspetto di sentire il tintinnio del modem.

Poi, per non fare torto a nessuno, la rete sparisce completamente. E siamo in Giappone. Lo dico per l’ultima volta: il Wi-Fi è come la corazzata Potëmkin: una cagata pazzesca.

Corro a prendere il mio treno per Yuma, che mi porterà in hotel per le 00.21, e con l’occasione apro il capitolo trasporti olimpici.

A Pechino ero alloggiato nell’hotel che ospitava i dirigenti FINA, ma siccome facevo parte dei media non potevo utilizzare l’autobus riservato alla FINA. Quindi prendevo il taxi: non era un problema, perché costava come un risciò e con tre euro si andava ovunque.

A Londra c’era un treno, che ti scaricava davanti a uno shopping center: lo attraversavi, approfittavi per agguantare qualcosa da mangiare per la giornata ed eri in piscina.

Nella tanto vituperata Rio de Janeiro la stazione di scambio era di fianco al media center, con una rete di navette che portavano a tutti gli impianti sportivi. Quasi perfetto, non fosse per il mio collega cinese che giocava a Candy crush a tutto volume e per la proverbiale espansività carioca che induceva il conducente a raccogliere viados e ogni altra tipologia umana notturna scaricandomi in hotel a orari molto improbabili.

Qui a Tokyo l’hub dei trasporti è in uno spiazzo davanti alla baia di Tokyo dove ci sono solo autobus: si arriva dopo un interminabile gimcana fra gli hotel della capitale e qui ci si imbarca o sulla navetta che va al Main press center (MPC) o su quella diretta alla piscina. Non esistono collegamenti diretti fra MPC e strutture sportive. Quindi, se si ha necessità di recarsi al media center per un biglietto o qualsiasi altro bisogno si perde mezza giornata. Ora sono in attesa in mezzo a un piazzale deserto dell’autobus che mi riporterà in hotel. Che partirà fra mezz’ora.


Sedie? Coperture? Giammai

Nel frattempo rifletto sulla condizione misera di alcuni colleghi che domattina dovranno recarsi al MPC a ritirare i biglietti. Perché questa cosa non è nota a molti: essendo il nuoto uno sport molto seguito, oltre ad essersi accreditati, a indossare il giubbottino con la scritta PRESS, a farsi raccomandare da amici potenti all’interno dell’organizzazione, a vantare una parentela con l’imperatore, per assistere alle finali serve il biglietto. Questi poveretti domattina si sveglieranno per vedere sorgere l’alba sulla baia, prenderanno un autobus fino al MPC, imploreranno in ginocchio (chi ha il potere di distribuire i biglietti generalmente lo fa pesare), torneranno in questa stazione di scambio sperando di avere la botta di culo di intercettare la coincidenza con l’Aquatic Centre, dove una volta arrivati dovranno dimostrare di essersi prenotati per quella sessione di gare tramite una app, che per ogni prenotazione ti spedisce un’email con oggetto e intestazione ogni volta identici. Quindi, se hai richiesto l’accredito a cinquanta eventi, ti trovi nello smartphone cinquanta email quasi completamente uguali e per capire qual è quella che devi esibire perdi altri venti minuti.

In sintesi, il responsabile dei trasporti olimpici o è completamente scemo o è profondamente infelice, perché non può non rendersi conto di avere combinato un disastro.

Volendo essere costruttivi, questa esperienza mi sta insegnando a non lamentarmi mai più quando mi troverò in una manifestazione male organizzata.

 

E SE VI INTERESSA LA FOTOGRAFIA… LE FOTO DI GREG, CON GIORGIO SCALA E GREGORIO PALTRINIERI

 

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