A proposito di formazione

Lo sport è un grande strumento di formazione. Ma forma cosa? Dove ci chiediamo cosa vogliamo formare? quando. Con quali mezzi, con quali parole, con quali tempi, con quali esempi, con quali premi, con quali regole, con quale associazione, con quali evidenze? C’è un posto oggi in cui qualcuno definisce che uomo vuole essere? Sì, perché chiedere ad altri di essere qualcosa significherebbe desiderare di essere qualcosa noi. Chi di noi si permette questa riflessione nella sua organizzazione? Chi la pianifica, la propone, la immagina? Possiamo credere che sia sufficiente a formare uomini l’organizzare una pratica fisica che si limita ad occupare del tempo? Siamo dei pazzi.

Il fascismo sapeva esattamente che uomo voleva, il cittadino soldato, un uomo allenato fisicamente pronto ad obbedire ciecamente al duce. Lo sport italiano si è organizzato su quest’impronta. Oggi il modello quale sarebbe? Un uomo bellissimo o una donna super attraente che vincono le gare senza sforzo staccando tutti, guadagnando bene e divertendosi. Non riesco a decidermi su cosa sia più stupido.

Se vogliamo un certo tipo di uomo è necessario che in qualche modo quel tipo di uomo sia visibile, non basta certo proporlo. E non basta che quel tipo di uomo sia visibile, occorre che sia ammirato, riconosciuto, valutato. Se vogliamo un uomo serio, per esempio, che fa le cose come devono essere fatte, occorre un ambiente serio, che tiene alle cose, che dice quando sono fatte bene e come sono le cose fatte bene. Questo non vuol dire che chi non le fa bene non ci deve stare, vuol dire che lì le può veder fatte bene e che la proposta di farle bene è anche per lui, e lo è all’infinito, senza una conclusione realizzativa definita. Perché se fosse definito un tempo questo lo escluderebbe dalla possibilità di diventare così, e cadrebbe il nostro scopo di essere formativi. Il soggetto che può rappresentare quest’uomo che noi cerchiamo è solo la società degli uomini in cui si vive, non c’è un altro soggetto. Ci vuole qualcuno di interessante, concreto e personale che mi rifletta quello che anch’io potrei essere e deve essere tra i miei soci.

Se vogliamo un uomo accogliente dobbiamo creare un ambiente accogliente, un posto dove ci si saluta, dove si parla a tutti, dove tutti sono considerati e trattati, e tecnicamente seguiti ciascuno secondo i diversi obiettivi agonistici. Più attenzione tecnica a chi ha obiettivi più difficili, ma perché come a scuola chi fa l’università deve studiare di più di chi fa le medie. Ma chi ha obiettivi difficili li raggiunge per essere esempio che quegli obiettivi si possono raggiungere e non per farla in testa agli altri. Quindi ci vuole un ambiente senza matricole, nonnismi, privilegi di casta, corsie privilegiate (ordinate per tempi di lavoro o per stile però sì). Magari un ambiente dove i grandi si occupano dei piccoli e il capitano è quello che aiuta l’allenatore a mettere le bandierine o le tavole a posto… E ci vogliono uomini che lo facciano con facilità e spontaneità.

Se vogliamo un uomo umile invece, dato che l’umiltà non si può autoimporre ma può venire solo dalle umiliazioni, occorre preparare un posto dove l’umiliazione è accettata, naturale, perfino attesa. Un posto che non la nasconde e non la disprezza, un posto dove il fallimento e la frustrazione inevitabili nell’esperienza umana e addirittura procacciate in un ambiente come quello sportivo che punta all’ambizione e all’eccellenza, fanno parte dell’esperienza ma non sono la sua amara conclusione. Un posto capace di aspettare l’elaborazione di ogni sconfitta, un posto capace di dare tempo e consentire la sua trasformazione in una percezione di sé più reale, umana e disposta a condividere e comprendere le questioni di tutti gli altri.

Se vogliamo uomini e donne responsabili bisogna cedere responsabilità ai nuovi uomini e alle nuove donne. Ci vuole un ambiente in cui sia scavalcata la relazione becera da utente che domina oggi in tutte le cosiddette agenzie formative, per rifondare sodalizi di soggetti che condividono obiettivi e mezzi. Responsabili poi vuol anche dire che si risponde di quello che si fa, quindi bisogna interrogare i giovani, pressarli, non lasciarli mai in pace perché si decidano a regalare le loro capacità e a non chiuderle nel proprio universo intimo.

Se vogliamo uomini capaci occorre coinvolgerli, metterli al corrente delle cose, non aver paura di spiegare tutto, anche le realtà più complesse e contraddittorie o difficili da accettare e occorre metterli alla prova secondo le proprie possibilità, alzando continuamente l’asticella.Punto di riferimento sacro per noi deve essere il realismo, le cose come sono e non come dovrebbero essere. Non si è mai capaci da soli, per essere capaci occorre che qualcuno ci creda capaci e continui a investire su di noi, anche quando rispondiamo male all’investimento (anzi soprattutto quando rispondiamo male all’investimento). Quando siamo trattati diversamente (da incapaci) improvvisamente non sappiamo più fare quello che prima ci riusciva facilmente. Si è capaci solo nella relazione, che è sempre la base dello stare bene. Meraviglioso quando l’investimento è reciproco.

Il successo, quello che tutti consideriamo successo, perché è proprio quello che volevamo, rende tutto facile. Si diventa obbedienti, simpatici, perfino belli. Gli allenatori appaiono come competenti e insostituibili, la società è una famiglia, piena di persone come si deve. Ci si scopre altruisti e competenti e ci spiace persino che qualcuno parli male degli altri. Nella sconfitta, invece, quando non c’è quello che volevamo, quando bisogna giocarsela ma si vede che non si riesce, quando l’idea della prospettiva si allontana, allora il mondo si rivela opposto. L’allenatore di prima diventa un insicuro che non ne sa abbastanza, i compagni di cui ci vantavamo, una ciurma di incapaci, pigri che fanno quello che gli pare, la società una cricca di incompetenti, faciloni che non sanno programmare e fanno scelte scellerate. La verità? Per stare in piedi e non perdere tutto occorre esercitarsi nella vittoria ai momenti della sconfitta e cercare nella sconfitta la memoria del vittoria. E poi bisogna decidere con chi stare: non ripudiare il giudizio buono e le parole spese, anche se non era giusto del tutto, perché invece è sicuro che il giudizio nuovo è sbagliato. Affinare il proprio senso di realtà e conservare l’affetto. È questo il momento dell’onore e della fedeltà, il solo momento che può renderci diversi.

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