A tu per tu con la Dott.ssa Monica Vallarin

Conosco Monica ed apprezzo il suo lavoro da diversi anni, abbiamo voluto coinvolgerla da subito nel progetto nuoto•com perché riteniamo che il suo contributo possa essere un importante valore aggiunto che ben si inserisce all’interno della nostra visione. La sua lunga esperienza professionale potrà contribuire ad offrire originali spunti di riflessioni utili a tutti gli attori del nostro sport, protagonisti e co-protagonisti.

Insieme a questa intervista è on line il primo contributo della sua rubrica “SWIM WIN” intitolato “Quattro minacce  Allenatore – Psicologo dello Sport”

 

(CG) Anni addietro la psicologia applicata allo sport era uno strumento occasionale ritenuto utile per la gestione del momento gara e poco più, in cui lo psicologo dello sport veniva chiamato in causa per risolvere urgenze o problemi dell’atleta e molte volte solo quando tutte le altre strade erano già state percorse. Oggi la figura dello psicologo dello sport è parte integrante della formazione e della performance agonistica e ricopre diversi ruoli in sinergia con i diversi attori del mondo sportivo. È così? Com’è cambiata negli anni la vostra professione?

(MV). Il contributo che la psicologia dello sport può dare in ambito agonistico è sempre più apprezzato e i suoi versanti di applicabilità sono maggiormente riconosciuti; nonostante ciò è ancora molto, forse troppo, ricorrente il reclutamento dello psicologo dello sport in momenti già dichiaratamente critici. È ancora piuttosto inconsueto rivolgersi allo psicologo dello sport per potenziare il benessere psicologico dell’atleta, il clima della squadra e favorire la gestione di successi e insuccessi. 

Più raro, almeno qui in Italia, è vedere lo psicologo dello sport come parte integrata e integrante dello staff, a differenza di figure quali preparatori atletici, nutrizionisti, osteopati e fisioterapisti. L’attenzione al corpo prevale ancora in modo schiacciante.

Di fatto la sinergia con i diversi attori del mondo sportivo, almeno dal mio punto di vista, è ancora un obiettivo da raggiungere: lavorare in team, ascoltare e considerare in modo rispettoso le competenze specifiche di ognuno, orientandole verso un traguardo “condiviso” e ben collocato nel tempo non è certo un automatismo, ma un processo “sensibile” da costruire con impegno e fiducia reciproca.

La sinergia tra i vari attori è molto spesso una conseguenza più che una condizione di partenza e si sviluppa, similmente alla fiducia, in modo progressivo, attraverso buone prassi comunicativo-relazionali e una buona dose di affidabilità professionale e disponibilità alla messa in gioco personale.

Talvolta accade che l’allenatore consigli un percorso di psicologia dello sport al proprio atleta quando, come dicevi nella domanda, tutte le strade sono già state percorse; meno frequente invece che l’allenatore stesso colga l’occasione per lavorare parallelamente su di se, a fianco dell’atleta.

Questo è ciò che intendo con “disponibilità alla messa in gioco personale”: gli allenatori sono attori imprescindibili nel lavoro interdisciplinare per il benessere e la performance dell’atleta. Un lavoro congiunto e sinergico, armonico e co- costruito, può dar vita a quel progetto pluriennale di cui parli nella domanda.

Gli allenatori sono gli esperti assoluti del bordo vasca e hanno la possibilità di osservare, giorno dopo giorno, la complessità della squadra e dei singoli atleti, di interagire con le loro personalità uniche e imprescindibili. Sono spesso gli allenatori ad avere la percezione tangibile dell’insorgenza di qualche problema e fanno quotidianamente esperienza del clima “emotivo” che regna all’interno della squadra e caratterizza ogni singolo atleta nelle varie situazioni.

Insieme ai genitori, ma in modo differente, gli allenatori sono coloro che hanno i maggiori punti di contatto con la variabilità psicofisica e motivazionale degli atleti, ma sono al contempo sotto pressione per l’andamento dei risultati, per le relazioni con la dirigenza, per i rapporti con i genitori e le pianificazione degli obiettivi stagionali con gli atleti.

In questo scenario la psicologo dello sport può supportare l’allenatore nella gestione emotiva e nella pianificazione degli obiettivi, nel reclutamento delle strategie più “funzionali” per raggiungerli, ma anche nell’utilizzo di una comunicazione efficace e mirata con le diverse figure in campo, nel monitoraggio degli indicatori attitudinali dei singoli atleti e nella promozione di prassi relazionali e comunicative che possano favorire non solo il risultato, ma anche il clima sociale dell’intera squadra.

In base alla mia esperienza professionale fino ad ora, direi che che il progetto “pluriennale” che più frequentemente ho il privilegio di supportare è quello dei singoli atleti, che con l’aiuto delle proprie famiglie e talvolta delle società, scelgono di intraprendere un percorso di psicologia sportiva. 

Hai praticato lo sport agonistico di alto livello (Olimpiadi di Mosca ’80), come e quanto ritieni sia cambiato rispetto ad oggi?

Credo che una disciplina come il nuoto continui a richiedere, un tempo come ora, una grande disponibilità all’impegno e una notevole frequenza in termini di allenamento: i nuotatori hanno bisogno di dialogare con le proprie sensazioni in acqua e “sentirsi” a livello propriocettivo ed energetico, in un flusso che necessita di continuità.

Quello che mi sembra di cogliere dai racconti degli atleti è una grande evoluzione della metodologia degli allenamenti, così come della competenza con la quale gli atleti stessi riconoscono e descrivono i vari tipi di lavoro in acqua e la loro utilità.

Ciò che intendo dire è che mi sembra cresciuta la consapevolezza che nuotatori e nuotatrici dimostrano in riferimento alla programmazione stagionale e quotidiana e questo è indubbiamente un segno di maggior dialogo con i propri allenatori e allenatrici.

Noto però una preoccupante precocizzazione di alcune criticità di carattere bio-psichico: gli atleti infatti si confrontano, prima di un tempo, con carichi di lavoro intensivi e con aspettative di risultato stringenti e spesso poco flessibili; i livelli di ansia risultano quindi molto rilevanti e talvolta poco gestibili ed interferenti con i vari ambiti di vita dell’atleta, che finisce spesso per “generalizzare” l’allarme in modo emozionalmente poco controllabile. 

Da qualche anno mi trovo a lavorare con nuotatori e nuotatrici che giungono alla consultazione psicologica a 12-13 anni di età, con tematiche e problemi che solo qualche tempo prima, erano tipiche dei quindici-sedicenni. L’impressione a tale proposito è che l’ambiente sia da un lato molto richiedente, ma forse non sempre pronto a progetti di più ampio respiro, che accompagnino l’atleta promuovendo la sua crescita agonistica in modo calibrato, permettendogli di consolidare le proprie personali strategie per la gestione dei vari compiti e di strutturare un’alleanza di lavoro con l’allenatore capace di resistere alla fisiologica variabilità del risultato.

È bene ricordare che il nuoto, come altre discipline ad esordio precoce, risulta più a rischio da questo punto di vista poiché in adolescenza non possiamo contare su un livello di autostima stabile né tantomeno su un’immagine di sé sempre positiva. Dietro ogni atleta adolescente c’è sempre una persona in crescita e l’agonismo risulta un ambito di auto-realizzazione molto rilevante, ma al tempo stesso molto esposto al “giudizio” degli altri. Questa consapevolezza rende più comprensibile la complessità delle relazioni  che intercorrono tra atleti e allenatori , talvolta “intrappolati” in una visione pericolosamente polarizzata sul risultato agonistico . 

La Dott.ssa Monica Vallarin  – Alla vigilia delle Olimpiadi di Mosca ’80

Qual è il compito dello psicologo dello sport? Ci sono dei confini da non superare?

In questo scenario, la funzione dello psicologo dello sport e la nostra responsabilità professionale è quella di renderci innanzitutto “utili”, di promuovere l’apprendimento dall’esperienza favorendo l’utilizzo di nuovi punti di vista capaci di  attribuire nuovi significati agli eventi (anche quelli negativi), di offrire contenimento emotivo e ascolto autentico e lavorare sempre per promuovere una sana alleanza tra atleta e allenatore. In più facilita il reclutamento di strategie “funzionali” per affrontare non solo gli eventi, ma la loro differente portata emozionale, aiutando atleti e allenatori a mantenere integra e utilizzabile la propria capacità di osservare e osservarsi in modo attento e fiducioso, anche durante i cali di rendimento e i momenti di carico.

Senza un’autentica alleanza di lavoro non potrà esserci nessuna collaborazione produttiva tra lo psicologo dello sport e i vari attori del mondo agonistico, che rischieranno di sentirsi prevaricati  o considerati meri “esecutori” di procedure predefinite.  Questo è proprio ciò che non deve succedere e che può compromettere permanentemente  la collaborazione e l’immagine dello psicologo dello sport. 

Ciò che gli psicologi dello sport possono fare è ascoltare senza pregiudizio, favorendo l’analisi situazionale senza pre-definire, promuovendo l’approccio alla complessità senza semplificare, potenziando gli apprendimenti e l’autonomia di ognuno, senza dare dipendenza, allineandosi alle  percezioni “soggettive” delle singole figure senza mai forzarle in una cornice debolmente condivisa o peggio ancora, eccessivamente ideologica. 

Esiste una “strategia vincente” per l’integrazione e l’applicabilità della psicologia dello sport in un progetto di formazione agonistica pluriennale? Quali sono state le difficoltà e gli ostacoli che hai riscontrato nel farlo?

L’umiltà professionale che credo mi caratterizzi e la complessità dello scenario agonistico, mi suggeriscono di evitare di parlare di “strategie vincenti”: se le avessi chiare non esiterei a condividerle! Preferirei invece pronunciarmi su ciò che in questi anni mi è parso più “funzionale” ai fini di un progetto di formazione agonistica.

Ritengo infatti molto utile un’attenta analisi della situazione di partenza: raccogliere, attraverso il dialogo “orientato”, le percezioni di alcuni attori particolari del sistema (di solito coloro che sono coinvolti nel problema  e che condividono eventuali obiettivi). Tramite una metodologia specifica si comincia infatti a tessere una sorta di “mappatura” e “piano d’azione” individuale e/o collettivo, per la risoluzione del problema e il raggiungimento del risultato ma i precursori di questo genere di lavoro sono innanzitutto la creazione di una relazione “sintonizzata” e di una buona dose di fiducia reciproca, rispettosa dei ruoli dei singoli attori e delle competenze specifiche. 

Le principali difficoltà riguardano spesso il mancato reclutamento di figure determinanti per il cambiamento a causa di resistenze interne al sistema o talvolta per convinzioni e pregiudizi negativi nei confronti del lavoro psicologico. Una cosa però è certa: senza una sana alleanza con gli allenatori non si può pensare ad un intervento positivo di formazione agonistica. 

Diverso è invece il lavoro one-to -one con gli atleti, che spesso decidono di investire su un percorso di psicologia dello sport ad ampio respiro e che negli anni potrà diventare un vero e proprio programma pluriennale. L’atleta infatti, consapevole delle proprie strategie funzionali nel gestire la complessità dei compiti dentro e fuori l’acqua, ritorna talvolta in studio per “fare il punto” su aspetti contingenti. Avvalendosi del proprio background di coaching sportivo, riesce ad ottimizzare la propria dimensione agonistica e talvolta anche quella esistenziale e questo è indubbiamente un valore aggiunto, anche nei confronti della performance.  

Come riesce un professionista esterno al club a conquistare la fiducia di allenatori ed atleti?

La fiducia va creata in modo interpersonale e spesso le competenze tecniche non sono sufficienti: il nostro lavoro di psicologi sportivi si nutre di relazionalità, coerenza, affidabilità oltre che di competenze pregiate. Personalmente penso che per fare “grandi distanze” possano essere fatti anche “piccoli passi”, più sostenibili da tutti punti di vista: un’esperienza di qualità è qualcosa di “convincente”, chiediamolo agli atleti!

Ritengo quindi che possano esserci  molti modi per “rompere il ghiaccio” e sperimentare il contributo che la psicologia dello sport può dare all’interno di un’attività di alto livello e non solo. 

Alcuni esempi pratici potrebbero essere degli incontri interattivo-divulgativi “a tema”, sulla base degli interessi dei destinatari, oppure alcuni “laboratori “ per cominciare a lavorare sul potenziamento di alcuni processi importanti a bordo vasca, potendone poi verificare gli effetti concreti. Altre possibilità possono essere individuate in momenti “condivisi” con la squadra dove sperimentare ad esempio alcune tecniche di rilassamento per la gestione dell’energia e la regolazione delle emozioni in gara: parlo quindi di momenti mirati con un “focus” prevalentemente esperienziale, capaci di favorire un’esperienza stimolante e soprattutto spendibile. Questo è generalmente molto convincente!

Cosa ti proponi con la tua rubrica “SWIM WIN”, quali temi affronterai e perchè hai scelto questo titolo?

La rubrica SWIM WIN vorrei favorisse la riflessione sulla dimensione agonistica a 360°: attraverso una serie di contributi che ho scritto negli ultimi anni all’interno di un’ottica bio-psico-sociale (dove quindi l’agonismo viene considerato dentro un progetto psico-biologico ed esistenziale più ampio), cercherò di toccare gli aspetti più ricorrenti, quali per esempio la motivazione, la gestione emozionale nelle varie fasi di allenamenti e gare, la relazione con gli avversari,  la gestione di vantaggio e svantaggio in gara, il rapporto atleta-allenatore, la regolazione nervosa nel pre-gara e il suo significato, la gestione dei processi interiori ed interpersonali per il raggiungimento del risultati, ma anche il post- agonismo e la capitalizzazione dell’esperienza.

Il titolo è una proposta non solo legata al contributo che mi piacerebbe dare per favorire il raggiungimento del risultato, ma anche per assumere un’ottica “vincente” sulla gestione delle criticità e sulla risoluzione dei problemi che spesso lo ostacolano.

Ci spieghi il concetto “Win Win”?

“Win-Win”corrisponde al paradigma “vincere-vincere” contrapposto a quello “vincere-perdere”: se lavoro e mi muovo in quest’ottica avrò la possibilità di attivare un numero maggiore di “opzioni di riuscita”, potrò imparare dai miei errori e migliorare ciò che non sono riuscito a far funzionare traendone apprendimento.

“Se  non vinco, imparo” è lo slogan che contiene tutto il potenziale di un’apertura all’esperienza che atleti e allenatori possono rivitalizzare e mettere al servizio di nuove ed inesplorate modalità di riuscita. Win-win apre opportunità, vincere-perdere le riduce drasticamente e questa cornice fa una grande differenza per quanto riguarda l’impatto emozionale. Quando gli atleti vanno in gara con un assetto cognitivo-emotivo “win-win”, riescono a mettersi in gioco con fiducia e flessibilità, sperimentando nuove strategie e nuovi modi per gestire le sfide con se stessi e con gli altri. 

Se mi sono appassionata alla psicologia dello sport, lo devo anche alla mia difficile e dolorosa interruzione agonistica. L’ho capito alcuni anni dopo che quella difficile transizione aveva qualcosa in serbo per me ed è stato quello il momento in cui ho scelto di rimettermi in gioco anche “fuori dall’acqua”, con un ritmo forse più da mezzofondista che da velocista, ma con un crescente senso di gratitudine nei confronti del mio passato natatorio. Senza il passaggio ad un’ottica aperta alle opportunità, “win-win” appunto, non so davvero come sarebbe andata.

E’ disponibile il primo contributo della dott.ssa Vallarin intitolato ”

 

Dott.ssa Monica Vallarin 

Psicologa dello Sport e della Performance, coach strategica e Insegnante di yoga (iscr.n.01\2426 Albo Psicologi del Piemonte).

Ex atleta azzurra di nuoto, insegnante di Yoga e tecnico di rieducazione equestre (ANIRE), ha fatto parte della Nazionale Italiana di Nuoto dal 1977 al 1982, è stata più volte primatista Italiana di nuoto e ha preso parte a Campionati Europei e alle Olimpiadi di Mosca ’80.

Dal 1999 ha collaborato attivamente con la FEDERAZIONE ITALIANA NUOTO in qualità di Docente Regionale Settore Istruzione Tecnica (area psicopedagogica) e ha insegnato materie psicologiche ai corsi di formazione per insegnanti di Yoga  presso l’ISYCO di Torino.

Nel 2003 ha approfondito il proprio percorso di Psicologa Sportiva conseguendo il titolo di operatore S.F.E.R.A. focus presso il Centro di Psicologia dello Sport della Facoltà di Scienze Motorie di Torino e nel 2009 ha preso parte al corso di formazione in “Sport, life and business coaching” organizzato dall’Unità operativa di Psicologia dello Sport del SUISM di Torino, teso al conseguimento del titolo di “SFERA certified coach”. Nel 2013 ha conseguito la certificazione in “Problem Solving e Coaching Strategico” con il modello di Giorgio Nardone nell’ambito del Master in Comunicazione manageriale di Milano, presso il Centro di Terapia Strategica. Nel 2014 ha insegnato al Master in Riabilitazione Equestre, presso la SAA di Torino, sui temi della leadership e del team working e nel 2017 ha condotto la formazione sulla “gestione dell’equipe multidisciplinare” al corso regionale sugli Interventi Assistiti con Animali”(IAA), presso la Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri di Torino.

Dal 2016 è membro del Forum Tematico in Psicologia dello Sport dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte.

È titolare del marchio PUISSANT TRANSIZIONI EMPATICHE, pensato per promuovere e facilitare le transizioni nel ciclo di vita, professionale e sportivo attraverso una metodologia che affianca, alla peculiarità dei riferimenti psicologici, la scrittura autonarrativa e lo yoga, in un’ottica bio-psico-sociale “integrata” finalizzata al benessere psicologico, mentale ed emozionale e alla conseguente espressione del proprio potenziale. Consulente per organizzazioni sportive, atleti ed ex atleti, organizza corsi di formazione e workshop nell’ambito dello sport, della crescita professionale e dello sviluppo personale.

Organizza e conduce percorsi di:

  • Mental Training e tecniche psicologiche di aumento della performance e del benessere psico-emotivo;
  • Career counseling per soggetti in fase di transizione sportiva e professionale;
  • Coaching strategico: motivazione ed efficacia nelle attività sportive, personali e professionali, gestione della comunicazione e della relazione intra ed interpersonale nei contesti sportivi, organizzativi e didattici;
  • Team coaching e problem solving strategico (secondo il modello di Giorgio Nardone)
  • Self-empowerment: potenziamento delle abilità emozionali per l’attivazione delle risorse personali e professionali;
  • Counseling sportivo con atleti adulti, adolescenti, allenatori, staff e genitori;
  • Problem solving e Coaching strategico in ambito sportivo, personale e professionale;
  • Formazione, supervisione, intervisione in ambito sportivo ed organizzativo;
  • Attività clinica di consulenza e sostegno psicologico ad adolescenti e adulti.

 

  • Dott.ssa Monica Vallarin  

 

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