“I had a coach that truly believed in me”

Sua maestà Michael Phelps (foto ©G.Scala/Deepblumedia) ha rilasciato una lunga video intervista al quotidiano economico statunitense The Wall Street Journal nella quale racconta il suo percorso professionale e umano dopo il ritiro dalle scene agonistiche. Centrale nel racconto del Kid il tema della sofferenza psicologica e della salute mentale, con riflessioni toccanti e non banali.

L’intervista è divisa in quattro momenti, dei quali vi riportiamo i passaggi più significativi:

REINVENZIONE

Dipende tutto dalla preparazione. Quando sei preparato hai tutto sotto controllo, sai cosa accadrà e cosa non accadrà. Io ho partecipato a cinque edizioni delle Olimpiadi. Quattro volte ero preparato, una no.
Nella vita reale è la stessa cosa: dipende tutto dall’atteggiamento mentale. Ho cercato di portare nella vita privata lo stesso approccio che tenevo in vasca.
Quando ho iniziato a nuotare volevo cambiare la storia del nuoto e dello sport. Per tutta la mia carriera sono stato abituato a pormi degli obiettivi, e quando ho smesso di nuotare è stata la stessa cosa. Ho iniziato a pensare a come volevo che fosse il mio futuro. Volevo continuare a fare le cose che mi piacevano, ed ho ricevuto un grande supporto dalle persone che mi circondano e dai miei sponsor.

CRESCITA

Una delle persone che mi ha consigliato è Kobe Bryant: mi ha insegnato che sono le passioni quello che conta, ciò che ti rimane nel cuore a fine giornata. Noi abbiamo la fortuna di provenire dallo sport d’élite e di sapere cosa serve per arrivare al top. Questa penso sia la competenza fondamentale che uno sportivo può spendere dopo il ritiro.
Ho cominciato a guadagnare i primi soldi intorno ai quindici anni, con l’arrivo dei primi contratti di sponsorizzazione. Mi sono sempre disinteressato del denaro, non volevo distrarmi dal mio focus che era ovviamente allenarmi e gareggiare. Sono sempre stato grato per il talento che ho ricevuto e per l’etica del lavoro che ho acquisito, sono sempre stato felice di nuotare e l’aspetto economico non è mai stato rilevante. Mi sono sempre preoccupato del lavoro che dovevo svolgere, non di quanto venisse retribuito. Sono questioni che ho sempre demandato ad altre persone.
La persona fondamentale per me è stata coach Bob Bowman. Ho iniziato a lavorare con lui a undici anni, mi ha insegnato fin da bambino a mettere il massimo impegno in ogni cosa e a pianificare ogni minimo dettaglio. Mi ha dato le basi. Non importa quante volte ci siamo scontrati, sono certo che Bob sia l’unica persona al mondo con cui avrei potuto realizzare tutto ciò che ho realizzato.

EVOLUZIONE

Da bambino sono stato diagnosticato ADHD, la mia testa era sempre piena di stimoli, avevo sempre bisogno di fare qualcosa e di correre da una parte all’altra. Era dura, perché io non volevo sentirmi diverso, ma tutti i giorni a scuola dovevo recarmi in infermeria e prendere le mie medicine. Ora tutto questo non mi importa più, ho imparato ad accettarmi per quello che sono e a non curarmi delle opinioni negative che qualcuno può avere su di me. Sono come mi vedete adesso, ma per molti anni ho indossato una specie di maschera, mi ci sono voluti anni per riuscire a guardarmi allo specchio ed essere a mio agio con ciò che vedevo. Imparare a conoscermi, a capire che persona volevo diventare è stata una sfida e un processo che mi ha accompagnato lungo tutta la mia carriera. Mi chiedi se sono ancora preoccupato per la mia salute mentale? Sì, certamente. Ho sofferto di depressione, ho vissuto molte situazioni negative che ora ho assimilato perché hanno contribuito a fare di me quello che sono. Nuotare mi ha aiutato a costruirmi gli strumenti per gestire i miei problemi psicologici – nuotare mi ha salvato la vita. Parlare dei miei problemi non è stato e non è facie, ma mi ha aiutato, mi aiuta e penso possa aiutare altre persone.
È difficile riconoscere la depressione. Inizia con dei malumori, con un disagio generalizzato, segnali che non sei in grado di interpretare e che cerchi di rimuovere pensando che andrà meglio. Non riconosci le tue emozioni. Oggi ho imparato a riconoscere i segnali di disagio e a parlarne con mia moglie, con il mio terapista, con i miei cari. Cerco di arricchire sempre la mia cassetta degli attrezzi, perché so che è una cosa con cui dovrò convivere per tutta la vita.
Il momento peggiore è stato nel 2004. Dopo la seconda Olimpiade mi sono chiuso nella mia stanza per cinque giorni senza voler vedere o parlare con nessuno. Senza voglia di vivere. Non mi piaceva niente della mia vita, ma non sapevo come uscirne, non sapevo a chi chiedere aiuto.
Mi pare che negli ultimi anni la situazione sia cambiata. Il disagio mentale sta perdendo lo stigma che lo circondava, sempre più personaggi pubblici ne parlano. Questo è importante, perché molti pensano che in quanto tale un atleta o un artista non abbia problemi o debolezze. Ma noi siamo esseri umani. Per me è stato fondamentale uscire allo scoperto e parlare delle mie difficoltà. Se rendere pubblica la mia storia può migliorare la vita anche solo di una persona, ne vale certamente la pena.

GENESI

Da piccolo vedevo le mie sorelle nuotare e gareggiare, e farsi largo nelle classifiche regionali e nazionali, e pensavo che nuotare era tutto ciò che desideravo. Volevo partecipare alle Olimpiadi. Volevo vincerle. Volevo essere un primatista del mondo, volevo essere un atleta professionista. Il viaggio è iniziato a undici anni. Meno di quattro anni dopo partecipavo ai miei primi Giochi.
La consapevolezza di potercela fare, di poter essere il migliore al mondo è venuta col tempo, anche se ho sempre pensato di avere qualcosa di speciale, di essere un predestinato. Ci sono state alcune gare particolari, che hanno rappresentato dei punti di svolta, ma quello che ha fatto la differenza è stato avere un allenatore che credeva veramente in me, e da ragazzo trovavo grandissima forza in questa convinzione. Lo ascoltavo, mi fidavo di lui e miglioravo.
Tra gli undici e i dodici anni mi allenavo cinque-sei volte a settimana per un totale di una decina di ore di allenamento, negli anni successivi ho progressivamente inserito i doppi allenamenti – tre volte a settimana, prima di andare a scuola, poi la preparazione atletica. Era un regime di allenamento e di vita che mi rendeva felice. Non vedevo l’ora di andare in piscina e di fare tutto quello che era necessario per cercare di diventare il più grande nuotatore di tutti i tempi. Quello era il mio obiettivo: fare qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima nella storia dello sport.
Molti dicono che concentrarsi ossessivamente sulle vittorie è controproducente, ma io non pensavo alle vittorie. Ero concentrato su me stesso, sul diventare la migliore versione possibile di me stesso. Perché in fondo, quando sali sul blocchetto insieme a sette avversari, non puoi decidere cosa faranno, ma puoi decidere cosa farai tu. Così, se ti sei allenato alla perfezione, puoi essere certo di essere pronto a gareggiare. Ed è questo che insieme a Bob abbiamo fatto lungo il corso della mia carriera: abbiamo curato ogni minimo particolare dell’allenamento, cercando di essere sempre superpreparati.
Questa passione per il nuoto oggi si traduce nel mio impegno per la diffusione della cultura della sicurezza acquatica e della salvaguardia degli ecosistemi marini, che è un modo per contribuire a tutelare l’ambiente, salvare vite e per ricordare a tutti quanto è meraviglioso nuotare.
Oggi non cambierei nulla della mia vita, perché tutto ciò che mi è capitato mi ha reso l’uomo che sono oggi. E che mi piace.

Nel frattempo, Michael e famiglia sono stati simpsonizzati dal cartoonist Rino Russo:

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