“Io, nuotatrice tossica”

È opinione comune che lo sport agonistico sia un importante strumento educativo. Qualcuno dice addirittura l’unico: sport come palestra di vita e contenitore di Valori e Regole con la maiuscola, confrontato a una società sempre più liquida e priva di punti di riferimento. A me questo è sempre sembrato un gigantesco autoreferenziale bias di conferma, per il quale tutte le storie che non si conformano a questa narrativa semplicemente non vengono raccontate. Prendete Casey Legler (nella foto, tratta dal suo profilo Facebook).

Olimpiadi di Atlanta 1996: i meno giovani ricorderanno un’altissima (185cm) nuotatrice francese dalla testa completamente rasata iscritta alla quarta serie dei 50 stile libero: 26.52, un tempo anonimo anche per gli standard dell’epoca che le vale la ventinovesima posizione, lontana dai suoi standard e dalle sue aspettative. Storie di ordinaria controprestazione. Meno ordinaria, almeno per il comune sentire, la sua reazione: “Trascorsi la giornata successiva ad ubriacarmi, a sniffare e a vendere cocaina ai miei compagni di squadra e agli atleti degli altri team” racconta in un’intervista al Guardian. Oggi Casey Legler è una modella dal fascino androgino (ingaggiata da Tom Ford nel reparto “indossatori”, sfila abitualmente con abiti maschili), artista, attivista LGBT, laureata in architettura, sposata con Siri Olsen, un’avvocata specializzata in diritti umani. Una condizione apparentemente invidiabile, raggiunta attraverso un percorso di grande sofferenza nel quale lo sport è stata un’esperienza tutto meno che educativa.

A un’infanzia complicata dagli spostamenti tra USA e Francia e dalla sindrome di Asperger, diagnosticata dopo la conclusione delle scuole elementari, si aggiunge nell’adolescenza la difficile accettazione della propria omosessualità e il conseguente ostracismo delle coetanee (“quando ho fatto coming out con le mie compagne di squadra, si sono alzate e sono andate a mangiare a un altro tavolo”). Come per molti teenager, la reazione consiste nell’abuso di alcool, con lo sport a rappresentare un ulteriore elemento di disagio. “Ho iniziato a nuotare a dodici anni: ero già alta più di un metro e ottanta e magra come un chiodo. La prima volta che mi ha visto l’allenatore si è sfregato le mani. A quattordici anni facevo già la vita dell’atleta professionista, in giro per l’Europa per meeting e collegiali, e ho calcolato che passavo l’equivalente di tre intere giornate a settimana immersa nell’acqua, in un gruppo di venti ragazze agli ordini di un solo allenatore, circondate da adulti che avevano il pieno controllo delle nostre vite: cosa mangiare, quando dormire, quanto allenarsi”.

Controllo che ben presto sfocia in abuso: a tredici anni subisce le prime molestie da un fisioterapista, con modalità analoghe a quelle utilizzate dal famigerato Larry Nassar (l’ex medico della nazionale di ginnastica USA accusato di centinaia di abusi).
“Nel tempo libero eravamo completamente abbandonate a noi stesse” ricorda Langler, che qualche anno dopo viene stuprata da due uomini nel parcheggio di un locale. “Nessuno del team si accorse di niente o mi chiese qualcosa, nonostante la mattina dopo mi fossi presentata in vasca con le gambe piene di lividi”.

Lo stesso atteggiamento in caso di infortunio: “Eravamo continuamente soggette a tendiniti e dolori di ogni tipo. La risposta era sempre la stessa: una puntura di cortisone, ghiaccio e di nuovo in vasca”.
Poi un giorno un medico “mi passò un medicinale senza etichetta. Lo presi, e il giorno dopo nuotai veloce come non ero mai stata in vita mia”.

Maltrattamenti, abusi, droghe, alcool, disturbi alimentari. “E per le mie compagne era la stessa cosa. A quindici anni ero praticamente un’alcolizzata, ma il mio metabolismo di adolescente riusciva a sopportare sia la dipendenza sia gli allenamenti. Fumavo anche marijuana, tanto che per due volte risultai positiva all’antidoping e fui costretta a sottopormi a un percorso riabilitativo”.

In questo quadro di sfascio educativo non poteva mancare il bullismo: “Nella nostra squadra c’era un rito di iniziazione: le matricole dovevano bere cento shot di vodka, le ragazze erano costrette a rasarsi il pube e a mangiare ciliegie appese al pene dei maschi. Noi francesi eravamo celebri per essere quelli che ci davano più dentro, anche ai mondiali e alle Olimpiadi. Era una forma di ribellione giovanile alle regole che ci venivano imposte dagli adulti, che erano i primi a non rispettarle una volta che si chiudevano le porte. Più crescevo più bevevo, più bevevo più diventavo violenta. Ero una persona pericolosa”.

Dopo le Olimpiadi di Atlanta la scelta di smettere con il nuoto e con le droghe. Un anno di riabilitazione, un lavoro cone commessa in un supermercato, poi l’incontro con il mondo della moda e la faticosa ricostruzione della propria vita.
“Per anni non ho parlato della mia vita da atleta, non era il genere di storie che la gente vuole sentirsi raccontare. Poi la mia terapista mi ha convinto che condividere le mie esperienze sarebbe stato di aiuto a me e ad altre ragazze nella stessa situazione”.
Nel 2018 Casey pubblica la sua autobiografia, “Godspeed”, e inizia un’azione di sensibilizzazione contro i rischi di un avviamento precoce allo sport agonistico, nel cui ambito spesso giovani ragazze sono in balia di maschi adulti privi di un’adeguata preparazione. “Bisogna fare attenzione, perché gli adolescenti sono bravissimi a nascondere il proprio disagio. Io facevo parte della squadra nazionale ed ero la prima della mia classe. Ma essere al top non significa necessariamente essere felici”.

Nonostante tutto, Langler rimane ottimista. “Dobbiamo parlare di questi argomenti, dobbiamo prenderci cura dei nostri ragazzi e ragazze per creare un ambiente nel quale possano avere una carriera sportiva lunga e felice”

 

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t.me/nuotopuntocom

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