Difetti accecanti

I genitori, le uniche “vittime” del nuoto giovanile. Ingestibili, invisi ai coach, martoriati dalla spola casa-impianto, sono spesso dannosi per la crescita del ragazzo, il tutto a causa delle loro straripanti emozioni. Ma davvero esistono emozioni sbagliate?

“Potrei sbagliarmi, ma una volta al mare credo di aver visto galleggiare una ciabatta di gomma con una bracciata più elegante. E di certo qualsiasi cosa sia stato quello scomposto tentativo di suicidio, non era un tuffo. Mamma mia che panciata, speriamo riemerga. Okay, è vivo. E guarda lì che gomito largo, proprio non se lo toglie il vizio… Appena esce glielo dico”.

Un genitore che durante gli allenamenti si perde nello schermo dello smartphone è solo un genitore che non vuole soffrire

Assistere agli allenamenti di nuoto non è esattamente il tripudio dell’intrattenimento: ore di umidità, odore di cloro e quell’incessante avanti e indietro, avanti e indietro, con progressi lenti e impercettibili all’occhio inesperto, abile invece a concentrarsi sui difetti (o presunti tali) che riempiono di interrogativi noi genitori.
Ogni singola ripetizione di un difetto di bracciata, scuote come una goccia cinese il nostro intimo desiderio di vedere trionfare quella minuta proiezione del nostro ego che è un figlio. Sbaglia lui e soffriamo noi. Vorremmo che l’allenatore gli dicesse sempre qualcosa in più, che lo martellasse e gli tirasse una palla medica sul groppone ad ogni errore, trattandolo come una novella Mimi Ayuara. Invece niente, qualche consiglio, qualche spiegazione pacata e le settimane trascorrono senza sussulti e quel che è peggio, senza risolvere la nostra angoscia. Abbiamo i pensieri del lavoro, della casa, della scuola, ci mancava il nuoto.
Così, schiacciati dall’ipotetica sensazione di fallimento che proverebbe il ragazzo – mica noi, sentiamo a più riprese l’impulso di gettarci in vasca direttamente dalla tribuna per illustrare all’allenatore la nostra idea di crawl e soprattutto chiarirgli definitivamente lo stato evolutivo della nostra idiozia.
Già, perché all’idea di spiegarci col coach capiamo di non essere un granché competenti. Di nuoto ne sappiamo tanto quanto di guida di elicotteri e, seppure mai ci sogneremmo di spiegare a un pilota i segreti della virata di 3°/secondo, pensiamo che chi si è guadagnato col sangue la qualifica di istruttore/allenatore, non sappia dove mettere le mani col nostro ragazzo. Solo col nostro poi, con gli altri sembra cavarsela.
Eppure la soluzione ci sarebbe: delegare. Lasciare tutte le preoccupazioni di un determinato campo a chi ha la responsabilità di seguirle. È il futuro di una psiche sana.
All’abituale livello di stress non serve aggiungere la preoccupazione di come svolgono il proprio lavoro gli altri, ci basta il nostro. Anche perché gli altri sono tanti. Certo, talvolta nella vita incontriamo degli incompetenti, ma in una proporzione certamente minore.
Fortunatamente, prima di perderci nella conta degli incapaci, la lezione termina e nostro figlio è lì ad attenderci sorridente ma un po’ stanco. Ci dice che l’istruttore l’ha fatto sgobbare oggi, così capiamo che non ha bisogno di qualcuno che voglia allenarlo anche fuori dall’acqua. Quando esce, dopotutto, è solo felice di incontrare mamma e papà.

Alessandro Denti

Ph. ©A.Masini/Deepbluemedia

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