Sconfitti nel pre-gara

Eccole, si avvicinano in tutto il loro apice emozionale, la prova empirica del lavoro svolto, il frutto dei sacrifici, degli allenamenti, delle corse contro il tempo e cavolo, persino dei soldi spesi: le gare.
È inutile fingere che siano un’appendice superflua, se così fosse le cancelleremmo dalle nostre agende con leggerezza, come facciamo con le festicciole di compleanno dei bambini che ci stanno “poco simpatici”, per usare un eufemismo.
No, le gare sono tutt’altro che marginali, si portano via i weekend e si bevono le nostre ultime gocce di calmanti, e solo una persona superficiale sentenzierebbe che l’ansia dei genitori per le competizioni è dovuta allo spasmodico desiderio di vincerle: in realtà dalle gare, noi genitori, vogliamo solo sopravvivere.

“Il momento più bello di una giornata di gare è la sensazione di trionfo che provi la sera, quando ti togli le scarpe.”

La prima volta ci caschi. Molta emozione e tanta curiosità, chissà come se la caverà il nostro bambino a fronteggiare un’esperienza così nuova ed eccitante, uno dei tanti esami che affronterà nella vita. “Non è importante che vinca” ce lo ripetiamo a voce alta più volte nel tentativo di convincerci, ma tanto poi ci spereremo a ogni bracciata.
Nei giorni antecedenti al suo primo start, il ragazzo è sensibilmente emozionato: fantastica sul trionfo e subito dopo si preoccupa del disastro. Un sali e scendi emotivo che va gestito con tatto, ma noi genitori sappiamo benissimo cosa fare in questi casi: sbagliare.
Le gare ti condannano all’errore. Se mantieni distacco, lui penserà che questa sua esperienza non ci interessa, se invece lo assecondi, oltre alle sue aspettative sentirà che potrà tradire anche le nostre e quelle di chissà chi altro. Sì, perché ci siamo fatti prendere un po’ la mano raccontando di queste sue gare a ogni parente, vicino e autista dell’autobus che questa settimana hanno avuto la sventura di incontrarci. Pessima, pessima idea.
Così, ripensando a quanti danni potremmo aver causato alla psiche di nostro figlio, in auto lungo la strada dell’impianto sportivo, ci ammutoliamo.
Dobbiamo necessariamente rifarci e da qui in poi essere impeccabili, ad esempio non facendoci trovare impreparati nel probabile caso di sconfitta, dopotutto vince un solo partecipante; sarà bene trovare le parole giuste e che siano sensibilmente diverse da “che ne pensi del judo?”. Potrebbe uscire dalla piscina triste e affranto, forse molto, moltissimo. Realizziamo di non saper gestire bene i nostri insuccessi, chissà come ce la caveremo coi suoi. È proprio vero, in caso di sconfitta un genitore perde due volte.
Un attimo, e se invece vincesse? Sarà bene farsi trovare preparati anche in questo caso. Uscirà con entusiasmo da vendere e magari anche un po’ di spocchia. Andrà tenuto coi piedi per terra, sì. E prima o poi perderà di certo, quindi sarebbe bizzarro accoglierlo con la fanfara dopo la vittoria e una rigida stretta di mano dopo la sconfitta.
Insomma, se sei entusiasta sbagli, se sei tiepido sbagli, se perderà dovrai gestire il suo dispiacere e se vincerà non potrai gioire liberamente. Nei dizionari dovrebbe essere proprio questa la definizione di “campo minato”.
Però a guardarlo bene non sfigura affatto lì sul blocchetto, tanti ragionamenti e ora ci è del tutto impossibile non entrare in empatia coi suoi battiti in aumento, una sistemata agli occhialini, la cuffia, è lo start, via.

Ph. ©Pexels

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