“Ha perso” (prima parte)

genitore triste

Era bello carico, preparato, non ha saltato un allenamento, pre-gara riposante con pranzo da manuale. In macchina poi gli ho messo la musica giusta, quella forte, che dà la carica. Eppure… Ha perso.

Certe volte seguire le gare di mio figlio è molto emozionante, altre volte invece perde.

Per noi genitori non sono solo venticinque metri di una competizione provinciale, specialmente quando assistiamo ai primi eventi, nei pochi secondi che corrono dal tuffo al tocco, ci passa tutta la vita davanti.  Una vita di esami, colloqui, preparazioni, verifiche e compiti in classe, competizioni continue da cui siamo usciti assoluti vincitori di rado, forse a pensarci bene, mai.  Per forza, gli avversari nella vita sono sempre tanti, in certi casi migliaia e il vincitore di solito è uno solo, o forse, uno solo ne siamo abituati a vedere.

Con un background culturale così demolente, arriviamo tesi come corde alle gare di nostro figlio, quell’individuo speciale a cui regaliamo la leggerissima responsabilità di renderci felici. Poveraccio.

Specialmente le prime volte quindi, il suo esame in vasca è anche il nostro. È messo alla prova il bagaglio genetico della famiglia pluri-perdente di cui quel bambino è disgraziatamente erede.  Come logica conseguenza, per un genitore sul piano emozionale i venticinque metri che confezionano la prima sconfitta sono vissuti come fossero cinque gare in una, e infatti se dividiamo quella vasca in altrettante porzioni da cinque metri, troviamo in ognuna di queste delle evidenti caratteristiche emotive.

Dal via ai primi 5 metri c’è il sogno. Abbiamo in mano il nostro biglietto della lotteria e tutti emozionati speriamo sia vincente, con l’aggravante che qualora fosse perdente questo non potremo strapparlo sdegnati per correre a comprarne un altro.

Dai 5 ai 10 metri siamo impegnati nella lettura. Da novelli Cagnotto ci siamo fatti un’idea precisissima sull’entrata in vasca e cerchiamo di capire se comprometterà o meno il resto della gara.

Dai 10 ai 15 è l’illusione. La situazione inizia a delinearsi, qualcuno è evidentemente davanti e allunga, ma forse il nostro ragazzo troverà energie imprevedibili o magari qualcuno che lo precede sbaglierà strada.

Dai 15 ai 20 ecco apparire la constatazione. I primi sono già in prossimità del tocco conclusivo (ma cos’hanno, le maledette pinne?) e il nostro pargolo arranca sgraziatamente, non ce la farà. Da qualche parte in noi sorge un sentimento doloroso che ancora non capiamo.

Nei 5 metri finali abbiamo il rifiuto. Secondi dedicati a contare chi tocca prima e a preparare l’interpretazione da Oscar che ci permetterà di nascondere al meglio, cioè malissimo, quanto stiamo provando. Questo perché non stiamo rifiutando la sconfitta, ma lo starci male.

[Continua]

Ph. Nathan Cowley@Pexels

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