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Professionismo al femminile? La strada è ancora lunga

L'emendamento alla Legge di bilancio 2020 stabilisce un principio, ma la reale applicabilità dipende dalla volontà delle singole Federazioni

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Arriva finalmente (almeno sulla carta) il tanto desiderato professionismo sportivo al femminile. Con un emendamento alla Legge di Bilancio per il 2020 approvato nei giorni scorsi in Commissione bilancio del Senato è stato inserito uno sgravio contributivo del 100% per quelle società che stipuleranno con le atlete contratti di lavoro subordinato. Tuttavia prima della piena applicabilità della norma prevista in manovra, sarà necessario che le singole federazioni sportive provvedano ad una modifica dei loro statuti, inserendo appunto il riconoscimento del settore professionistico nell’ambito delle discipline alle quali si riferiscono. Non ci dimentichiamo che ad oggi, sono soltanto quattro le FSN che prevedono il settore professionistico (in tutti i casi solo per il settore maschile): calcio, pallacanestro, golf e ciclismo.

Adottata la modifica statutaria, ottenuto il nulla osta da parte del CONI, si potrà effettivamente partire con la stipula dei nuovi contratti di lavoro sportivo ai sensi degli articoli 3 e 4 della legge 23 marzo 1981, n 91. Al fine di incentivare questo legittimo passaggio il governo ha messo sul piatto uno sgravio contributivo fino a euro 8.000,00 ad atleta su base annua per tre anni (2020, 2021 e 2022). Concluso il periodo di franchigia, gli oneri contributivi saranno a totale carico della società sportiva.

Come detto, a questo punto la decisione passa sul tavolo delle Federazioni sportive le quali, sentito naturalmente il parere delle loro società affiliate, dovranno decidere o meno se andare nella direzione del professionismo al femminile. E qui, naturalmente sì impone una riflessione. Quante e quali discipline con le loro società saranno in grado di sostenere l’impatto di una sensibile lievitazione dei costi del personale (è così che dovremo chiamare le atlete). Tutti sanno che nel nostro Paese il così detto cuneo fiscale fa si che, fatta 100 la retribuzione netta di un lavoratore, il costo aziendale praticamente raddoppia. E siccome il costo del lavoro nel conto economico del sistema imprese sportive si aggira di norma tra l’80 e il 100 per cento dei ricavi, ciò significa che l’impatto sui bilanci sarebbe probabilmente devastante.

Magari le grandi società potrebbero far fronte a tale scompenso chiedendo interventi maggiori da parte dei loro azionisti, ma per le medie e piccole società chi potrà farci fronte ? Una diversa e migliore distribuzione delle risorse derivanti dalla cessione dei diritti televisivi (appannaggio soltanto del sistema calcio al maschile), connessa ad una revisione dei principi di mutualità potrebbe aiutare, ma al di fuori di questa eventualità e probabilmente nel solo mondo del calcio, è difficile pensare che le altre discipline sportive possano sostenere tale impatto. E c’è già chi è uscito allo scoperto. La Federazione Pallavolo e la Lega Pallavolo si sono infatti già affrettate a dichiarare che la norma, così come è scritta nella legge di stabilità, non fa al loro caso. E poi non ci dimentichiamo che la riforma del lavoro sportivo è anche uno dei punti cardine della Legge delega n. 86/2019 di riforma del sistema sportivo che prevede, molto più realisticamente, la terza via del semi-professionismo.

Il rischio di una sovrapposizione tra i diversi interventi purtroppo esiste. Con tutta probabilità sarebbe stato meglio attendere. Ma forse le pressioni mediatiche erano troppo forti.

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