Olimpismo: fede o filosofia?

Le meditazioni di De Coubertin.

L’olimpismo è per De Coubertin l’“aderire ad un ideale di vita più elevata”. E’ “sforzarsi per raggiungere la perfezione”. Impossibile non vedere in queste parole gli ideali della Paideia, l’educazione globale dell’uomo secondo l’antichità classica. Se lo scopo del movimento olimpico è dunque il miglioramento della vita dell’uomo, allora é un percorso in salita. Un’ascesi, si direbbe in greco. Un cammino di perfezione, si direbbe in termini medievali. Un percorso di formazione si dice oggi (con minor effetto evocativo e un certo impoverimento di contenuti).

Una fede.

Ma per il nostro barone l’Olimpismo è anche una fede. “Per me” dice infatti De Coubertin: ” lo sport è una religione con chiesa, dogmi e culto … ma soprattutto è un sentimento religioso“.

C’è quindi un sentire alla base del movimento. Un sentire comune che fa legame tra gli uomini. Religio è il termine latino che dice questa cosa, da cui deriva la parola religione, dal latino religāre, composto dal prefisso re + ligāre = unire insieme, legare appunto. Per altri il significato della parola va cercato nella coppia di termini religere/relegere, intesi come “raccogliere nuovamente”, “rileggere”, osservare “con scrupolo e coscienziosità l’esecuzione di un atto”. Parole comunque che chiarificano il valore dello sport e l’ideale olimpico. In ogni modo qualcosa di importante che potremmo anche tradurre con la parola “sacro”, che significa “separato”, nel senso di ciò che va tenuto da parte perché va protetto.

Una chiesa

Ma l’olimpismo per De Coubertin deve essere anche chiesa, cioè un’istituzione, perché l’uomo ha bisogno di forme concrete per vivere l’ideale. Sono le strutture che, per quanto lo facciano con approssimazione e con molti tradimenti, aiutano a generare e a mantenere quei sentimenti rispettosi per le cose che contano. L’istituzione è un’organizzazione, una gerarchia, un sistema fatto di cose e di persone. I suoi limiti sono le persone. Le sue possibilità sono le persone. Inutile lamentarsi troppo per quello che manca.

un culto

Ma l’istituzione ha bisogno anche di un culto, cioè di una pratica esteriore, di una cura distribuita nel tempo per ciò che si ritiene sacro. Il culto sono gli atti che si ripetono continuamente e che ripetendosi si riempiono di significati evocativi per chi li compie. Sono le forme, le procedure, le cerimonie, gli appuntamenti, i luoghi, i simboli… che fanno l’esperienza dell’individuo che li vive.

i dogmi

E poi ci vogliono i dogmi (dal greco doxa, opinione), ovvero delle verità cui si crede e che si condividono. Queste verità fanno la sostanza dell’esperienza, sono pensieri e valori in cui riconoscersi. Si condivide che l”atletismo è una buona strada per l’uomo, che è una strada per tutti, che genera fratellanza perché si fa con gli altri, che spinge a dare il meglio, che ostacola il vizio, che aiuta nella lotta della vita, che invita a riconoscersi nel buon lavoro, nel coraggio, nelle abilità degli uomini…

Dilettantismo.

E naturalmente anche il dilettantismo è parte della religione dell’atletismo di De Coubertin. Anche se la sua introduzione comportava pericoli che il nostro amato barone percepiva perfettamente. C’era il pericolo che lo sport fosse solo per chi se lo poteva permettere, che si potesse diventare dei farisei delle regole, che quelle regole fossero usate come copertura di qualcos’altro… De Coubertin lo sapeva. Ma sapeva anche che gli serviva una sorta di vaccinazione contro la mercificazione della sua creazione, conseguenza quasi inevitabile nel mondo comandato dagli affari, per ogni realtà percepita come affascinante. Ma De Coubertin non era un fanatico. Sull’argomento professionismo diceva così: “Mi sembra infantile legarlo al fatto che uno sportivo ricavi dalle sue fatiche un pezzo di cento soldi (poca roba), come sarebbe infantile sostenere che il sacrestano della parrocchia è un miscredente solo perché riceve un compenso per assicurare il servizio al santuario.”

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