De Coubertin: pensieri sparsi

Realismo.

“Lo sport porta ad un certo realismo e contraddice quella tendenza all’iperbole che è difetto frequente dei giovani”.

Non solo i giovani hanno tendenza all’iperbole, all’esagerazione, ad un pensiero eccessivo. Anche gli adulti. Persino i vecchi. Si tratta di esperienza quotidiana e disturbante. Che manchi una coscienza realistica della condizione umana è palese nell’adulto occidentale. Coltiviamo un’educazione alla pretesa verso noi stessi (a cui non sappiamo rispondere per cui mentiamo) e verso il mondo (che non sa rispondere perché non può, per cui ci mente). Vogliamo gli altri e le cose in un modo che non può essere. Un mondo illusorio tutto rappresentato, per niente vissuto. Pensiamo continuamente nelle forma del pensabile e mai con quelle del reale. Nello sport è impossibile fare così. Non funziona. Lo sport chiede sempre, ad un certo punto, di fare i conti. Impossibile migliorarsi senza tenere conto della realtà e delle sue infinite sfaccettature. Quanto bisogno abbiamo oggi di questo? Quanto ne hanno le nuove generazioni?

Silenzio.

Lo sport “Impone spesso il silenzio e predispone alla concentrazione mentale”.

Anche di silenzio abbiamo un gran bisogno. Il nostro è un vivere in cui tutto deve essere riempito. Guai al vuoto! Nello sport il silenzio serve per fare,  per agire, per preparare. All’atleta si chiede di fare silenzio anche in mezzo alla confusione per poter mettere a fuoco i suoi compiti. Più i compiti sono difficili, più il fuoco deve diventare piccolo. In un mondo che chiede costantemente la distrazione, per cui attenzione a tutto e risorse per tutto, in cui tutto vuole la sua parte di noi, e quindi nessuno l’avrà, il silenzio è medicina. Quanto vale la possibilità di scegliere questa cosa? una cosa che valga tanto da farci lasciare il resto?

Amore per il Pensiero (Philo-sofia).

Lo sport “Può dare allo spirito un’inclinazione verso certe dottrine filosofiche, in principio stoiche ma anche fatalistiche, sebbene nello sport il fatalismo, per rimanere coerente con l’azione, non debba mai precludere la speranza”.

Porsi in una condizione di competizione, prima con se stessi, poi con altri, ci costringe a chiederci qualcosa dello scopo dell’azione e dei suoi esiti. Ci spinge a fare i conti con i limiti, con i fallimenti, con le mancanze che sperimentiamo nel tentativo di affermare il nostro essere e dire che siamo vivi. Questa posizione di necessario dominio della propria condizione, di non disprezzo dell’aiuto degli altri, ma di ottimismo per un risultato possibile e ciò che cercavano i filosofi che chiamiamo stoici. Anche la necessità di disfarsi delle idee e dei condizionamenti avversi alla propria ricerca e quel fatalismo che riconosce un piano universale al quale non ci si può sottrarre, sono necessari a chi vuole intraprendere qualsiasi tipo di combattimento (che è sempre un combattimento spirituale). é Filo – sofia, pensiero che ci vuol bene e che ci fa bene. Così volevano gli antichi. Una saggezza realistica per stare nelle cose senza essere sopraffatti e continuare a sperare di essere contenti. Così può essere ancora, anche per noi.

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