A porte chiuse. Le Olimpiadi ai tempi del Coronavirus

Porte chiuse, tribune vuote e silenzio assordante: ecco l’immagine dello sport ai tempi del Coronavirus. Tutto è iniziato in Oriente due mesi fa, proprio lì dove avremmo dovuto vedere bruciare la fiamma Olimpica a luglio, in uno stadio gremito in occasione della cerimonia di apertura della manifestazione a cinque cerchi. Quello che ieri sembrava una certezza, oggi è un punto interrogativo. Olimpiadi si o no? Porte aperte o chiuse? La decisione è attesa a maggio, sperando che l’aria primaverile spazzi via Covid-19, facendo tirare un sospiro di sollievo al mondo dello sport, attualmente in crisi profonda. Mentre gli impianti restano chiusi e le manifestazioni vengono annullate o rinviate, anche l’ipotesi Olimpiadi “fan-free” prende forma: diecimila atleti potrebbero gareggiare senza il supporto del pubblico. Secondo quanto riporta il New York Times, lo avrebbero ipotizzato le Federazioni internazionali durante una teleconferenza come una delle possibili soluzioni per salvare l’evento più atteso dell’anno a fronte dell’emergenza sanitaria.

Per quanto possa essere una strategia per permettere ai Giochi olimpici di svolgersi regolarmente, l’assenza del pubblico comporterebbe danni di natura giudiziaria e soprattutto economica, in quanto sono già stati acquistati i biglietti per un valore totale di circa 850 milioni di dollari. Per non parlare dello spettacolo totalmente rovinato, degli atleti demotivati che rischiano di non vedere lo sguardo dei propri cari tra la folla in tribuna o di salire sul podio senza applausi con una cerimonia all’insegna del freddo glaciale.

Ad oggi non vi sono certezze, ma chi non è ancora qualificato teme di non poter realizzare il proprio sogno olimpico, a causa di trials cancellati o rimandati a data da destinarsi in gran parte del mondo. Cosa apprendiamo quindi dal Coronavirus? Una lezione importante: mai dare nulla per scontato, nemmeno il pubblico. Nello sport fa la differenza. 

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