Il quinto stato

Sono lavoratore sportivo dilettantistico dal 1988.

Nella mia vita sono stato pagato in nero, in contanti, in natura e con ogni altra modalità di liquidazione sia stata escogitata dall’ingegno umano. Spesso non sono stato pagato affatto.

La mia salute e la mia vecchiaia sono nelle rapaci mani di due primarie compagnie assicurative, intrattengo rapporti con INPS e INAIL solo quando li trovo nei cruciverba.

Comprendo bene il disagio e la rabbia di chi è a casa, senza lavoro e senza reddito, preoccupato per il proprio futuro. Pur riconoscendo il valore catartico del lamento e del vituperio contro il sistema, vorrei tuttavia suggerire qualche riflessione un po’ più strutturata del CI DEVONO ASSUMERE TUTTI A TEMPO INDETERMINATO CON LE FERIE LA TREDICESIMA LA QUATTORDICESIMA E LA PENSIONE, affermazione ottima per acchiappare like ma totalmente sterile nella sua assertività.

Riparto sintetizzando quanto spiegato da Roberto Bresci in uno degli articoli più letti del 2020: la super precarietà degli operatori è lo strumento con il quale si tiene bassissimo il costo dello sport di base. Una lezione di nuoto per bambini costa tra i 4 e gli 8 euro. Con quegli 8 (quando va bene) euro si devono ripagare i costi di funzionamento dell’impianto (acqua, luce, calore, pulizie, manutenzione, amministrazione, comunicazione) e del personale. Il costo del personale incide per una quota che sta tra il 25 e il 40% del totale. Raddoppiare il valore di quest’ultima voce, perché di questo si parla, significa far saltare qualsiasi ipotesi di equilibrio economico a meno di non prevedere delle compensazioni. Quali?

La prima, e più semplice, è l’aumento delle tariffe. Scordiamocelo.

Non si pratica sport nelle scuole, quindi per evitare che gli italiani si tramutino in una popolazione di obesi diabetici e cardiopatici con un’esplosione dei costi sanitari (altro che coronavirus, mi permetto di osservare) i costi dello sport di base devono rimanere bassi.

L’altra, altrettanto semplice, è la riduzione dei costi. Sarebbe sufficiente che gli enti locali, peraltro proprietari delle strutture, si riprendessero in carico gli oneri che negli anni hanno ribaltato sui gestori:

  • Canoni di affitto
  • Utenze energetiche
  • Manutenzioni ordinarie
  • Manutenzioni straordinarie
  • Ampliamenti e ristrutturazioni
  • Costruzione

È facile, un principio di vasi comunicanti: quante più delle suddette voci tornano in carico al proprietario, tante più risorse si liberano a beneficio delle retribuzioni del personale. C’è solo un problema: diciannove anni di malinteso federalismo hanno ridotto i comuni, che nella maggior parte dei casi sono i proprietari delle piscine, alla canna del gas e non paiono minimamente intenzionati ad invertire la tendenza.

Eppure non c’è alternativa: da un lato non si può continuare a trattare gli sportivi dilettanti come cittadini di seconda (terza?) categoria, dall’altro i ricavi delle piscine, quando riapriranno, sono destinati ad assottigliarsi anche significativamente in funzione della rigidità delle inevitabili restrizioni all’accesso che perdureranno almeno finché il coronavirus non sarà debellato. Le società dovranno tornare a gestire le attività sportive e gli enti locali dovranno riprendersi le responsabilità che competono al proprietario. La stagione degli “imprenditori sportivi” con le suggestioni e i vaneggiamenti (l’idea delle “società sportive dilettantistiche lucrative” resterà negli annali della comicità involontaria) dell’ultimo quarto di secolo sembra ormai tramontata.

Un elemento positivo è che il legislatore ha finalmente preso atto della esistenza del comparto sportivo dilettantistico e si può quindi ipotizzare che, una volta fuori dall’emergenza, inizierà un’opera di riorganizzazione di un settore che rimane strategico per la salute e il benessere della collettività. Sarà presumibilmente un percorso lungo e per piccoli passi che dovrà inevitabilmente iniziare dalla messa in sicurezza delle società sportive, senza le quali non c’è attività né, di conseguenza, tecnici.

Un altro elemento positivo è che, qualsiasi cosa ne pensiate, la Federnuoto sta dimostrando una determinazione e una capacità di incidere nel dibattito pubblico con un’efficacia onestamente imprevedibile. Potrebbe davvero essere la volta buona per far capire che i titoli di Pelllegrini e Paltrinieri, la sicurezza acquatica, la salute e il benessere della popolazione si tengono insieme in un modello certamente perfettibile ma che funziona meglio di molti altri pezzi di questo paese.

Nel frattempo prepariamoci al click day.

 

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