Spettacoli in acqua nell’antica Roma

Coreografie Acquatiche

Alla base della Cavea (gradinata), davanti al Logeion (palcoscenico), nel teatro greco, si trovava l’orchestra. Era uno spazio di forma semicircolare, normalmente in terra battuta. Al centro aveva l’ara di Dioniso, destinato alle danze dei Coroi.  Nell’orchestra si svolgeva l’azione scenica del coro danzante (da orchéomai, danzare). Tra il III e il IV secolo d.C., in certe occasioni, si trasformava l’orchestra in piscina. Per farlo si usavano paratie stagne e si faceva arrivare l’acqua attraverso canali alimentati da grandi serbatoi.  In queste vasche temporanee si svolgevano Naumachie (battaglie navali minori, quelle più grandi erano allestite in bacini costruiti appositamente) e altri tipi di spettacoli acquatici. Queste vere e proprie coreografie acquatiche erano soprattutto danze, pantomime a soggetto mitologico o scene di caccia.

Venazioni

Le venazioni, per l’appunto “scene di caccia” che si rappresentavano in acqua, erano ambientate soprattutto in Egitto. Come piaceva all’epoca, le piscine, progettate per l’occasione, venivano arredate ispirandosi ai paesaggi del Nilo. In quelle scenografie colorite si inscenava la caccia all’ippopotamo o al coccodrillo.

Tetimimo

Il nome con cui era conosciuto il tipo di spettacolo acquatico di cui stiamo parlando, vero antesignano del nuoto artistico, era Tetimimo. Il nome derivava da Teti, creatura immortale di natura benevola,  figlia di Doride, della stirpe di Oceano e di Nereo, la divinità del mare tranquillo. Teti era la più bella delle figlie di Nereo, le Nereidi, conosciute anche come Ninfe dei mari. Il nome composto veniva anche dalla parola Mimo, che designava la forma di rappresentazione nella quale l’attore recitava senza maschera. Singolare nella pantomima (da cui Mimo) era che le parti femminili, contrariamente alla consuetudine teatrale antica, potevano essere sostenute anche dalle donne.

Leandro e Ero

La principale narrazione del Tetimimo era il drammone più classico, quello che colpiva e commuoveva intere generazioni di greco-romani: il mito di Ero e Leandro. Era una delle storie più amate in assoluto. Il giovane Leandro  che viveva ad Abido, una città della Misia, in Asia Minore, amava follemente Ero, sacerdotessa di Afrodite che abitava a Sesto, una città della Tracia, situata sulla costa opposta. Per incontrare Ero, Leandro doveva attraversare a nuoto lo stretto dei Dardanelli, l’Ellesponto come si chiamava allora. Anche se la distanza tra le due città è la più breve dello Stretto,  si tratta sempre di 1250 metri circa, una fatica immane in mare aperto. Naturalmente lo faceva ogni sera. Per farsi trovare, Ero, accendeva una lampada che guidava l’amato nell’oscurità. Una notte una tempesta spense quella luce e Leandro, non sapendo più dove andare, vagò perdendosi nel mare, fino a restare senza forze. All’alba Ero lo trovò senza vita sulla spiaggia e, distrutta dal dolore, si uccise, gettandosi da una torre.

Altre storie

Naturalmente di storie ce n’erano anche altre. Nel Tetimimo, per esempio, non poteva mancare Giasone alla ricerca del Vello d’Oro. Ma più intrigante di quella era la storia di Ila, un compagno di Giasone, il cui destino drammatico si prestava a suscitare interesse negli spettatori. Ovviamente Ila era bellissimo. Per questo le Ninfe, che lo avevano visto, si erano innamorate perdutamente di lui. Così mentre  cercava una fonte per ristorare i suoi compagni, le ninfe lo presero e lo tirarono in acqua portandolo via. A dire il vero i compagni, tra i quali c’era anche il potente Eracle, non erano poi un gran che, se è vero che ci misero così poco ad abbandonarlo al suo destino.

Divinità marine

Le rappresentazioni acquatiche dell’antichità spesso inscenavano singole divinità marine. Le più gettonate erano Tritone, Nereo, Teti e Galatea. La parte più importante di queste figurazioni era affidata alle donne. Quando impersonavano le Ninfe Nereidi, per esempio, si disponevano sull’acqua costruendo coreografie che formavano il tridente di Nettuno, un’ancora, un remo, una navicella, la costellazione dei Dioscuri o una vela gonfia… Erano questi, se vogliamo, una sorta di “obbligatori”.

Nudità

La maggiore attrattiva dello spettacolo, però, non era data tanto dalla qualità eccellente delle loro coordinazioni, ma dal fatto che queste attrici eseguivano le loro danze stando completamente nude. La nudità e la sensualità dei loro gesti, era del tutto giustificata, sia dal soggetto mitologico, sia dal fatto che l’azione si svolgeva in acqua. Ma era chiaro che aggiungeva interesse allo spettacolo. Anche allora.

Kolymbethra

Nel IV-V sec. d. C. il teti-mimo passò stabilmente nel teatro. Lo testimoniano i resti dei teatri di Dafne, Cesarea, Atene, Corinto, e di molti altri. Per definire il luogo dove si svolgevano queste rappresentazioni, secondo Giovanni Crisostomo si era introdotto, in luogo dell’inesatto termine naumachia, il termine più appropriato di kolymbèthra, piscina.

Giovanni Crisostomo

Naturalmente Giovanni Crisostomo non era interessato allo spettacolo. Per lui il Tetimimo era da  deprecare. Infatti si trattava del patriarca di Costantinopoli, un uomo che si era adoperato per tutta la vita nell’intento di moralizzare il clero della sua città. Ne aveva criticato eccessi e stili di vita. I suoi sforzi, però, cozzarono contro la forte resistenza delle abitudini romane, assolutamente inconciliabili con uno stile di vita degna di sacerdoti cristiani. Eppure, nonostante fosse un eccellente predicatore (Crisostomo vuol dire dalla bocca d’oro, tanto le sue parole erano ritenute preziose), fece molta fatica a convincere i suoi. Era uno che non le mandava a dire, e per questo si faceva molti nemici.

Immagine copertina: Ero e Leandro interpretati dal pittore fiammingo Pier Paolo Rubens.

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