Pride 2020: sportivi, com’è difficile il coming out

A coronamento di un giugno tradizionalmente dedicato all’orgoglio LGBT* si tiene oggi, in forma più virtuale che fisica a causa del coronavirus, il Global Pride 2020. Nell’invitarvi a partecipare augurandovi buon divertimento e tanta consapevolezza, proviamo a fare il punto della situazione rispetto all’inclusione di atlet* LGBT* nel mondo dello sport.

Sport che spesso rappresenta un’avanguardia in termini di diritti civili (si pensi all’attivismo militante di Colin Kaepernik LeBron James rispetto al movimento Black Lives Matter), ma che su questo tema specifico fatica a liberarsi del pregiudizio machista per cui essere citius, altius, fortius implica necessariamente essere anche straight.

Il conto è presto fatto: in quella che è ad oggi la ricerca più completa svolta a livello globale, Society at a glance 2019 pubblicata dal Centro studi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), la percentuale di adult* che si identifica come gay, lesbica o bisessuale (la ricerca a causa di dati incompleti non include le persone transessuali) varia a seconda del paese (e verosimilmente dello stigma sociale) tra 1,5 e 4%, percentuali che triplicano alla domanda “sei mai stat* attratt* da persone del sesso opposto?”

Ne consegue che in ogni squadra c’è come minimo un paio di atlet* con orientamento/comportamento sessuale non tradizionale; durante i Criteria ne scenderanno in acqua a decine, ma dove sono?

Nel nuoto i coming out si contano sulle dita delle mani: Ian Thorpe, Mark Foster, Abrahm DeVine. In Italia, la sola Rachele Bruni sull’onda dell’entusiasmo per l’argento di Rio. (Tristemente) degna di nota la circostanza che Thorpe e Foster abbiano atteso il termine della carriera per palesarsi: Thorpe nel 2014, e ancora due anni prima nella sua autobiografia This is me si era sentito in dovere di ribadire “Per la cronaca, non sono gay e tutte le mie esperienze sessuali sono state etero. Sono attratto dalle donne, mi piacciono i bambini e aspiro ad avere una famiglia un giorno”; Foster ha atteso addirittura i 47 anni prima di rivelarsi.

Il perché è presto spiegato dagli stessi atleti: “Tutti mi facevano sentire sbagliato, a cominciare dalla mia famiglia” (Thorpe, in un’intervista del 2017 rilasciata ad Ahn Do); “Ero convinto che rivelarmi mi avrebbe reso più vulnerabile” (Foster a Vanity Fair nel 2017).

Uscendo dall’aneddotica, che non è mai utile per comprendere un fenomeno, la più completa ricerca sul tema è stata commissionata dall’Unione Europea, che nell’ambito del programma Erasmus+ ha finanziato il progetto Outsport: un’iniziativa di contrasto alle discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere nello sport, che investe i piani della ricerca scientifica, della formazione e della comunicazione che ha prodotto il documento Orientamento sessuale, identità di genere e sport scaricabile a questo link: i dati sono disponibili su base europea o disaggregati per singolo paese e delineano un quadro non confortante:

  • il 90% delle persone LGBT* intervistate dichiara di percepire l’omofobia e la transfobia nello sport come un problema attuale
  • l’82% ha avuto esperienze di linguaggio omo/transfobico durante la pratica sportiva nei 12 mesi precedenti l’intervista
  • il 33% non parla della propria sessualità in ambito sportivo
  • il 20% ha rinunciato all’idea di praticare una disciplina sportiva di proprio interesse a causa delle preoccupazioni sul proprio orientamento/identità di genere
  • il 16% riporta almeno un’esperienza spiacevole legata allo sport (insulti verbali, emarginazione, provocazioni, violenza fisica), in un caso su due a opera de* compagn* di squadra

E se vi sembrano numeri tutto sommato poco preoccupanti, tenete presente che la ricerca ha coinvolto persone dichiaratamente LGBT*. C’è un’immensa porzione di iceberg sommersa, composta da migliaia di ragazze e ragazzi che a causa della pressione sociale vivono la propria sessualità in completa solitudine e angoscia.

In piscina ci sono, eccome: sempre secondo Outsport, il nuoto è la disciplina sportiva preferita dopo il fitness.

Un altro studio del 2017 mostra come “fare coming out, comportarsi in modo non conforme agli stereotipi sessuali e di genere prevalenti nella propria cultura continua, infatti, ad essere pericoloso, soprattutto in alcune agenzie di socializzazione, come lo sport, in cui tali stereotipi assumono una virulenza pervasiva. Ciò appare vero soprattutto in alcune nazioni, dove l’ideale dello sportivo continua a coincidere con lo stereo-prototipo del maschio, forte, virile, eterosessuale, potente fisicamente, che costringe gli atleti che non si conformano ad esso a vivere la propria esistenza relegati in una sorta di closet, di marginalizzazione. L’antitesi dello stereo-prototipo assume in sé le caratteristiche opposte alla virilità, ovvero l’effeminatezza e la fragilità, caratteristiche, in genere, stereotipicamente attribuite alla donna, cosiddetto sesso debole (…) Ne segue che, dunque, nei gruppi sportivi fare coming out non sia una scelta conveniente e fingersi eterosessuali sia più funzionale a preservare le relazioni di gruppo e garantire la continuità del supporto economico e commerciale offerto dagli sponsor. Proprio per questo motivo, diversi atleti possono liberarsi della gabbia identitaria e fare coming out solo al termine della propria carriera”.

Ci raccontiamo in continuazione che il nostro è uno sport dall’alto valore educativo, che la piscina è un ambiente “sano”. Qualsiasi cosa ciò significhi, forse è il caso di riflettere sulla nostra reale capacità di creare un ambiente favorevole all’inclusione e all’accettazione di sé e del* prossim*.

Ph. ©Pexels

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