È andato tutto male

Non ci voleva la sfera di cristallo, e neppure una laurea in medicina. Era sufficiente rivolgersi a fonti attendibili e leggere i numeri con un minimo di disincanto per comprendere come la scellerata politica del “riapriamo tutto” con la quale alcuni presidenti regionali hanno carburato le proprie campagne elettorali per le elezioni amministrative (a proposito: a quando una Norimberga del federalismo?) ci avrebbe portato esattamente dove ci troviamo in questo momento.

Purtroppo siamo donne e uomini di bordo vasca, abituati ad affrontare e vincere sfide sportive grazie a preparazione, dedizione e passione, e ci portiamo dietro questo bias gigantesco per cui siamo convinti che con la buona volontà si possa superare qualsiasi ostacolo: così ci siamo lasciati convincere a riaprire impianti che avrebbero dovuto rimanere ermeticamente chiusi fino a quando le istituzioni non si fossero prese carico della tragedia nella quale stava sprofondando il movimento sportivo italiano, convinti che il nostro entusiasmo avrebbe travolto ogni avversità.

Ma l’ostacolo questa volta era troppo alto, e i sostegni che ci hanno fornito cedevoli. Dopo aver lavorato in perdita per settimane e avere investito somme rilevanti per l’adeguamento delle strutture, con il miraggio di crediti d’imposta mai corrisposti e l’elemosina dei seicento euro, ci ritroviamo con gli impianti chiusi, le tasche vuote, gli occhi asciutti e un futuro mai così incerto.

Ne usciremo? Forse, a patto di essere meno sportivi, più imprenditori e provando per una volta a comportarci da categoria unita e rispettabile: le piscine non devono riaprire fino a quando non saranno messe in condizione di farlo in sicurezza, sanitaria ovviamente ed economica.

I numeri non mentono, sono implacabili e totalmente impermeabili ai nostri post motivazionali.

Ph. ©Pixabay

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