Senza speranza

A qualcuno sarà sfuggito, ma siamo nel mezzo della seconda ondata della pandemia più pervasiva che abbia colpito il pianeta nell’ultimo secolo. C’è un governo che -male, in ritardo, senza coerenza, tutto quello che volete: non ci sono aggettivi abbastanza squalificanti per descrivere Giuseppe Conte– prende alcuni provvedimenti per limitare al massimo gli spostamenti iniziando dai settori il cui fermo ritiene meno impattante per l’economia del paese: sport e spettacolo. Scelta sbagliata? Probabilmente sì. D’altronde la politica è l’arte di prendere decisioni, magari la prossima volta che votate scegliete meglio chi delegate a rappresentarvi.

Le federazioni, impropriamente delegate dal DPCM  a stabilire chi può e non può allenarsi,  ribadiscono un principio elementare: non esistono sportivi di serie A e di serie B, ogni atleta tesserato è di interesse nazionale.

A questo punto un movimento maturo assumerebbe l’unica posizione ragionevole: dato che la ratio del provvedimento governativo era evidentemente quella di limitare gli spostamenti di pochi atleti di fascia alta, non volendo discriminare alcuni atleti rispetto agli altri e nella consapevolezza che fare allenare tutti contribuirebbe ad aggravare i già rilevanti problemi di salute pubblica, terrebbe le piscine chiuse, spiegherebbe ad atleti tecnici e genitori che in un momento storico di tale gravità ciascuno deve fare la propria parte, gli invierebbe un programma di preparazione atletica a secco in casa o all’aperto e si concentrerebbe sulla fase quattro, ovvero inizierebbe a chiedere misure strutturali di messa in sicurezza del comparto sportivo dilettantistico come da settimane sta facendo Paolo Barelli. Potete criticarlo finché volete, ma una volta di più si conferma l’unico dirigente sportivo con una visione lucida e all’altezza della federazione che rappresenta.

Perché forse non è chiaro che il problema non è che LE PISCINE SONO SICUREEE come ancora oggi con venticinquemila nuovi contagiati stiamo scrivendo sulle nostre bacheche. Il problema sono gli spostamenti da e verso le piscine, gli assembramenti fuori dai cancelli, l’aggregazione degli atleti prima e dopo l’allenamento. Sono mesi che le autorità cercano di far capire con le buone che per evitare il collasso delle strutture sanitarie bisogna stare il più possibile a casa. Ma siamo italiani, siamo creativi, e allora via con il bar che chiude a mezzanotte e riapre a mezzanotte e cinque, le tensostrutture aperte sui lati, il tesseramento sportivo erga omnes e tutte quelle altre simpatiche ribalderie che ci fanno immediatamente riconoscere come un popolo di decerebrati ai quali entro il prossimo weekend sarà necessario applicare le maniere cattive. 

Sarebbe stato bello, anziché scendere  in piazza per chiedere FATECI RIAPRIREEE, spiegare ai nostri utenti che con la salute non si scherza, che sospendiamo le nostre attività con senso di responsabilità senza aspettare che arrivi il presidente del consiglio a tirarci per le orecchie e iniziare da subito una trattativa a tutti i livelli per garantire un futuro al nostro settore. Ma non c’è niente da fare: per noi è sempre, inesorabilmente, inevitabilmente, implacabilmente sempre meglio l’uovo oggi.

Ph. ©Engyn Akiurt @Pexels

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