Giorgio Lamberti: Ci stiamo giocando qualcosa di prezioso; siamo un’agenzia della salute e meritiamo rispetto.

Da domenica 25 ottobre il mondo delle piscine si trova ad affrontare l’ennesima difficoltà: l’annuncio di una seconda chiusura e tutto ciò che questo stop si porta dietro. Ne abbiamo parlato con Giorgio Lamberti, Presidente di AGISI. Sicuramente la chiusura degli impianti per il mondo delle competizioni è una delusione e un problema, ma la questione più grave riguarda i gestori degli impianti natatori, che ormai non sanno più come fronteggiare la situazione. Se la cosa va avanti, si rischia che il problema delle competizioni non si ponga più: un intero settore sportivo verrebbe spazzato via e se nessuno impara più a nuotare, non avremo nessuno da far gareggiare. Senza parlare poi del devastante impatto socio-sanitario che ne consegue.

AGISI – Associazione Gestori Impianti Sportivi Italiani. Come è nata e come sta crescendo?

AGISI nasce sull’onda della tragedia che abbiamo vissuto a inizio anno, con il lockdown di fine febbraio. Piscine e palestre purtroppo furono i luoghi che vennero subito additati come siti di contagio. In quei giorni drammatici, fra vari amici ci si contattava attraverso le conference call, le telefonate, i messaggi, e c’era uno scambio di impressioni, di preoccupazioni, la mortificazione per essere stati additati come luoghi di grande rischio, che noi sapevamo non essere. Questo ci ha portato, in una prima fase, a costituire un gruppo Telegram, poiché non era più solo la Lombardia interessata dall’emergenza, ma tutta l’Italia. L’esigenza principale era quella di supportare il nostro mondo, quello dei gestori di impianto, che già era sostenuto brillantemente da tutte le esternazioni e il grido di dolore della Federazione Italiana Nuoto, in particolar modo nella figura del suo presidente, Paolo Barelli, che non solo ha competenze e ruoli in ambito federale, ma essendo anche un parlamentare poteva agire anche in ambito politico. Noi come gestori abbiamo cominciato un lavoro di supporto alla politica, perché potesse affinare quegli strumenti che a mano a mano abbiamo visto nascere nelle varie fasi che hanno caratterizzato il lockdown della scorsa primavera: Decreto Salva Italia, Decreto Rilancio e molto altro. Da questa esperienza nasce AGISI, fondata il 23 aprile 2020. Da quel momento hanno cominciato a aderire associazioni di tutta Italia, abbiamo costituito un direttivo, il nostro sito, la presenza nei social, e abbiamo cominciato a perorare la causa, non soltanto attraverso i media ma anche attraverso le occasioni di incontri istituzionali. Abbiamo sempre, credo, dimostrato in ogni ambito, in ogni tavolo istituzionale, di qualsiasi livello, un senso di responsabilità nei confronti di tutti. Siamo una piccola associazione di categoria con grandi idee e grande entusiasmo che ha sempre cercato di portare proposte costruttive, razionali e logiche, non problemi, ma soluzioni. Perché purtroppo la politica non conosce le peculiarità del mondo dello sport, e ancora meno le dinamiche a livello gestionale. Le caratteristiche complesse dell’impiantistica natatoria non hanno nulla a che vedere con una palestra, un bocciodromo o un campo da tennis. Le piscine sono dei veri e propri stabilimenti, con grandi costi strutturali e un contenuto sociale che fatica a pareggiare e a sostenere l’equilibrio finanziario. Abbiamo i costi ma non abbiamo la marginalità di utile che può avere un’impresa, anche se i ritmi di lavoro possono essere paragonabili: una fonderia non si ferma, l’impianto natatorio uguale. In una palestra il riscaldamento lo accendi e lo spegni, in piscina non lo puoi fare. Se l’impianto non lavora a pieno regime non riusciamo a compensare, sempre che si riesca, i costi strutturali, energetici che ci sono a prescindere che ci sia un unico utente in acqua oppure mille. Questo tema è difficile da far comprendere se uno non è un addetto ai lavori. Oggi con la pandemia è stato messo a nudo questo aspetto e pian piano le istituzioni lo stanno metabolizzando e lo dovranno metabolizzare nella realtà attuale, di fine ottobre 2020, perché siamo prossimi all’inverno e questo significa che ci aspettano cinque mesi con i massimi costi. Oggi il DPCM ci dice che l’attività di base è preclusa e si possono allenare gli atleti di interesse nazionale, che la Federazione ha identificato come tutti i tesserati sostanzialmente, dagli esordienti ai master. Tutti questi soggetti hanno diritto ad allenarsi. Ma questo diritto cozza con i previsionali di spesa del singolo impianto. Le entrate che si hanno con l’attività agonistica non sono sufficienti sostenere le spese. Ad esempio a Brescia, nella mia città, si sta valutando in questi giorni, insieme all’amministrazione e al Sindaco Emilio Bono, di far convogliare in un unico impianto tutte le esigenze agonistiche per quanto riguarda nuoto, pallanuoto, sincronizzato, dando precedenza alle società e associazioni locali per cercare di ottimizzare al meglio i costi, consapevoli che il pareggio di bilancio non è immaginabile e che il Comune contribuirà finanziariamente per sostenere il settore. Anche perché, a essere pragmatici, il rischio è che, a causa di scelte che non condividiamo perché riteniamo che l’impianto natatorio non sia luogo di rischio, si rimanga chiusi a novembre, a dicembre e forse anche a gennaio. Ad oggi le misure di governo non prevedono ristoro per quanto riguarda le spese di utenza vive che i comuni o le società sportive dovranno sostenere per aprire gli impianti ai soli agonisti. Il tema è: di questa spesa, chi se ne fa carico? AGISI non resterà a guardare, questo è un tema di primario interesse, e non rimarrà in silenzio. Chi supporta questi costi per un mese, due o tre? Questa è la battaglia imminente, assolutamente attuale e che dovrà avere una risposta. Se questa non ci sarà, la conseguenza porterà ad avere una percentuale a doppia cifra altissima di società costrette a chiudere i battenti e quindi a mettere gli impianti natatori a riposo, senza avere una prospettiva.

Martedì 27 ottobre ha incontrato il Premier Conte e il Ministro Spadafora. Vuole raccontarci come è andato l’incontro?

Nell’incontro di martedì ho fatto presente la tematica che ho appena illustrato, e cioè il problema di come fronteggiare i costi fissi che inevitabilmente ci sono per gli impianti natatori. Mi auguro che qualcuno lo abbia colto. Non ho avuto replica su quanto ho illustrato; prima di me hanno parlato figure molto autorevoli. A questo incontro erano presenti le massime cariche istituzionali che ci rappresentano: Giovanni Malagò, Luca Pancalli, Paolo Barelli. Personalmente non nascondo che di fronte a queste persone sarei anche rimasto in religioso silenzio ad ascoltare le loro relazioni, nel profondo rispetto di ciò che rappresentano. Sono stato invitato a questo incontro e ho molto apprezzato la cosa, soprattutto per il prestigio degli interlocutori. Non avevo idea di chi avrei trovato al tavolo, e quando mi sono collegato c’erano poco meno di una ventina di persone: oltre alle persone che ho appena citato, il Premier Conte, il Ministro Spadafora e il Ministro Gualtieri. Mi sono permesso di fare un intervento per la vocazione gestionale, non tanto per motivi istituzionali politici che non sono di mia competenza. Ho cercato di fare una sintesi su pochi punti: 1) il fatto che siamo prossimi all’inverno e da qui il problema di come sostenere dei costi; 2) ho rilanciato un tema importante, per stimolare l’attenzione sull’impiantistica sportiva che ha strutturalmente dei ritardi importanti, e mi riferisco all’eco bonus al 110%. Il governo può anche aver fatto degli errori, ma questa è stata una grande proposta. Ci si è battuti come AGISI, tempo addietro, perché anche l’impiantistica sportiva fosse inclusa in quel famoso articolo 119 del Decreto Rilancio. Una battaglia che è stata fatta da noi e da Paolo Barelli, perché è un uomo che ha molta accortezza su questo argomento. Ma purtroppo all’epoca portammo a casa il minimo sindacale, e cioè che l’impiantistica sportiva può beneficiarne solo per la porzione di spazio che comprende gli spogliatoi. È chiaro che è insufficiente: abbiamo scritto al governo, all’ANCI, alla conferenza delle regioni, a Bonaccini, perché è necessario valutare l’interezza del plesso sportivo o dell’impianto. È importante poter ragionare sulla riqualificazione energetica. Si tratta di una misura che porterebbe grande giovamento: recupero di decenni di ritardi sulla qualità dei manufatti, interventi in termini di risparmio energetico e quindi innovativi dal punto di vista tecnologico che portano inevitabilmente a migliorare l’impatto ambientale delle strutture sportive, meno emissioni di CO2 in atmosfera, antisismica, miglioramenti dell’impiantistica idraulica ed elettrica. Credo che tutto questo porti solo qualità e miglioramento per chi ci lavora, per gli utenti in generale, ma soprattutto ai proprietari degli stabili che sono, nella maggior parte dei casi, le amministrazioni comunali, quindi stabili pubblici. Da società sportive stiamo raccontando di un’opportunità che andrebbe a contrarre i costi del futuro e i comuni si ritroverebbero con una riqualificazione e valorizzazione dei cespiti. È anche un modo per rafforzare di più il dialogo tra il comune e l’ente gestore della struttura. I vantaggi sarebbero incredibili: un’amministrazione comunale litiga costantemente con le dinamiche di bilancio, ma con l’ecobonus sull’impiantistica sportiva le amministrazioni libererebbero risorse, per anni, per poterle destinare ad altre necessità, si andrebbe ad alleggerire i bilanci comunali e per gli enti gestori dell’impianto diventerebbe una sorta di contributo indiretto. Non è possibile pensare che i soggetti sportivi facciano la fila al credito sportivo per avere finanziamenti per fare la riqualifica degli immobili, non è realistico e non è sostenibile. 15 o 20 anni di mutuo?!?! Non è ipotizzabile. Pensiamo al peso che avrebbero gli ammortamenti sul bilancio. Ne ho parlato, ma non mi è stata data risposta, però non intendo mollare: è un’opportunità importante! Ci stiamo scaldando, infervorando, entusiasmando su un’idea di questo tipo per migliorare una cosa pubblica che noi sentiamo nostra! Abbiamo sempre avuto l’amor proprio di questi beni. E non è compreso fino in fondo il rispetto e l’amor proprio che noi abbiamo e non esterniamo nei confronti dei luoghi in cui esercitiamo tutte le nostre passioni.

Quali, secondo lei, gli strumenti fondamentali per tenere in vita lo sport e, in particolare il nuoto?

Sicuramente l’ecobonus, spero sia un progetto che venga valutato nel breve/medio periodo. Oggi servono misure diverse: serve un provvedimento imprescindibile per scavallare l’inverno, e questo riguarda prevalentemente le piscine. Altri impianti sportivi, pur avendo sicuramente costi fissi, non devono sostenere una mole di costi così importanti come gli impianti natatori. Il riscaldamento in un palazzetto lo accendi prima che arrivino gli atleti e lo spegni quando se ne sono andati. In piscina no! La piscina deve lavorare sempre a pieno regime per sostenersi. Attualmente con il solo agonismo non riusciamo a sostenerci. Le amministrazioni devono fare rete per riuscire a sostenere l’attività sportiva.

Si è sempre discusso molto sulla probabile, quasi certa, perdita di atleti a causa di questa emergenza. È mai stata valutata, secondo lei, la possibile perdita di tecnici qualificati che operano in ambito sportivo?

Questa preoccupazione era già stata sollevata durante il primo lockdown nel dialogo costruttivo di AGISI, e la grande preoccupazione era fondata, perché alcune persone che si sono occupate di ambito natatorio da sempre e hanno dovuto ripiegare su altro per garantirsi un sostentamento. Alcuni tecnici validi purtroppo li abbiamo già persi. Oggi non ne abbiamo ancora piena consapevolezza perché è una situazione in continua evoluzione e i numeri non sono ancora precisi e stabili. Il rischio gigantesco è sicuramente che oggi, con una seconda ondata, il numero di tecnici che abbandoneranno il settore si impenni, senza dubbio. Il governo ha attuato l’indennizzo per i collaboratori sportivi e sicuramente è un valido aiuto, addirittura per novembre l’importo erogato è stato aumentato, ma non è detto che sia sempre sufficiente. Il futuro preoccupa, e molto. Dobbiamo tenere i nervi saldi, senza perdere la consapevolezza delle nostre idee, del nostro entusiasmo e della nostra fierezza. Siamo un’agenzia della salute e meritiamo profondo rispetto.

Da atleta e campione prima, e gestore e dirigente poi, quali sono le difficoltà oggi nel praticare sport e nel promuovere lo sport?

Se penso a ciò che stanno vivendo i giovani oggi a causa di questa emergenza mi si stringe lo stomaco e mi piange il cuore. Immagino la sofferenza di tanti bimbi e adolescenti traumatizzati da un evento così drammatico. Probabilmente sono molto più consapevoli di noi adulti e noi neanche ce ne accorgiamo. I ragazzi hanno una sensibilità straordinaria: hanno avuto disciplina e rispetto delle regole. Basti pensare ai tanti giovani che vengono a nuotare in piscina e a come si sono comportati. La cosa che mi preoccupa è che qualche generazione perderà gioia e momenti. Basti pensare a tutti gli atleti che non hanno partecipato al campionato di categoria della scorsa stagione, per chi è al primo anno della categoria ragazzi ha perso un’opportunità. Già il fatto di aver perso i criteria, i meeting, il sogno di partecipare a un campionato italiano è stato pesante, figuriamoci la delusione di oggi per il fatto che stiamo ripiombando nella medesima situazione. La speranza è quella di non bruciare i sogni di tanti ragazzi e di tanti atleti. Ecco perché ritengo che sia prezioso e dignitoso per le amministrazioni poter dare una mano. Perdiamo le professionalità costruite negli anni di allenatori e istruttori, si brucerebbe un patrimonio agonistico meraviglioso di ragazzi che inseguono un sogno con tutto ciò che ne consegue. Ci stiamo giocando qualcosa di prezioso, non solo in termini monetari, ma in termini umani e sociali. L’impatto sociale è gigantesco.

 

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