Olimpiadi, perché sì.

Fare l’olimpiade

Si continua a dibattere se fare l’Olimpiade o no. Si legge e si sente di tutto. Le ragioni del sì sembrano deboli. Le ragioni del no sembrano importanti: pericolo per la salute, impossibilità per tutti di prepararsi, costi aggiuntivi …

Salute

La salute non è roba da poco. In certi casi è tutto. E’ in ballo la questione del vivere. Ma la salute fino a che punto può essere un motivo per non vivere? E poi perché chiamiamo salute solo la non malattia? Salute è stare bene, è dare senso all’agire, è cercare soddisfazione. E’ salute vivere rinchiusi a tempo indeterminato? E’ salute vivere nell’immobilità? E’ salute vivere da soli e nascosti?

E’ chiaro che non si deve essere assurdi. Non ci si butta nel fuoco. Neanche da un aereo senza paracadute. Ma vivere è decidere e misurare i rischi secondo ragione. E’ questo il lavoro dello spirito. Occorre pensare, ordinare, controllare. Il rischio è parte del vivere e la società deve saper valutare il rischio. Lo sa fare se vuole. Quando vuole.

Impossibilità di prepararsi

Molti non si potrebbero preparare come  altri. Ma questo è un problema?

Quando mai è così. Quando mai un nuotatore siriano ha avuto le stesse possibilità di prepararsi di un giovane di Stanford? Quando mai una federazione africana ha potuto spendere come una federazione occidentale? Quando mai il Lussemburgo ha potuto selezionare gli atleti come fa l’America per competere alla pari?

Eppure l’Olimpiade è un luogo in cui l’America gareggia col Lussemburgo, e il Botswana con l’Australia. Non è l’ISL. All’Olimpiade il grande gareggia e affronta il piccolo, il forte il debole e questo rende l’Olimpiade l’Olimpiade. Qualcosa di unico il cui senso è l’unione tra diversi e la gara un pretesto per dire dell’altro. Tra l’altro è anche sempre stato un pretesto bellissimo.

L’obiezione avrebbe senso solo se l’olimpiade avesse il compito sociale di misurare le azioni umane, come forse molti vorrebbero. Ma non ce l’ha. Oppure avrebbe senso se dovesse stabilire, come una guerra mondiale, chi è il più forte e decidere in base a questo chi deve comandare. Ma per fortuna non è così! O non lo è mai del tutto.

una festa

L’Olimpiade é una festa (lo dice De Coubertin). Festa, che vuol dire attesa prima e tempo che si ferma poi. Festa é pausa, tregua, sosta. E’ vivere un attimo di ristoro, senza tempo, con un tempo indefinito che è un barlume d’eternità. Festa è anche celebrare qualcosa. L’Olimpiade deve celebrare l’uomo, la vita e la scelta di un certo modo di vivere, quello che decide che si guarda in avanti.

Non è proprio quando incombe la morte che occorre ricordare come si vive?

Costi

E poi c’è la questione dei costi. Nel mondo a trazione capitalistica la questione dei costi è un totem,’ un fantasma, uno spettro, un pretesto, una chimera. Ma è anche un gioco, più o meno sporco, e una questione sempre relativa. Il gioco è tra chi guadagna e chi ci perde, un gioco giocato da pochi. Probabilmente tutto dipende da questo gioco.

Ma a me piace pensare che la festa si farà perché la bellezza di quest’evento è una bellezza che tutti vogliono gustare. Mi piace pensare che l’Olimpiade si farà perché ha un messaggio che serve al nostro mondo malato proprio perché è malato. Mi piace pensare che l’Olimpiade si farà perché una debole brezza dello spirito di Olimpia, il sogno di un vecchio, non ha ancora smesso di soffiare.

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