La decadenza del campione

Cadere.

Quando si va troppo in alto si cade. E’ una legge umana, troppo umana. Johnny Weissmuller, nella sua doppia carriera di atleta e di attore, era andato davvero in alto. Quello che lo aveva sempre salvato era stato il lavoro: da ragazzo, quando cercava di uscire dal nulla, da atleta, quando gli bastava fare come diceva Bachrach, e anche da attore, perché sapeva che quando ce la metteva tutta andava sempre bene.

Bere

Ma ad un certo punto, però, il lavoro era finito e senza lavorare Johnny andava in crisi. In crisi cominciava a bere. Soldi, mogli, vita dispendiosa, pretese.  Quando beveva non sorrideva più. Hollywood lo aveva costretto al  divorzio da Bobbe Arnst, la donna che aveva amato da giovane e poi lo aveva voluto plasmare. Lupe Vélez, Beryl Scott e Allen Gates, le altre mogli, a loro modo gli avevano anche voluto bene, ma lo avevano fatto da donne di Hollywood, dove ognuno vive per sé, e vivere vuol dire splendere. Così era successo che continuamente qualcuno gli aveva tolto qualcosa.

Lutto

Il  colpo più grave fu quando un incidente stradale gli aveva portato via Heidi, una dei tre figli avuti da Beryl Scott. Heidi aveva 19 anni. La sua adolescenza era stata difficile, ma poi si era messa a posto e Johnny ne era felicissimo. Il lutto, per lui, fu durissimo. Era il 1962. Persa la sicurezza dei personaggi che aveva interpretato si era perso anche lui. Probabilmente fu quel fatto e la solutine  a fargli accettare le avance di Maria Bauman, una altra donna che voleva qualcosa da lui. Una donna strana, che si spacciava per una nobile tedesca. Una donna che gli avrebbe succhiato l’anima.

International swimming hall of fame.

Non smise mai però, di essere quello che era sempre stato: un ragazzone bonario e generoso. Se gli chiedevano diceva sempre sì. Ad esempio, nel 1965, quando accettò di sostenere e promuovere l’International Swimming Hall of Fame a Fort Lauderdale, per aiutare il suo amico Buck Dawson. La sua unica paga fu un ufficio con una stella e il suo nome sulla porta, che non usò mai. Sul lungomare di Fort Lauderdale però, misero anche una sua statua in bronzo e impressero le sue impronte sulla passerella di cemento che serviva ad arrivarci.

Lavoro

Ad un certo punto ricominciò ad accettare offerte di lavoro. Andò in radio e in televisione e in molti si accorsero che il suo personaggio tirava ancora e la sua faccia simpatica “bucava” sempre. Così  prestò l’immagine di sé per propagandare prodotti commerciali. Con quei lavori ricominciò a pagare i conti. Un agente di Hollywood, che lo aveva visto, lo chiamò anche per chiedergli di considerare un ruolo simile a quello di Bogart in The African Queen. Ma poi non fece nulla. Ad un certo punto cominciarono a chiamarlo i grandi club di Las Vegas. Ma in uno di questi incontri ebbe il suo primo ictus.

Ultima apparizione

L’ultima apparizione pubblica di Johnny fu nel 1976, quando fece il suo famoso urlo per un gruppo di newyorkesi, nel giorno del suo inserimento nella Body Building Guild Hall of Fame. Quello fu un giorno veramente estenuante per lui. Era così esausto che disse alla moglie: “Tesoro, sto diventando così vecchio, credo dovremmo tornare a casa subito. ” Ma poco dopo il suo arrivo a Las Vegas, ebbe un altro ictus. La moglie lo fece trasferire a Los Angeles.  La sua mente cominciava a svanire drammaticamente. Gli articoli dei paparazzi, però, continuavano a sfruttarne il cliché, descrivendolo oscillante sui lampadari mentre saltava dentro e fuori dai letti di donne anziane benestanti.

Acapulco

Anche la moglie, dato che non poteva prendergli altro, si giocava la carta della sua immagine e della sua storia, rilasciando interviste e permettendo biografie sempre più inventate. Johnny, invece, finì ricoverato in un letto d’ospedale, installato nella casa di Acapulco. Solo. Compagna e figlia (non la sua, quella di lei) cercavano di vivere la loro vita comunque. Non avevano tempo da dedicargli, né affetto sufficiente per accoglierlo nel suo declino. Oltretutto tenevano anche tutti gli altri lontano. Così finì per morire solo e abbandonato. Era il 20 gennaio 1984. Aveva settantanove anni.

Funerali

Il memoriale fu vergognoso, una specie di circo; una parata, con un nano che guidava uno scimpanzé e un Tarzan che urlava ripetutamente a tutto volume da un altoparlante. Anche il prete ebbe problemi a dirigere la messa in quel pandemonio. La moglie organizzò anche un secondo memoriale, probabilmente per specularci ancora un po’. Anche questo fu una carnevalata degna di essere dimenticata. Ma ad un certo punto, prima che tutti si disperdessero, ventun colpi di cannone del corpo Marines degli Stati Uniti salutarono il campione.  Era l’ultimo commiato che si usava per i capi di stato. Ted Kennedy, il senatore, s’era ricordato di chi fosse stato Johnny Weissmuller per gli americani e aveva voluto farlo sapere in quel modo. Un gesto commovente in un mare di imbarazzo e umiliazione.

Epilogo

Johnny Weissmuller era stato un campione assoluto. Era stato anche un uomo felice e ridente, che aveva incantato chi gli era stato vicino. Se la vita era stata un gioco, però, non sempre aveva giocato bene. Era anche uno che pensava in modo semplice: “Un uomo dovrebbe stare dove Dio lo colloca  e combattere per le cose in cui crede “. Questo diceva, questo faceva. Nella sua mente l’esito della battaglia era scontato: i cattivi perdono, i bravi  vincono. Fuori dall’acqua, però, è difficile capire cosa si vince e come si vince ed è  davvero facile perdere. Forse era stato Hollywood ad aver ucciso Tarzan, come dissero alcuni. Forse era stata la famiglia ad uccidere Johnny, come pensò il figlio che portava il suo stesso nome, quando, amareggiato, scrisse di lui con tutto l’affetto possibile.

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