Ansie da recupero

Il 2020 volge al termine. È stato un anno che ci ha chiesto di essere genitori più di qualsiasi altra cosa. Qualcuno ci è riuscito egregiamente, qualcuno decentemente, qualcun altro ha definitivamente capito che essere genitore proprio non fa per lui, perciò figli miei, sono spiacente, in qualche maniera tireremo avanti.

Ma le difficoltà non sono mai inutili, per padri e madri di giovani atleti le occasioni per mettersi in gioco non sono mancate.

Per colpa del Covid mio figlio sta dimenticando come si nuota. Ma oh, fa certe pappardelle…

Scossi da tanta convivenza coi nostri marmocchi, freschi laureati all’università delle quattro mura di casa, durante il lockdown non accettavamo la realtà e cercavamo di far recuperare le vasche perse a furia di cyclette di nonna, poi abbiamo assistito allucinati al mondo che cambiava nella sua interezza, con alcuni ambiti che ogni giorno provavano ad adattarsi alla fitta grandinata di DPCM.

Tra questi, quello del nuoto ha mantenuto faticosamente in allenamento il maggior numero di atleti agonisti possibile e, non da meno, ha permesso ai genitori dei ragazzi di vestire la cintura nera da organizzatori di routine.

Proprio a noi che venivamo da anni di “scuola – occhialini – borsa – macchina – cloro – macchina – compiti – da capo”, hanno aggiunto “mascherina – distanziamento – igienizzazione – tampone – isolamento – da capo”. Per come eravamo allenati, è stata una bazzecola. O quasi.

Così, armati di costanza e calmanti siamo giunti all’autunno dove qualcosa, molto, non è andato liscio. Le società sono state vittima di numerose chiusure e quando hanno riaperto, le interruzioni per adattarsi alle nuove linee guida o alle riorganizzazioni interne, sono state numerose.

Capire il perché di tutta questa incostanza per i bambini è stato difficile. Senza gare e con allenamenti discontinui, la fiammella negli occhi di più di un ragazzo si è spenta e qualcuno ha inevitabilmente deciso di iscriversi a tennis, qualcuno ha preferito morire di noia a casa, e qualcuno altro ancora ha preferito morire di noia a tennis. La sostanza è che senza la competizione è venuto a mancare un traino ludico e motivazionale enorme, un problema sia degli allenatori che dei genitori.

La bravura di chi ce la sta facendo è stata, è, e sarà, tenere viva quella fiammella parlando ai nostri figli con fiducia del futuro. Esatto, proprio di quel futuro incerto, che preoccupa tanto noi adulti e che non perdiamo occasione di alimentarci con le tre domande cardine dell’ansia:

  1. Si tornerà alla normalità?
  2. Se sì, quando?
  3. E quando accadrà, che tempi mi farà ‘sto ragazzo?

Ammettiamolo, almeno una volta ci è balenato nel cervello. Normale. È trascorso praticamente un anno e in piena crescita sportiva sono stati più gli allenamenti saltati che quelli svolti e il timore che la carriera di nostro figlio sia andata alle ortiche ci ha segretamente angosciato.

Questo tarlo latente ha contribuito a inibirci quando serviva fare promesse tranquillizzanti, perché appunto non solo c’è il Covid-19, non solo non sappiamo quando nostro figlio tornerà a gareggiare normalmente, ma quando avverrà temiamo anche che vada male e di certo non abbiamo il cuore di dirglielo.

Anche perché sarebbe una vaccata colossale. Ricominciamo con la smania del risultato?

Michael Phelps iniziò a nuotare a 12 anni e difficilmente avrebbe fatto meglio iniziando a 8; alla recente ISL sono caduti una mezza dozzina di record del mondo; e non è questione di talento, io pur essendo stato a dieta per un anno, al matrimonio di mio cugino ho mangiato tutte le portate, bissando la torta.

È l’elasticità del corpo umano. In pochi mesi di applicazione costante si recuperano le capacità “perse” e si raggiungono i livelli attesi senza le dolorose soste.

Pensate quanta fiducia avranno in loro stessi i nostri ragazzi quando, superata questa crisi, vedranno che si saranno ripresi la loro vita.

Pensate con quale coraggio affronteranno i problemi in futuro, non solo sportivi, sapendo quale montagna sono stati capaci di valicare.

Ne avranno talmente tanto di coraggio magari, da regalarne un po’ anche a noi.

Ph. ©Pixabay

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