Rari Nantes: Vaudano, il terzo uomo

Questa foto è grandiosa. Merita. Dice tutto di Nino Vaudano, Amilcare Giuseppe Mario detto Nino, nato a Gorla (Milano) il 21 luglio 1879,  ma torinese fino al midollo. Fu lui il terzo uomo tra i pionieri del nuoto, i fondatori della Federazione Italiana Nuoto. Il fisico esile degli uomini di fine ottocento. Il baffetto e la spavalderia dell’ufficiale del giovane Regno d’Italia. La fierezza dei Rari Nantes, quelli che si buttano anche quando l’acqua sta per diventare ghiaccio.

pionieri

In realtà,  i membri  “del collegio dei pionieri del nuoto” all’atto della fondazione, dovevano essere più di tre. A Como, in quel famoso 14 Agosto del 1899, avrebbero dovuto esserci almeno i legittimi rappresentanti delle Rari Nantes affiliate. Oltre alle società di Milano, Roma e Torino, si parla di Genova, Pisa, Castelgandolfo, Genzano, Bracciano e Anguillara. E’ la vulgata, o se volete la facilitazione della memoria, che ne ha selezionato tre: Santoni, Cantù e Vaudano. I più rappresentativi.

Ciclista

Vaudano però non era neanche un nuotatore. O meglio, non lo era nel senso che pensiamo noi. Non era di quelli che si distinguevano per velocità o resistenza o che faceva gare. Come si vede dalla foto, il suo pallino era nuotare anche d’inverno. Anche col ghiaccio. Era di quelli che pensavano che se qualcuno finiva in acqua bisognava per forza buttarsi per salvarlo. E voleva dimostrarlo. I nuotatori invernali erano tutti tipi come lui. “Nuotatore invernale” era un vero e proprio titolo, riservato a coloro che avevano partecipato ad almeno quindici “gite” con la temperatura dell’acqua non superiore ai 12 gradi. Come segno di riconoscimento, potevano applicare al costume un nastro giallo largo un centimetro, che li distingueva. Ma principalmente Nino Vaudano era un ciclista (ma anche uno schermitore, un cavaliere e un pugile). Solo che insieme ai fratelli Gianni, campione di canottaggio e Franz, ginnasta, aveva fondato la Rari Nantes Torino, proprio in quell’anno.

Cimenti

L’idea dei “cimenti“, però, non era stata la sua, ma di Giuseppe Cantù. Cantù aveva organizzato la prima nuotata invernale nel Naviglio grande, a Milano, nel gennaio 1895. 250 metri a nuoto, con l’acqua a 5 gradi, in località Restocco. Nino era stato uno di quelli che avevano partecipato, partendo in bicicletta da Torino. Finita la gara era tornato a casa, nello stesso modo. Naturalmente in giornata. Quel viaggio lo avrebbe fatto altre quattro volte. Poi, nel febbraio del 1899, oltre a decidere di fondare una Rari Nantes, aveva organizzato un “cimento” tutto suo a Torino. In quella prova, che si ripeté per molti anni, lo si vide sempre in prima linea, impavido, come nella foto, fino ad età avanzata. Morì infatti nella sua Torino, nel 1970 a 91 anni.

salvare qualcuno

Non perse mai l’idea di salvare qualcuno. Più volte fu citato sui giornali per esser intervenuto in un  salvataggio. Una volta da cavalli imbizzarriti. Da Commissario della Federazione Italiana Nuoto, mise in piedi una squadra composta da dieci guardie municipali e da alcuni pompieri per estrarre dall’acqua, anche in condizioni difficili, persone in procinto di annegare. Il gruppo si era specializzato anche nel prestare i primi soccorsi senza l’aiuto di nessuno.

Capitano

Sebbene sia nominato come colonnello nelle storie dei Rari Nantes, quando partecipò alla prima guerra mondiale aveva i gradi di capitano. Quindi con molta probabilità, all’atto della fondazione, era un giovane tenente. Militare al cento per cento, uomo d’onore, il capitano Vaudano, in guerra fece la sua parte nel corpo degli alpini. Si guadagnò anche un bel mucchio di decorazioni e la stima di superiori e soldati. Era uno che ci credeva davvero. Tornato a casa, lesse le notizie che arrivavano da Fiume, e si arruolò immediatamente come volontario nel Battaglione Ufficiali delle Milizie Legionarie Fiumane. Così lasciò di nuovo casa, moglie e tre figli piccoli (Nino, Guido e Angiola Maria), per raggiungere Gabriele d’Annunzio, in quell’impresa quasi disperata di ribelli Mazziniani, Nazionalisti, agitatori di professioni e spiriti liberi d’ogni tipo.

Eroismo

Le storie di quelle epoche erano storie di eroismi, ideali e probabilmente di follie. La moglie Pierina Rivero, per esempio, ne era una prova. Sul fronte della Grande Guerra (o forse è sempre meglio dire dell’Inutile Strage) non esitò a raggiungerlo al fronte per soccorrerlo ogni volta che tornava ferito. Quando era il caso lo rassicurava con fermezza e condivideva pienamente le sue scelte, anche le più difficili per la famiglia. Altri tempi, altri mondi, altri uomini, altre donne. Ma anche D’annunzio ne restò colpito. A sua moglie dedicò parole memorabili.

Coraggio

In un’ intervista a chi gli chiedeva come aveva fatto, il nostro capitano aveva risposto così:” il coraggio non è poi una gran cosa. Ho avuto bisogno di un’altra forza, ben maggiore: quella di mantenermi galantuomo in occasioni dove approfittare era facile come ridere e se non approfittavi ti dicevano che eri fesso. Ecco, questa forza me l’ha data mia moglie”.

Gabriellino

Nino era diventato molto amico di Gabriele D’annunzio, che aveva bisogno di gente come lui, fidata e solida. A lui il “Vate degli italiani” riservò azioni molto delicate della sfortunata impresa fiumana. Nelle numerose lettere che si scambiarono il capitano chiamava il suo comandante “Gabriellino”, rivelando con quel nome tutta la loro vicinanza. “Vigile, silenzioso, audace, ideatore ed esecutore, … Legionario impareggiabile, completo, esemplare” così invece lo definiva il poeta, nel documento di consegna della medaglia d’oro che gli fu concessa per atti di valor militare e civile proprio in quell’occasione.

Ultimo incarico

Quando l’impresa finì, nel modo doloroso con cui si concluse la “Presa di Fiume”, gli assegnò un ultimo incarico con queste parole: Sii dunque silenzioso testimone. Va, se puoi, presso il confino di ferro spinato; e conficca in una spina una foglia del lauro del 12 settembre 1919, pensando alla mia tristezza solinga. Nel ritorno, passa di qui; Sali al vittoriale; e racconta. La vera gloria è intima, è chiusa, è ben composta e non dà faville: forse è la mia. Ti abbraccio. Il tuo, Gabriele D’Annunzio’.

E, accluse a quella lettera, due foglie prese da un arbusto di alloro nel giorno dell’entrata di quegli strani ribelli, esagitati e sognatori, in quella perduta e straziata città della Dalmazia!

 

 

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