“Ha fatto anche cose buone”

“Fino a 17 mesi fa non conoscevo questo mondo”

“Grazie, ce n’eravamo accorti”

Si potrebbe riassumere così l’anno e mezzo di Vincenzo Spadafora ai vertici dello sport italiano, ma sarebbe ingiusto liquidarlo come un Toninelli qualunque. Il ministro uscente rispetto ai suoi compagni di partito ha dimostrato acume politico (arriva dalla scuola UDEUR di Clemente Mastella, non dimentichiamolo), individuando nello sport, o meglio nella categoria dei tecnici sportivi, un bacino elettorale che ha coltivato meticolosamente arrivando ad essere uno dei ministri più popolari del Conte bis -qualcuno lo aveva addirittura candidato a capo del governo nel momento delle prime schermaglie di Matteo Renzi, prima che diventasse chiaro che il senatore di Rignano mirava al bersaglio grosso.

Alcuni meriti gli vanno riconosciuti: ha portato per la prima volta all’attenzione della politica l’esistenza del comparto sportivo nella sua interezza. Senza minimamente comprenderne le reali dimensioni e necessità, come è evidente dall’imbarazzante autocompiacimento per “avere fatto il massimo”, ha comunque rivendicato un posto per lo sport al tavolo dei decisori. Ha sollevato diverse questioni non più rinviabili, prima fra tutte quella della valorizzazione e tutela del lavoro sportivo; la governance del CONI, il vincolo sportivo, le pari opportunità.

Purtroppo a tutte queste questioni ha dato risposte fantozzianamente inadeguate, rischiando di spedire i nostri atleti a Tokyo senza bandiera ma, soprattutto, gettando con la sua riforma i presupposti per il definitivo collasso dell’intero sistema, già piegato al limite della rottura da questi dodici mesi di pandemia.

Non si può quindi negargli di essersi applicato alla materia con il massimo dell’impegno ma visti i risultati, ecco, la prossima volta basta il pensiero.

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