Che fatica! (seconda parte)

Dopo aver parlato della fatica da pandemia, oggi prenderò in considerazione prima quella legata al lavoro ed poi quella relativa allo sport.

La fatica in ambito lavorativo

Lo smartworking impazza ormai da circa un anno.
Molti lo celebrano come particolarmente produttivo, altri si sentono finalmente liberi dal dover condividere spazi e tempo con colleghi pedanti e inutilmente puntigliosi ma… A quale prezzo? Come si sta dopo quasi dodici mesi di lavoro in isolamento?

Alcuni diranno che ci sono le call, le riunioni su una miriade di piattaforme digitali, pur sapendo in cuor loro che qualcosa manca terribilmente: la genuina relazione umana, fatta sia di sorrisi che di musi lunghi, ma proprio per questo autentica ed irrinunciabile. Ed è proprio per questo che il lavoro ci sta affaticando sempre di più: da smart il lavoro è diventato hard. Siamo saturi!

La saturazione psicologica è legata alla ripetuta esecuzione di comportamenti in situazioni uniformi di lunga durata, che ne modifica inesorabilmente la valenza, trasformando ciò che è positivo in negativo, fino ad arrivare a sentirne una vera e propria avversione emotiva che si traduce in fatica.
La determinazione fa sì che si riesca ad indirizzare le energie residue e continuare a lavorare, nonostante il distacco emozionale e di coinvolgimento.
Ma anche questo ha ovviamente un prezzo da pagare, perché senza obiettivi, senza la valutazione dei progressi fatti e delle difficoltà da affrontare, si producono disattenzione, dimenticanze ed errori. E chi lavora perde il senso di autoefficacia e di auto realizzazione.

Anche qui possiamo individuare dei rimedi. Cerchiamo di rimodulare la nostra giornata lavorativa in durata ed intensità definendo con un planning personale le priorità della giornata, cancellando poi quelle eseguite, facciamo in modo che la nostra postazione di lavoro sia accogliente e il più possibile comoda, diamo un nuovo significato ai nostri compiti lavorativi, complimentiamoci con noi stessi per l’impegno ed il lavoro svolto, impariamo ad ascoltare e rispettare le sensazioni che il nostro corpo ci invia e facciamo delle pause mindfulness (dedicherò a questo uno dei miei prossimi articoli).

Insomma, impariamo a trasformare il Non ce la faccio più in Vado avanti!

La fatica nello sport

Il tema della fatica è molto studiato dalla psicologia dello sport, da moltissimi anni.
Molte sono le pubblicazioni scientifiche in merito. Alcuni autori hanno indicato in che modo prevenirla, altri ne hanno indicato una formula matematica:

FFM (fatica fisiologica massimale) – FMA(fatica massima accettata a livello psicologico)

per indicare che maggiore è la differenza più ampia è la debolezza e, in caso di valore negativo, maggiore è il rischio di doping.

Nel mio lavoro ho avuto spesso a che fare con atleti che, fin da giovanissimi, hanno imparato a temere la fatica. La causa principale è rappresentata dal condizionamento familiare abbinato ad un inappropriato carico di lavoro. Tutto questo rappresenta un ostacolo piuttosto importante perché imparano a focalizzarsi su un solo elemento del loro allenamento dandogli per di più un significato profondamente negativo.

Le ricerche condotte in questo campo ci dicono che l’affaticamento mentale riducendo il processo decisionale e la precisione della coordinazione motoria e tecnico motoria, deteriora inevitabilmente la qualità dell’allenamento prima ed il livello prestativo poi. Quindi se gli atleti imparano ad aspettarsi la sgradevole sensazione di fatica, questo diventerà un ostacolo al loro impegno, frenerà la loro esuberanza atletica, spegnerà la passione per lo sport.

È compito dei loro allenatori dare i giusti input per favorire la costruzione del vero significato dell’allenamento, le sue finalità e l’utilità della fatica come segnale positivo che indica un buon lavoro produttivo. Lavorare sulla consapevolezza dell’atleta è sempre la chiave giusta, insieme ovviamente al calibrare adeguatamente i carichi di lavoro.

La psicologia dello sport è sempre una preziosa alleata degli allenatori perché fornisce professionalità e strumenti per un lavoro di squadra con l’obiettivo della lungimiranza e del benessere dell’atleta e dell’allenatore.

Un ulteriore suggerimento: cambiate la prospettiva ai vostri atleti. A fine allenamento introducete il momento del bilancio positivo, offrite loro una riflessione su quante cose utili e produttive sono state fatte durante l’allenamento. Questo li orienterà su ciò che diceva l’indimenticabile Marco Pantani:
“Quando sei al limite della fatica sono solo le tue doti ad aiutarti”.

Bibliografia
Mingardo L., Perali F., Reggio F., Oltre l’emergenza. Lo smart working in una prospettiva allargata di conciliazione del lavoro con altri ambiti relazionali di persone e comunità: un percorso interdisciplinare, Journal of Ethics and Legal Technologies, 2020
Polani D., Prevenzione della fatica del nuoto, La tecnica del nuoto anno XXVIII, 2-3, 20-24, 2001
Reicher S., Drury J., Pandemic fatigue? How adherence to covid-19 regulations has been misrepresented and why it matters, BMJ, 2021

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