Le varianti

Lo sport e la pandemia sembrano rincorrersi in una sfida perenne e senza sosta, che dalle periferie del mondo (quantomeno quello che definiamo occidentale) sale fino all’Olimpo di Tokyo e guarda oltre.Rimanendo nei confini nozionali, senza l’ardire di rivelare verità assolute o elaborare teorie geniali, ci si limita, come di solito, a qualche osservazione sulla fotografia dell’attualità.
Con il lockdown tutto lo sport, tutto, si è fermato.
Poi la riapertura: le massime serie, le categorie più importanti, per garantire per gli interessi più rilevanti, le qualificazioni olimpiche, sacrificando il pubblico; poi gli atleti comunque di interesse nazionale, per garantire l’allenamento, quindi le gare, consentendo  anche gli spostamenti oltre le barriere dei colori regionali, sacrificando tutta l’attività che non rientrava nei limiti fissati; poi lo sport di base, purché si praticasse attività all’aperto, individualmente, senza contatto, sacrificando anche le docce.
Una riapertura “a soffietto” come le porte dei tinelli della nostra infanzia: un po’ più aperte da una parte, più strette dall’altra, con un’apparente logica, che più che tale è sembrata spesso solo apparente.
Nel frattempo sono passati mesi, sull’onda di Dpcm più o meno condivisi, di ristori più o meno reali ed efficaci.
Intanto sono arrivati gli attesi decreti, 6 – 1 = 5, mentre la bandiera dell’Italia rischiava  di rimanere a sventolare impolverata, soltanto su qualche balcone e in silenzio.
Nel frattempo il virus ha iniziato a variare.E una nuova forma ha iniziato ad assumerla anche lo sport.
Mutati i protocolli CONI, le disposizioni della FMSI, le indicazioni del CTS?
No.
L’iniziativa parte dallo sport stesso, che varia.
Così varia l’età degli agonisti per una federazione, varia l’organizzazione dei campionati di un’altra, varia il concetto di sport di contatto o meno per un’altra ancora e così via: viene in mente il noto adagio sulla legge fatta e la modalità trovata per eluderla, ma non sembra il caso di usare parole forti.
In buona sostanza tutto l’impianto normativo faticosamente approntato, viene di fatto svuotato di significato, rimanendo un’impalcatura che non sorregge nemmeno se stessa.
O meglio: mentre si vedono gareggiare ragazzini improvvisamente agonisti e si organizzano nuove realtà competitive anche a livello nazionale, con connessa attività di allenamento e preparazione, si continuano a vedere le palestre e le piscine chiuse, secondo le disposizioni vigenti.
Le varianti, infatti, sono imponderabili: non dipende infatti dal tipo di sport e dalla modalità della pratica (di squadra, singolo, di contatto, ecc), ma dall’ardire delle dirigenze federali, dall’inventiva dei comitati e delle società…
E varia anche lo scenario politico, per cui lo sport sparisce evaporato tra ministeri e deleghe.
Il pensiero corre all’excursus endo e esofederale della vicenda Juve/Napoli, icona del rapporto tra gli ordinamenti, statale e sportivo, della necessità del rispetto delle normative, tutte, vigenti, e della via per risolvere, in un senso o nell’altro, gli eventuali conflitti… ma non è questa la sede né si ha l’autorevolezza nemmeno per una pennellata a commento.*
Rimane l’amarezza nel vedere lo sport considerato il fanalino di coda della realtà istituzionale, economica, sociale, educativa.
Invece di approntare seri interventi che consentano con criterio di riprendere la pratica sportiva in maniera controllata e scrupolosa, nell’effettivo e reale rispetto delle regole, si è lasciata, in concreto, all’iniziativa e alla fantasia delle singole entità, a tutti i livelli, la possibilità di adattare formalmente l’organizzazione dell’attività sportiva alle disposizioni vigenti.
Che anche lo sport possa diventare un’urgenza, che possa davvero essere oggetto di una cura attenta e adatta alla reali esigenze…whatever it takes.

* vedi Olympialex Review n. 03/2020 – in pubblicazione

Cristina VaranoAvvocato del Foro di Roma; esperto di giustizia sportiva; Procuratore Federale FIJLKAM/FIPE.

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