Marco Bonifazi: l’allenamento deve essere sempre rivolto all’esaltazione delle qualità. Disallenamento non significa necessariamente negatività

Una stagione, quella del 2019/2020, decisamente senza precedenti. E quella che è cominciata a settembre, e che dovrebbe vedere a calendario i Giochi Olimpici, non sembra purtroppo essere molto diversa. Moltissimi impianti chiusi, gravi incertezze, difficoltà nella programmazione, gare obiettivo poco certe. E in tutto questo si collocano gli atleti, dove i più fortunati sono riusciti ad allenarsi con continuità, altri di meno; ci sono state delle interruzioni forzate a causa della malattia, che fortunatamente, nella maggior parte dei casi, si è presentata con un esito di positività al tampone ma in assenza di sintomi. Ci siamo chiesti quali potessero essere le conseguenze a livello fisiologico, metabolico e di adattamento. Ne abbiamo parlato con il professor Marco Bonifazi, professore associato presso l’Università degli Studi di Siena e Presidente della Commissione Medica della Federazione Italiana Nuoto.

Nuoto•com – La continuità è una delle caratteristiche dell’allenamento, insieme a progressività, multilateralità, alternanza ciclica e individualizzazione. A causa del Covid-19 questo elemento è mancato, o meglio, si è alterato andando a influenzare anche gli altri. Quali sono le sue considerazioni in proposito?

Marco Bonifazi – Anzitutto bisogna capire quanto la pandemia abbia alterato questa continuità. Per quanto riguarda gli atleti di alto livello infatti, essi si sono potuti allenare in maniera abbastanza continua, salvo interruzioni dovute a positività o per essere stati a stretto contatto con positivi. Questo periodo di incertezza nella programmazione dell’allenamento deve un po’ far ripensare al modello tradizionale, secondo il quale è necessario un determinato livello di carico per ottenere un miglioramento prestativo. In realtà si può anche pensare, rimodulando l’allenamento, a un modello in cui i carichi sono mantenuti relativamente bassi e relativamente costanti, ottenendo un miglioramento prestativo attraverso lo sviluppo di alcuni aspetti, prevalentemente di natura tecnica. Quindi la continuità viene data dall’impostazione generale del programma di lavoro, più che dal fatto di poter assicurare giorno dopo giorno lo svolgimento dell’allenamento. Non si deve diventare schiavi del fatto che l’atleta deve saltare meno allenamenti possibili altrimenti crolla tutto, cosa che in realtà non è. Perciò, se cominciamo a vedere la continuità come un qualcosa che lega un filo logico di impostazione del programma di lavoro,  questa può essere fatta anche se ci sono dei periodi relativamente brevi di sosta forzata. Poi è chiaro che se l’interruzione è data dal fatto che la piscina per sei mesi è chiusa, è un’altra cosa.

NPC – Un altro elemento che caratterizza l’allenamento è l’alternanza tra carico e recupero (scarico), altra variabile che si è alterata a causa della pandemia. Attraverso la supercompensazione andiamo a elevare le riserve funzionali, fenomeno che sostanzialmente si manifesta con la diminuzione del dispendio energetico per unità di lavoro svolto, con l’aumento dell’intensità e dell’efficacia del funzionamento dei diversi organi e sistemi all’interno del corpo. L’allenamento viene programmato e periodizzato al fine di creare nell’atleta degli adattamenti a lungo termine, utilizzando l’effetto cumulativo dei carichi. In che modo le varie interruzioni nella programmazione possono aver influito?

MB – Questo è un aspetto molto interessante. L’alternanza tra carico e recupero è un aspetto che fa riferimento alla supercompensazione. Questo modello deve essere conosciuto e studiato, perché aiuta la comprensione dei fenomeni legati all’allenamento. Ma deve anche, allo stesso tempo, essere considerato come una base teorica di osservazione funzionale, più che legato a correlati biologici o fisiologici. È legato al fatto che l’affaticamento indotto dall’allenamento determina un calo della capacità di prestazione; poi, attraverso il riposo, il recupero attivo o passivo, otteniamo una supercompensazione, cioè il ripristino dei processi energetici, meccanici e funzionali a un livello superiore a quello precedente, con conseguente innalzamento della capacità di prestazione. Questo modello non è l’unico che può essere considerato: in realtà ci sono diversi modelli attuali che considerano come non sia nemmeno necessario sconfinare nella condizione di perdita funzionale, legata all’affaticamento cronico, e che pertanto non sia necessaria una fase di carico e di scarico per ottenere obbligatoriamente degli adattamenti. Posta così la questione, come conosciuta tradizionalmente, evidenzia un limite, specialmente nella condizione attuale, non essendoci la possibilità di caricare adeguatamente e di gestire i periodi di scarico. Bisogna capire che se si è nell’incertezza della continuità del lavoro, non si devono cercare gli adattamenti attraverso modelli tradizionali di carico e di scarico. Bisogna puntare a un programma più lungimirante, più a lungo termine: una distribuzione dei carichi che possa consentire ugualmente gli adattamenti ma senza sfruttare il principio della supercompensazione. Che peraltro non è l’unica possibilità per gli atleti di alto livello. Attualmente si parla di overreaching funzionale, che è un modello esattamente sovrapponibile al concetto della supercompensazione. Ci sono alcuni ricercatori, ma anch’io mi sento di condividere il pensiero, che sostengono che non sia necessario raggiungere l’overreaching funzionale, ma che anzi, può essere pericoloso perché il confine tra funzionale e non funzionale non è così chiaro; il rischio è che, a fronte di un periodo di carico, si vada incontro ad uno stato di affaticamento che non si recupera neanche con il tapering.

NPC – Prendendo a riferimento il Platonov, testo che viene dato agli aspiranti allenatori durante i corsi di formazione FIN “Nello sport moderno, la conservazione di un livello elevato di adattamento per un periodo prolungato è tipico dell’ultima tappa della preparazione pluriennale, è legato al mantenimento dei risultati sportivi al massimo livello possibile ed è caratterizzato da una specificità abbastanza complessa. Un grado molto elevato di adattamento dei sistemi funzionali dell’organismo formato in risposta a stimoli duraturi, positivi ed intensi d’allenamento può essere conservato solo se vengono utilizzati carichi diretti a mantenerlo, di elevata intensità. Ne deriva il problema della ricerca di un sistema di carichi che garantisca che il livello di adattamento raggiunto si conservi, senza provocare l’esaurimento e il logoramento delle strutture dell’organismo responsabili dell’adattamento stesso. […] Per questa ragione, si deve risolvere un problema estremamente difficile, cioè trovare soluzioni metodologiche che permettano di mantenere un elevato livello di risultati, anche quando alcune componenti dell’adattamento si estinguono, mentre altre vengono migliorate grazie alle riserve rimaste”. Ritiene che con gli atleti d’élite gli adattamenti raggiunti siano tali per cui il margine di miglioramento è così limitato che bisogna cercare solo il mantenimento?

MB – Vorrei fare una premessa: i testi scritti dai teorici dell’allenamento sono fondamentali per crearsi una cultura di base adeguata sull’argomento. Bisogna però dire che la teoria dell’allenamento ha una valenza generale che poi deve essere adattata alla singola disciplina, poiché ogni sport presenta caratteristiche molto diverse. Il nuoto in particolare presenta alcune peculiarità che sono uniche nel suo genere. Quindi, i testi della teoria dell’allenamento vanno studiati e devono far parte del bagaglio culturale dell’allenatore, ma bisogna considerare che sono costruiti sulla base delle interpretazioni delle esperienze svolte e rappresentano, appunto, aspetti teorici di carattere generale, che non hanno molti correlati di tipo fisiologico, ammesso che questi siano quelli più determinanti per la prestazione.

Fatta questa premessa, possiamo rifarci un po’ a quanto detto precedentemente. Questa idea che il carico debba essere aumentato progressivamente per raggiungere determinate prestazioni, porta poi a scontrarsi con la possibilità reale di gestire questi carichi, sia in termini di volume che in termini di intensità. L’idea che mano a mano che si va avanti negli anni con l’allenamento, si debba per forza incrementare il carico di lavoro, è un’idea che può portare a una difficoltà di raggiungimento degli obiettivi e quindi a un vicolo cieco. In realtà, su questo aspetto, alcuni teorici dell’allenamento sostengono che invece si possa sfruttare, specialmente per gli atleti di alto livello, gli effetti residui dell’allenamento stesso e della memoria dell’allenamento dei periodi precedenti, intesi anche come anni precedenti. E quindi si possa in realtà diminuire la parte di preparazione generale, mantenendo un’elevata specificità, senza che ci sia bisogno ogni volta di ripartire da aspetti di base, quindi focalizzando l’allenamento verso i temi principali che si dovrebbero sviluppare. Vorrei cercare di stimolare in chi legge l’idea che ci si possa svincolare e sentirsi un po’ più liberi da concetti che riguardano i principi fondanti dell’allenamento, che sono basilari per impostare il lavoro, ma se presi alla lettera imbrigliano e limitano le possibilità di esplorazione dell’atleta e della tipologia di allenamento. Gli allenatori, nella programmazione per i loro atleti, non devono sentirsi troppo vincolati a modelli un po’ coercitivi: quest’idea della supercompensazione, che il carico debba sempre crescere, da un anno all’alto, da un periodo all’altro, alla fine imbrigliano, costringono in qualche modo a percorsi obbligati dell’allenamento, che non è detto, in realtà, portino a risultati migliori. Valgono come espressione generale, ma l’interpretazione letterale potrebbe vincolare eccessivamente la costruzione del piano di lavoro. L’allenatore dovrebbe considerare che in ogni periodo c’è sempre un margine su cui poter lavorare, che si possono ottenere dei risultati anche semplicemente modificando l’impianto del lavoro senza necessariamente legarsi ad aspetti di intensità e di volume che sono quelli  tradizionali. A volte fare cose diverse può servire a ripristinare o a sfruttare meglio le riserve di adattamento dell’atleta. Resta comunque fondamentale la capacità di osservazione dell’allenatore, per leggere le risposte che l’atleta dà a fronte di certi stimoli, senza vincolarsi troppo, o in maniera troppo pedissequa, in maniera troppo osservante ai principi teorici dell’allenamento. Quelli sono la base dalla quale partire, vanno necessariamente conosciuti, vanno rispettati ma non devono diventare vincoli.

L’altro aspetto che va considerato è che la continua ricerca dei correlati fisiologici dell’allenamento spinge il pensiero verso una modellizzazione di natura strettamente fisiologica limitando la considerazione verso altri aspetti. Io faccio il fisiologo e ho contribuito alla stesura dei modelli di allenamento utilizzati nel nuoto sin dagli anni ’80. Però nel nuoto sappiamo che in realtà l’efficienza, il costo energetico, contano di più degli aspetti fisiologici. Cioè, per migliorare la prestazione è più importante abbassare il costo energetico che non migliorare la potenza del sistema aerobico o di quello anaerobico. Troppo spesso gli allenatori, sia perchè i modelli sono parte integrante della formazione dei tecnici, e sia perché è un po’ più facile ragionare solo in termini di meccanismi energetici, costruiscono l’allenamento impostandolo sulla ricerca di miglioramento del massimo consumo di ossigeno, della tolleranza al lattato, etc. Dimenticando però che il miglioramento prestativo avviene più che altro perché diminuisce il costo energetico e migliora l’efficienza della nuotata. Il miglioramento dell’efficienza ha principalmente una base tecnica, dipende anche dalla qualità del nuotatore e dai suoi automatismi, ma anche dall’impostazione della nuotata, dalla correzione della stessa, dalla postura in acqua, dalla fluidità del movimento, dal rollio, da tutti quegli accorgimenti che l’allenatore mette in atto a seconda dell’atleta che sta allenando. Questi adattamenti tecnici, che migliorano l’efficienza e migliorano la prestazione, non sono soggetti ad aspetti di ciclizzazione o di adattamento, anzi, se il carico di allenamento è basso e quindi lo stress è ridotto, sia quello metabolico che quello che deriva dall’attenzione e dalla concentrazione e dalla sopportazione della fatica, i gesti motori e le loro correzioni vengono meglio. Quindi lo sfruttamento dei periodi, anche intervallati da stop causati da ridotta disponibilità dell’impianto, può essere attuato benissimo. Tradotto in pratica significa ridurre il carico, poiché non si possono sfruttare periodi di alternanza del carico e di compensazioni, e focalizzarsi sulla tecnica , sulle partenze, sulle virate, sulla fluidità del movimento, sullo scivolamento e molti altri aspetti che possono fare la differenza.

 

BONIFAZI Marco
Female 10 KM
Piombino 18/08/20 Golfo di Baratti
Campionati Italiani Assoluti Nuoto in Acque Libere 2020
Photo Andrea Masini/DBM/Insidefoto

 

NPC – Sempre prendendo spunto da Platonov, “La sospensione dell’allenamento, oppure l’utilizzazione di carichi di scarsa intensità e volume, che non sono in grado di garantire il mantenimento del livello dei cambiamenti adattativi raggiunto portano ad un “disadattamento”. […] Se il processo di allenamento viene sospeso completamente, il processo di disadattamento si sviluppa in modo molto intenso. Invece, se l’allenamento viene continuato, anche se con un volume ridotto (20-30% di quello normale), l’effetto di allenamento raggiunto precedentemente si mantiene per un periodo abbastanza lungo (non inferiore a due-tre mesi) (Wilmore, Costill, 1994). Potrebbe essere quanto è accaduto agli atleti d’élite?

MB – Mi sento di dire che è vero che se l’allenamento viene ridotto sotto un certo limite si ha il cosiddetto disadattamento, ma disadattamento non è solo un termine negativo. Anzitutto il disadattamento può riguardare alcuni parametri biologici, ma non è affatto detto che si debbano perdere qualità nel controllo della tecnica. Certo, ovviamente entro centri limiti. Il mantenimento della forza muscolare è un aspetto fondamentale, ma quello può essere fatto anche a secco e a corpo libero. Il disadattamento può essere diverso a seconda degli aspetti che si vanno ad analizzare e non solo. Ci sono dei dati, presi su velocisti di livello nazionale, facendo fare loro delle prove dopo un periodo di totale disallenamento, che dimostrano come alcune qualità, come per esempio l’efficienza, dopo un periodo di disallenamento era addirittura migliorata.

In passato capitava che i velocisti, per esempio, si allenassero troppo dal punto di vista aerobico a intensità troppo alta per lunghi periodi, perdendo una nuotata adeguata alle esigenze di gara e adattandosi, anche da un punto di vista tecnico, a sopportare l’allenamento più che a focalizzarsi sulla gara. Dopo un periodo di stop, succedeva che con il disallenamento andavano un po’ più piano ma miglioravano alcuni indici, ad esempio la distanza per ciclo di bracciata. Il disallenamento in certe situazioni può far riscoprire alcune qualità dell’atleta in qualche modo sopite, nascoste da un allenamento non proprio adeguato alle sue caratteristiche. Paradossalmente è come se con il disallenamento rifiorissero le qualità migliori dell’atleta , che poi sono quelle geneticamente determinate, sulle quali però un allenamento non strettamente rivolto all’esaltazione delle qualità di cui uno è in possesso, può addirittura essere controproducente. Se si allena un velocista come un mezzofondista, per esempio, si inibiscono qualità: l’allenamento deve essere sempre orientato all’esaltazione delle qualità ottimali e non alla ricerca di un compenso delle qualità carenti, se le qualità sono carenti significa che il substrato genetico non c’è e quindi è inutile sforzarsi a tirarle fuori. L’allenamento deve esaltare le qualità presenti, le qualità geneticamente determinate. A volte succede che l’allenamento va in una direzione opposta, specie se massificato.

NPC – Un’altra considerazione, sempre illustrata nel Platonov, dice che “Un aspetto importante del processo di disadattamento è che si sviluppa in modo non uniforme. nelle prime settimane successive alla sospensione dell’allenamento si nota una diminuzione notevole della riserva funzionale del sistema di adattamento. Successivamente il processo rallenta. Le reazioni di adattamento si conservano in forma occulta per un lungo periodo e servono da base affinché, quando viene ripreso l’allenamento dopo la sua sospensione, il recupero del livello di adattamento perduto sia più rapido rispetto al tempo impiegato inizialmente per la sua formazione (Pshennikova, 1986). Qual è il suo pensiero a tal proposito?

MB – Non sappiamo bene cosa significhi la memoria dell’allenamento, però sappiamo che esiste e che non è tanto su base strettamente biologica, bensì su base motoria, coordinativa, di immaginazione e interpretazione del movimento, di interpretazione dello sforzo che si sta facendo. Un esempio classico è dato da una persona che è andata in palestra a fare pesi da giovane e quando ci ritorna dopo un periodo di stop anche di molti anni, riesce a raggiungere una forma fisica molto più rapidamente di un pari età che non è mai andato in palestra. Questa è una cosa nota, non si sa da che dipenda questa memoria, non è semplicemente di carattere metabolico o biochimico, è legata a un insieme di fattori legati alla capacità di riapprendere che è molto più rapida della capacità di apprendere. Questo vale anche per le capacità cognitive. C’è effettivamente una memoria reale, per motivi psicologici, funzionali, biologici. Ovviamente quello che si riapprende molto più rapidamente è quello che si è fatto. La specificità è molto forte, e nel nuoto è ancora più particolare.

NPC – Una considerazione a parte viene fatta per il VO2max “I maggiori valori del VO2max, dovuti all’allenamento, diminuiscono molto più lentamente rispetto a quelli dell’attività degli enzimi ossidativi (le capacità aerobiche) che possono decrescere già dopo 1-2 settimane dalla sospensione dell’allenamento, per ritornare al livello iniziale dopo alcune settimane (Shantz et al.,1983); essi, infatti, sono in grado di ripristinarsi rapidamente dopo la ripresa dell’allenamento (Pette, 1984). È d’accordo con questa considerazione? Ritiene che quanto detto possa essere valido anche per ciò che è accaduto in questo periodo caratterizzato dalla pandemia?

MB – Il VO2max è un aspetto più strettamente fisiologico. Consiste nella massima capacità di assumere, di trasportare e di utilizzare l’ossigeno e ciascuna di queste componenti ha diversi livelli di funzionalità di organi e apparati, principalmente il sistema respiratorio, il sistema cardio circolatorio e poi la biochimica muscolare. Gli adattamenti a livello biochimico muscolare sono molto rapidi, ma sono rapidi nella crescita e nella decrescita: la sintesi  degli enzimi avviene nel giro di alcune ore o pochi giorni e gli adattamenti si guadagnano o si perdono nel giro di brevissimo tempo. Però, per esempio, le dimensioni del cuore e la capacità che ha di pompare sangue, hanno dei processi più lenti di adattamento e di decremento, nell’ordine di settimane o mesi. I valori dell’emoglobina o del numero dei globuli rossi subiscono anch’essi variazioni piuttosto lente, quindi l’insieme fa si che alcuni aspetti si perdano rapidamente ma si ripristinino altrettanto rapidamente, altri invece si guadagnano o si perdono più lentamente. Però, per quanto riguarda il decremento del massimo consumo di ossigeno, prima di raggiungere livelli tali da condizionare negativamente la prestazione sicuramente è nell’ordine di un paio di settimane, non è sicuramente una cosa immediata.  Poi nel nuoto bisogna sempre far riferimento a quanta energia si è in grado di produrre per trasformarla in avanzamento, cioè bisogna  sempre far riferimento all’efficienza. E poiché l’efficienza nel nuoto è molto bassa, se pur perdendo in qualità energetiche e metaboliche, si migliora questa efficienza ci si mantiene comunque su un livello elevato.

NPC – Quale influenza ha avuto il ruolo della preparazione a secco, che durante il primo lockdown è stata sicuramente potenziata, poiché nient’altro si poteva fare?

MB – Ritengo sia un aspetto importante. In considerazione a quello detto sinora, penso che un livello adeguato di forza sia importante e che vada mantenuto. Mantenere una tecnica adeguata, stimolare l’esercitazione di natura tecnica e quindi cercare di migliorare l’efficienza natatoria, significa anche poter contare sul controllo posturale, significa poter contare su una forza adeguata a stabilizzare le articolazioni, specie quella della spalla e del gomito, al fine di assicurare un controllo costante della nuotata, oltre che della forza dei muscoli propulsori specifici. Mi riferisco anche al fatto che la correzione della tecnica, se non si ha sufficiente forza muscolare, può essere più difficile. Sto parlando di forza muscolare che può essere mantenuta a secco anche a corpo libero. Abbiamo visto durante il primo lockdown che possono essere programmati in vari modi. Questo ritengo possa essere un aspetto determinante, è un presupposto necessario per poter gestire anche un affinamento della tecnica. La perdita di qualità muscolari che controllano, per esempio, la postura in acqua inciderebbe in maniera molto importante. Ma fortunatamente si può gestire con relativa facilità.

 

GIULIANI Massimo, BONIFAZI Marco, MORINI Stefano ITA
Yeosu South Korea 13/07/2019
Open Water Men’s 5km
18th FINA World Aquatics Championships
Expo Ocean Park
Photo © Andrea Masini / Deepbluemedia / Insidefoto

 

NPC – A livello di valutazione funzionale, cioè di misurazione dell’attività dei sistemi che determinano la prestazione sportiva, ha notato delle variazioni importanti?

MB – In realtà non particolarmente. I test di valutazione funzionale, che sono importanti per valutare il percorso dell’atleta perché danno spunti di riflessione e di discussione, negli atleti di alto livello presentano variazioni nel tempo abbastanza modeste. Gabriele Detti o Gregorio Paltrinieri, per esempio, sono partiti dopo il lockdown da livelli più bassi, ma comunque sovrapponibili o forse anche lievemente migliori da quelli che si osservano a inizio stagione a settembre. Nel giro di due mesi circa erano già vicini ai loro livelli ottimali. Con i test di valutazione funzionale possiamo vedere quando ritornano intorno ai loro livelli ottimali. Significa che la loro prestazione in gara è vicina al livello ottimale, ma vicina significa ci possono essere delle variazioni nel riscontro cronometrico che non sono prevedibili dalle valutazioni funzionali. Significa che si è osservato che l’atleta ha raggiunto un livello adeguato di forma fisica complessiva che poi andrà affinata con i vari aspetti che riguardano l’allenamento, quindi la tecnica, la tattica di gara, l’approccio alla competizione, la necessità di trovare un recupero adeguato con il tapering, etc. Significa che siamo rientrati nella zona che consente di ottenere la prestazione migliore.

Questo tipo di prove di valutazione funzionale danno risposte più precise nei mezzofondisti e nei fondisti. La natura dei test di valutazione funzionale prevede la costruzione di grafici che mettano in relazione lattato e velocità, partendo da velocità molto basse e arrivando a velocità elevate e utilizzando delle distanze che durino qualche minuto, per esempio 5 da 300, oppure 7 da 200. Si fanno quindi test che i velocisti non potrebbero fare.  Solo costruendo una curva con più punti in cui per ogni ripetizione si prendono la frequenza di bracciata, la distanza per ciclo di bracciata, il lattato, le pulsazioni, l’indice di percezione dello sforzo attraverso la scala di Borg, si riescono a calcolare alcuni indici di efficienza, e questo si fa bene se si fanno molte prove, e le prove devono avere una lunghezza adeguata. Per esempio fare 7 da 100 è troppo breve per stabilizzare i parametri che devono essere valutati. Quindi ciascuna delle ripetizioni deve essere di una lunghezza adeguata e la distanza minima funzionale all’analisi è 200 m, perciò bisogna per forza essere dei mezzofondisti. La valutazione dei velocisti la si fa con serie più corte, a passo costante o incrementale, 6 da 50 oppure 3 serie di 5 da 100 con concetti differenti.

NPC – Personalmente si aspettava i risultati che si sono avuti, sia di tipo prestazionale che di recupero?

MB – Personalmente pensavo che potessero esserci questi riscontri, che poi la cosa si sia effettivamente verificata per alcuni nostri nuotatori e nuotatrici ha fatto solo piacere. Anche all’estero si sono viste prestazioni rilevanti da parte di alcuni atleti. Diversi atleti hanno avuto sicuramente delle prestazioni eccellenti, anche superiori alle aspettative, ma comunque, in un contesto come quello che stiamo vivendo, con una densità minore rispetto al solito.

Vorrei approfittare per dire che uno dei miei timori sull’allenamento per l’alto livello è che gli atleti si allenino troppo: negli atleti di alto livello che sono fortemente motivati, sia per l’intensità, sia per il volume, sia per spinta da parte dell’allenatore, il rischio maggiore è il carico eccessivo, non troppo poco. Quindi se ci sono condizioni esterne che riducono l’applicazione continua e prolungata del carico, a volte può capitare che siano vantaggiose. Solitamente è più facile scivolare nell’eccesso che nel difetto, spesso anche per la grinta, per la voglia di fare dell’atleta stesso. L’allenamento che in alcuni periodi può essere ottimale, in altri può non esserlo; se si sommano fattori di stress extra sportivo può diventare un carico eccessivo, perché poi i meccanismi di adattamento crescono sempre sugli stessi sistemi. Quindi a volte non tutto il male viene per nuocere: ci possono essere occasioni per rivedere modelli, ritarare il carico, rivedere il progetto.

NPC – Negli atleti d’élite la programmazione è solitamente quadriennale, da un’edizione dei Giochi Olimpici all’altra. È significativo, secondo lei, il fatto che questa pandemia si sia verificata nell’ultimo anno del quadriennio di preparazione, o è stato ininfluente? Ha inciso sui buoni risultati, giustificandoli? Se fosse stato il secondo anno, per esempio, ci sarebbero state maggiori probabilità di osservare un calo più significativo della prestazione?

MB – Forse sarebbe stato più tollerabile nel primo anno del quadriennio, però poi bisogna vedere da un punto di vista individuale. Certamente lo slittamento di un anno delle Olimpiadi per alcuni atleti giovani è stata una grande opportunità perché c’è la possibilità di crescere ulteriormente. E lì la programmazione pluriennale è ancora nella fase in cui l’incremento progressivo del carico può essere facilmente prolungato e sfruttato l’anno successivo, indipendentemente dal disegno generale. Altri atleti più grandi hanno necessità di “tirare” ulteriormente la preparazione con uno sforzo anche mentale, si devono approcciare ad un ulteriore, inaspettato, periodo di lavoro. Ma credo che siano situazioni comunque gestibili.

MB – In Italia la programmazione pluriennale punta senz’altro ad un certo incremento del carico e della qualità del lavoro nell’arco del quadriennio. Si tende a costruire periodi più rilassati e di lavoro alternativo all’inizio del quadriennio. Per esempio, dopo Rio 2016, Paltrinieri andò in Australia per fare nuove esperienze, difficilmente sono esperienze che si fanno nell’anno olimpico. Inizialmente il lavoro viene lasciato un pochino più libero forse. Nemmeno tanto ridotto in termini di volume o di intensità, semplicemente un po’ più libero nei contenuti. C’è comunque da dire che gli italiani focalizzano la preparazione con il massimo impegno per la gara estiva principale. Per noi, che l’appuntamento estivo siano gli europei, o i mondiali post-olimpici o le Olimpiadi stesse, la stagione la stagione la costruiamo sempre facendo l’altura, il collegiale, il periodo di preparazione finale con il massimo impegno, e così via. Altri atleti, altre nazioni focalizzano molto meno i mondiali rispetto alle Olimpiadi. La programmazione pluriennale, per alcuni di loro,  anziché rappresentare un insieme di tasselli che converge verso l’Olimpiade, è semplicemente basata sul fatto che negli anni pre-olimpici si allenano meno, riservando energie per l’anno olimpico. Quindi fanno meno gare, nuotano volumi inferiori. Ecco quindi che torniamo al discorso iniziale: spesso queste impostazioni pratiche vanno al di là di quanto scritto nei libri,  cioè che ci dovrebbe essere un’impostazione pluriennale e che abbia una coerenza e che converga verso l’appuntamento principale. In realtà spesso succede che gli atleti siano lasciati un po’ più liberi a inizio quadriennio, salvo poi convergere nell’ultimo anno prima delle Olimpiadi rafforzando la preparazione. E questo non ha molto di scientifico, è semplicemente legato alla motivazione, agli obiettivi. Però significa anche che ci sono dei periodi di ristoro o di recupero che possono far trovare energie supplementari nella stagione più importante. Noi forse lo facciamo meno di altre nazioni.

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