Cos’è la felicità?

Oggi è la giornata mondiale della felicità.

Detto così sembra una ricorrenza difficile da celebrare di questi tempi tra emergenza sanitaria, difficoltà lavorative e personali.

Eppure c’è uno studioso statunitense, Martin Seligman, che ha dedicato la sua vita professionale a studiare la felicità, prendendosi il merito di cambiare il punto di vista della psicologia, diventando così lo psicologo più eminente del XX secolo e dando vita insieme al collega Mihály Csikszentmihalyi al movimento della Psicologia Positiva che, è opportuno specificare, non ha nulla in comune con il superficiale “penso positivo”.

La sua idea di partenza è stata che se la psicologia ha capito le cause che rendono infelici le persone, la psicologia positiva può studiare come sia possibile renderle felici.

Ed è proprio quello che ha fatto la psicologia positiva avvalendosi del metodo scientifico.

La salute non può essere semplicemente assenza di malattia ma deve invece essere prevenzione: alla base c’è la convinzione che sia da preferire la strada di rinforzare le qualità personali, mettendo a fuoco gli aspetti positivi dell’esistenza come potenzialità, risorse, abilità ed emozioni piacevoli.

Seligman ha studiato il benessere come tema centrale della qualità della vita, partendo dal concetto di impotenza appresa, una condizione psicologica caratterizzata dall’aspettativa della fallacia delle proprie azioni. Cioè l’idea che le proprie azioni non abbiano alcun effetto sugli eventi perché non consentono di controllare o modificare una data situazione. Quindi si smette di agire perché ci si aspetta che ogni azione messa in atto sia inefficace per affrontare gli eventi.

Questa aspettativa è il risultato di uno stile attribuzionale pessimistico e cioè del modo con il quale ci spieghiamo gli eventi. A fronte di un evento negativo ci diciamo, convincendoci, che sarà sempre così, che è la vita ad andare male, che siamo quindi impotenti. Quindi all’evento saranno attribuite caratteristiche: permanenti, pervasive e personali. Attribuzione questa che in tempi di COVID-19 è diventata tristemente popolare. In sintesi: niente sarà più come prima (quante volte abbiamo sentito dire questa frase funesta?). Quindi si smette di agire, di prendere iniziative, di essere propositivi, tutte cose ritenute appunto inutili.

Seligman nella sua teoria dell’ottimismo suggerisce l’importanza della ristrutturazione delle convinzioni disfunzionali, trasformando quindi il nostro stile attribuzionale in ottimistico, per favorire il raggiungimento del benessere. Quindi dovremmo imparare a dare agli eventi negativi cause temporanee, specifiche e meno personali: la pandemia è una condizione attuale, alcune persone si ammalano gravemente altre meno ma la maggioranza non si contagia, alcune persone sono particolarmente pessimiste e poco aderenti alle regole. Io posso fare molto: rispettare le regole ed aspettare con fiducia la data del vaccino. Seligman probabilmente descriverebbe così la situazione: in modo oggettivo e realistico, mettendo in evidenza le risorse personali.

Seligman ci dice che il benessere è il frutto di cinque elementi: provare emozioni positive, impegnarsi ad utilizzare le proprie potenzialità, seguire un ideale e dare un senso alla vita, ottenere risultati, vivere relazioni positive e gratificanti, al meglio delle proprie possibilità.

Come migliorare il benessere? Certamente mantenendo l’equilibrio tra i vari aspetti della vita: famiglia, lavoro e tempo libero -mai come in questo periodo si rende necessario trovare dei confini tra questi aspetti. Accettando le emozioni negative come parte della vita, gestendole in modo funzionale. Registrando tutto ciò che è positivo nella nostra giornata, aggiungendo attività piacevoli alla nostra routine quotidiana, imparando a gestire lo stress (è possibile seguire dei percorsi psicoeducativi). Ma anche aumentando impegno e coinvolgimento nelle attività, nelle relazioni, nel nostro tempo libero alimentando i nostri interessi e le nostre passioni.

“L’ottimismo”, dice Seligman, “è speranza. Non è assenza di sofferenza, non è essere sempre felici e soddisfatti. È la convinzione che sebbene si possa sbagliare o si possa avere un’esperienza dolorosa, si può agire per cambiare le cose.”

Ph. ©Stephan Streuders @Pexels

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