Che Giochi?

Ci siamo.  Il conto alla rovescia è partito.

La torcia olimpica è in viaggio attraverso il Giappone verso l’Olympic Stadium, rimesso a nuovo per l’occasione dai Giochi del 1964. Le squadre olimpiche nazionali scaldano i motori. Alcune sono già complete, altre si definiranno all’ultimo momento.

Se quattro anni sono tanti, cinque sembrano infiniti.

L’Olimpiade della pandemia, quella blindata. I playbooks pubblicati finora dal CIO, definiscono linee guida molto rigide per qualunque attività si svolga in relazione all’evento. Regole ferree per atleti, allenatori, officiali e media. Ulteriori aggiornamenti arriveranno strada facendo.

Misure severe per contenere l’epidemia e garantire a tutti giochi sicuri e Covid free. Ma a quale prezzo? Per ora abbiamo la certezza che non si potrà fare il tifo se non con il solo battito delle mani. Bandite urla e fischi. Vietato visitare il Paese ospitante, la permanenza in Giappone si limiterà al villaggio ed ai campi gara. Vietata la condivisione di pasti, di momenti di svago, di vita comunitaria.

Ci mancherà il tifo da stadio, quello talmente appassionato da dover chiedere il silenzio per procedere alla partenza. Ci mancherà il pubblico. Quello che anche se non ti guardi intorno, puoi sentire sulla pelle. Un brivido ti riporta alla realtà, ma lo rimandi subito indietro perché devi tornare in te e gareggiare, non puoi farti sovrastare dalle emozioni.

Ci mancheranno gli abbracci per festeggiare una vittoria o per consolarsi da una sconfitta. Ci mancherà sfilare dietro la nostra bandiera uniti come fossimo uno.

Ciò mi rattrista; perché è proprio quella condivisione di momenti che rende così speciali le gare olimpiche. Il mangiare fianco a fianco con qualcuno che vive dall’altra parte del mondo. Vedere le grandi stelle dello sport mondiale nel tuo stesso villaggio e provare ad avere una foto ricordo. Sono piccoli attimi di vita quotidiana che possono sembrare superflui ma che fanno parte di quel bagaglio emozionale riempito da un’esperienza ai Giochi.

Ma questa è la realtà e piuttosto che rimandarli è giusto adattarsi e vivere l’esperienza che verrà. In fin dei conti la difficoltà è, quest’anno come mai prima, una caratteristica che accomuna tutti i partecipanti, e questo li renderà ugualmente uniti nonostante le distanze fisiche imposte.

Volti di mille etnie coperti da una stessa mascherina, ma la voglia di esserci e di urlare al mondo che il virus non vincerà, accomuna tutti nella speranza che sia solo l’inizio di un ritorno alla normalità.

Ph. ©G.Scala/Deepbluemedia

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