Un fotografo italiano a Tokyo. Episodio 10: il mio omaggio per Federica

Vi ricordate quando siamo saltati da un millennio all’altro? Un privilegio immenso. Vivere a cavallo di due millenni, mica solo secoli. Certo è una convenzione, ma il mondo è impazzito. C’era il terrificante bug, che avrebbe cancellato il nostro passato. Ci sono stati millenaristi che ammonivano “Ricordati che devi morire” ” Mo’ m’o segno” avrebbe risposto Troisi.

Se il povero Massimo fosse ancora vivo si segnerebbe anche la data di oggi. E non scrivendola sull’acqua, anche se è lì che si è compiuta.

Oggi è finito il Federicacene. Addirittura un’era. Sportiva, non geologica. È difficile scrivere dire o pensare qualcosa di originale, che non sia già stato detto o pensato su Federica Pellegrini.

Personalmente, ho appena commentato sui miei social che è molto sospetta la coincidenza che ha visto la crescita della Deepbluemedia esattamente in parallelo a quella della carriera di Fede.

Oggi con il mio collega Gian Mattia, anche lui qui a Tokyo, e con tutto il clan attivato a Roma che con occhi da rapace notturno segue i Giochi, ci sentivamo tutti pronti a versare fiumi di lacrime. In realtà la commozione si è consumata ieri, al momento della qualifica per la finale, il vero momento storico.

Non nascondo che uno dei motivi che mi hanno spinto a imbarcarmi per Tokyo è stato il desiderio di assistere alla sua ultima gara.

È difficile parlare della lunghissima carriera di Federica, con molti alti e bassi. Di sicuro ci ha cambiati: tutto l’interesse che ruota intorno al nuoto è in gran parte merito suo. Io vengo dall’era di Giorgio Lamberti, ho attraversato quella di Massimiliano Rosolino Domenico Fioravanti, ma Federica è stata unica.

Oggi i giornali sono pieni di grafici e statistiche che ricordano i suoi risultati. Io ho un’ottima memoria, e ricordo ogni sua gara e ogni emozione che ho provato. Me lo chiedono spesso: ma dopo tanti anni non ti annoi a seguire il nuoto? O riesci ancora ad emozionarti? Io rispondo: un po’ e un po’. Da giovane ero più integralista ed ero coetaneo degli atleti (oggi quasi mi danno del lei) e quindi emotivamente più coinvolto.

Oggi però durante la disgraziata staffetta c’era Giulia Vetrano sul blocco e Federica in piedi dietro di lei, e ho pensato che quando l’una vinceva l’argento di Atena l’altra doveva ancora nascere, e mi è salito un brivido lungo la schiena.

Questa è un’Olimpiade di grande ricambio generazionale, di miti che crollano: da quando non vedevamo Katinka Hosszu arrivare ottava in una finale? Il momento giusto per cedere lo scettro, ancora da primatista mondiale: chiamatemi malizioso, ma l’applauso al termine dei 200 più che per Ariarne Titmus era per il suo record che ha resistito all’assalto dell’australiana.

Il record: è paradossale perché, rispetto a quanto dicevo sopra, io delle sue imprese a Roma 2009 non ricordo quasi niente, perché ero troppo impegnato a fare il photo manager, e l’ho vissuta attraverso il lavoro del mio team, a posteriori.

Ciò che ha reso unica Federica io credo siano state le sue sorprese: ogni volta che pensavamo “Grazie, è stata una carriera fantastica, ora puoi riposare”, lei tirava fuori un’altra prestazione maiuscola. E lo ha fatto anche qui: la magia era arrivare in finale, era evidente che la medaglia fosse fuori questione, ci sarebbe voluta una divinità, mentre lei è un essere umano, per quanto… Divina.

Quante volte dopo una delle sue (rare) controprestazioni abbiamo pronunciato la battuta cretina, “abbiamo perso la Fede”? Beh, adesso l’abbiamo persa per davvero. Diventeremo un popolo di agnostici?

La foto che accompagna questo pezzo è un esempio di panning, una tecnica che consiste nel catturare l’immagine di un soggetto seguendone il movimento in modo tale da rendere poco definito lo sfondo (banalmente si potrebbe dire “sfocato” ma non è la stessa cosa e tante persone confondono i termini), ma catturando il soggetto perfettamente a fuoco. È un tipo di foto difficile da realizzare nel nuoto, perché gli atleti sono lenti (un nuotatore procede a 5-8 Km/h), e in questi diciassette anni, con migliaia di foto scattate a Federica, non avevo mai provato a realizzare un panning. Mi è venuto questo pensiero mentre usciva dalla vasca e mi sono detto “lo faccio”.

Non è un panning meraviglioso, è un’atleta che se ne sta andando, ma è il mio omaggio per Federica.

 

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