Un fotografo italiano a Tokyo. Episodio 11: Manifesto

Il giovedì mattina a Tokyo si scatena l’inferno, sembra di essere da noi il venerdì pomeriggio. C’è un traffico allucinante, e in taxi sto impiegando il triplo del tempo per raggiungere l’Aquatics Centre. Non so cosa sia successo, forse semplicemente il tassinaro mi sta fregando, pratica condivisa con i suoi colleghi di tutto il mondo.


Taxi con merletti

Mi rendo conto che nella mia disamina dei nuotatori fotograficamente problematici dell’altro ieri ho dimenticato una categoria: quella dei farfallisti che respirano lateralmente. Se li conosci non è un problema: Ilaria Bianchi respira a sinistra, Elena Di Liddo a destra; ma con gli sconosciuti è un problema. Tu ti prepari per scattare la foto giusta e ti trovi dal lato sbagliato. Se sei posizionato a metà vasca o all’andata o al ritorno li becchi, ma se come capita spesso ti trovi a una delle due estremità non riesci mai a fotografarli. E c’è di peggio: qualche farfallista come Matteo Rivolta sta lanciando la moda di respirare guardando verso il basso, tipo razza, il che lo rende infotografabile. A questi atleti vorrei chiedere: ma non potete respirare come tutti gli altri? Bello, diritto, frontale? Già c’è il problema del “fritto”, adesso pure sta roba.

Look at the ground

Ma i peggiori di tutti sono quelli che non esultano in caso di vittoria. Uno per tutti: Kristof Milak. Io, se fossi uno sponsor dell’ungherese, lo obbligherei a felicitarsi anche quando vince una gara al trofeo parrocchiale. Come si dice “mortacci tua” in ungherese?

Sad Kristof

Altra nota a margine: nel nostro immaginario, trasporti in Giappone significa treni: superveloci, ultramoderni, a levitazione magnetica, con gli addetti che spingono dentro i passeggeri in barba a Covid e distanziamento. Quello che non sappiamo è che invece il traporto merci si svolge interamente su gomma. Questo significa che, essendo la maggior parte dei siti olimpici nella zona industriale a ridosso del porto, tutto il traffico intorno agli impianti sportivi è completamente bloccato da migliaia di enormi camion. Di sicuro, se rinasco giapponese, che già di per sé sarebbe una bella sfiga, non faccio il camionista. C’è un tale traffico che inizio a chiedermi se esiste una parola giapponese per indicare il “dare di matto, estrarre la katana e sbudellare chiunque capiti a tiro”, l’equivalente per intenderci dello scandinavo berserk. 

Nel congedarmi, il tassista si scusa ancora per il ritardo con il quale è passato a prendermi in albergo e si giustifica dicendo di avere trovato una gomma a terra, al che non posso esimermi dal ribattezzarlo Soushito Bukato.

Non ride.

Oggi, per noi una giornata felice: Gregorio Paltrinieri ha compiuto l’impensabile. Ha sconfitto, col cuore, il malefico duo Michael Anthony Epstein and Yvonne Barr, soccombendo solo all’americano Robert Finke. La coppia Epstein-Barr non gareggia nel mezzofondo ma ha dato il nome al virus della mononucleosi. Loro lo hanno scoperto, ma il virus è fetente di suo. Farlo fuori in così poco tempo è indice di un cuore superlativo, sia fisiologicamente che metaforicamente.

Mentre le foto della giornata partono lungo la Rete in direzione Roma vorrei raccontare come funziona il meccanismo che la Deepbluemedia ha messo in piedi. Poi dopo non chiedete le foto gratis!

Il padre fondatore (io) dell’agenzia è a Tokyo e vive in una stamberga. La mattina prende un taxi e ci mette un’ora per arrivare all’Aquatics Centre. Il taxi per le prime due settimane lo paga il Comitato organizzatore delle Olimpiadi, sennò col cavolo: trenta euro a viaggio.

Arrivato all’Aquatics centre deve esibire il biglietto. Si, il biglietto. Non basta l’accredito. Poi, dopo un breve percorso a trenta gradi con un’umidità che sembra di essere sotto l’ascella di Sun Yang mentre aspetta il verdetto del TAS, entra in sala stampa. Qui conferma di voler andare nella postazione riportata sul biglietto. Le postazioni vicino alla vasca sono A e B, le altre sono in piccionaia.


La piccionaia

Le postazioni sono dei gradoni troppo alti per essere saliti agevolmente ma troppo bassi per sedersi comodamente. Quando c’è in gara Caeleb Dressel sono gremite, altrimenti il posto si trova. Il collega Ian, scozzese che non si capisce una mazza quando parla ma è veramente gentile (oltre ad essere un fotografo coi controfiocchi) , dorme probabilmente in vasca per avere la postazione migliore.

Trovato uno scomodo posto, mette alla propria destra il laptop e lo collega alla rete elettrica, a quella internet e inserisce lo “scarichino” (lettore di schede). Poi prega che funzioni tutto. perché ogni tanto non succede. Apre il browser con WhatsApp, il File Explorer sulla cartella che userà per scaricare le foto della mattina, poi Photomechanic, per selezionarle e Filezilla, per spedirle via a FTP. A questo punto saluta su WhatsApp l’altra parte dell’agenzia, quella che sta saltando la notte per aiutarlo, i mitici Andrea Staccioli, fotografo di lusso, e Federica Muccichini, fotografa e nuotatrice master. Poi iniziano le gare.

Dopo ciascuna gara (tutte le batterie o semifinali della sessione) scarica una scheda sul computer, operazione fortunatamente piuttosto veloce, e le rivede su Photomechanic, selezionando solo quelle taggate durante gli scatti e trascinandole su  Filezilla, che consente il trasferimento dei dati utilizzando il protocollo FTP verso il nostro server, che si trova credo in California. Da Roma i nostri eroi notturni si collegano e scaricano le immagini dopo essersi accordati su chi tratta che cosa. Dopo averle lavorate, come descritto in un precedente post, eseguono l’operazione più importante: l’inserimento dei metadati, quelle informazioni (chi, cosa, quando, dove) che permettono alle foto di essere trovate da chi le cerca.

Questo in teoria.

In pratica, mentre succede tutto questo io sono impegnato a reggere una specie di bazooka del peso di diversi chili posato su un monopiede, che non può essere appoggiato da nessuna parte a meno di non assestare una monopiedata sulla nuca di qualcuno, lavorando quindi con una mano sola. Ma ci sono cose che non si possono fare con una mano sola, per cui bisogna trovare un pertugio per posare la macchina, eseguire la selezione e inoltrarla, magari accompagnata da qualche commento o priorità per agevolare il lavoro a Roma. Nel frattempo Dressel è partito e io mi sono perso la presentazione, il saltello, la partenza e lo vedo a metà vasca quando imbraccio nuovamente il bazooka, sempre assestando la monopiedata sulla nuca del fotografo di fronte, che comunque se la merita perché è di un’agenzia importante e quindi ha preassegnato un posto migliore del mio, e comincio a scattare. Poi ricominciano le operazioni di carico, per una media di duemila foto spedite per ciascuna sessione di gare, che rappresentano circa un terzo degli scatti totali. Nel frattempo a Roma devono ricostruire il puzzle delle priorità, perché nel frattempo le agenzia di stampa hanno iniziato a inoltrare le loro richieste specifiche.


Io e il mio monopiede

Certo, si può lavorare diversamente: ci sono colleghi che si concentrano sugli atleti e sulle situazioni clou, a fine giornata lavorano qualche decina di foto e sono a posto così. Ma questo non è lo spirito di Deepbluemedia, che è nata proprio per dare spazio e visibilità a tutti, anche a chi abitualmente non ce l’ha: atleti di secondo o terzo piano, di paesi esotici che non raggiungeranno mai il podio ma che hanno magari belle storie da raccontare, per i fotografi delle agenzie più importanti (li riconoscete dal gilet blu e dai posti migliori) semplicemente non esistono.

Ecco, questo è il volume e il senso del nostro lavoro.

Quando poi mi scrivete chiedendomi “ma come faccio a scaricare questa foto gratis?” ecco, potrete scaricare le foto gratis quando io potrò viaggiare da e per Tokyo gratis, quando io e i miei collaboratori percepiremo uno stipendio gratis, quando la Nikon mi fornirà l’attrezzatura e l’assistenza gratis.

Altrimenti dovete almeno vincere una medaglia. Perché è brutto da dire, ma si lavora anche per il vile denaro. E, certo, per la Fede.

Ph. ©G.Scala/Deepbluemedia

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