Pio D’Emilia: non so se da un punto di vista sportivo questa edizione dei Giochi sarà memorabile, ma da un punto di vista sociale sarà ricordato come un evento davvero importante!

Lo avevamo contattato prima dei Giochi, quando l’incertezza sembrava regnare su tutto, quando la popolazione giapponese manifestava il proprio timore per le conseguenze di questo evento più che mai storico, quando il CIO discuteva, sentenziava e ritrattava.

A Olimpiadi cominciate ci siamo sentiti nuovamente con Pio D’Emilia, corrispondente dall’Asia Orientale per Sky TG24, giornalista e yamatologo (studioso di lingua e cultura giapponese), che da oltre trent’anni vive in Giappone.

Le tensioni sembrano leggermente allentate: i dati relativi alla diffusione del Covid, qualsiasi sia la variante in esame, sono sotto gli occhi di tutti, ma non è facile capirne la pericolosità, l’autenticità del rischio o la prevedibilità di tutto questo susseguirsi di numeri.

Perciò abbiamo chiesto a lui una fotografia della situazione attuale, dello stato d’animo del popolo giapponese e del sentire popolare.

Credo sia doveroso fare una precisazione e un rapido richiamo al passato: i giapponesi non avevano un’ostilità di tipo “politico” nei confronti delle Olimpiadi. Per il popolo giapponese l’edizione dei Giochi del 1964 rappresentava il più grande successo dopo la guerra e ne avevano un bel ricordo. I giapponesi erano scettici, fin dall’inizio, anche prima della pandemia, quando Shinzō Abe andò a chiedere l’assegnazione dei Giochi per il suo paese, dicendo quella famosa frase che recitava più o meno così: “Non preoccupatevi per Fukushima, queste sono le Olimpiadi della ricostruzione perchè la situazione è sotto controllo”. Tutto ciò non è assolutamente vero! Abe, all’epoca, mentì al mondo e soprattutto mentì al suo popolo. E questo i giapponesi non glielo hanno perdonato, soprattutto quelli che erano ancora coinvolti, sia per motivi personali che per motivi sociali o politici. Quella del disastro di Fukushima è tuttora una situazione drammatica: ci sono ancora decine di migliaia di sfollati che non possono tornare, ci sono tre reattori in meltdown reale che potrebbero provocare l’Apocalisse in qualsiasi momento, pure domani. Quindi il dissenso del popolo giapponese era più che giustificato! Il tutto, ovviamente, si è decuplicato quando è arrivata anche la pandemia: il lockdown, lo stato d’emergenza, avanti tutta con le Olimpiadi! I giapponesi, che non hanno “l’anello al naso”, si sono interrogati, si sono chiesti per quale motivo i Giochi dovevano essere fatti ad ogni costo, manifestando la loro perplessità.

Ma torniamo ai giorni nostri… La “corsa” dei Giochi Olimpici ormai era cominciata e non si poteva fermare. Il Giappone, da un punto di vista sportivo si sta comportando molto bene: a oggi ha conquistato la tredicesima medaglia d’oro, che rappresenta il bottino più grande di tutta la storia di questo paese, arrivando a ottenere a metà della rassegna olimpica il superamento dei risultati di Rio 2016, che era di 12 medaglie d’oro. Se questo accadesse in Italia saremmo tutti per strada a festeggiare! La destra e la sinistra politica sarebbero a braccetto a brindare! Il nazionalismo sportivo giapponese è molto sobrio, molto naif, non si tifa contro gli altri paesi, ma si tifa per il proprio. E il tifo giapponese è sempre stato molto educato, contenuto. Gli era stata tolta anche questo: non si può andare per strada, non si può urlare, non si può battere le mani. A fronte di questi importanti risultati si stanno lasciando andare a un’esultanza più che mai comprensibile, nonostante le regole del lockdown, peraltro suggerito e non imposto. Soprattutto per gli sport che si praticano per strada,  ad esempio il ciclismo e capiterà anche per la maratona. Ormai la diga è crollata. Le autorità non reagiscono, anche perchè non potrebbero. Questo è un paese che vorrebbe replicare il rigore coreano o cinese, ma non ci riesce. Fondamentalmente li potremmo definire napoletani nell’anima. Le regole che erano state imposte fin dall’inizio erano difficili da rispettare, era improbabile che tutto filasse come richiesto. Compresa la famosa “bolla”, che in realtà sta facendo acqua da tutte le parti. Il rischio zero è stato praticamente abbandonato: ora c’è la necessità di avere una positività sostenibile. Siamo sostanzialmente in una fase in cui, a metà Olimpiadi, le due Tokyo si stanno osservando, per poi probabilmente unirsi come due affluenti di un fiume, con buona pace del virus.

Virus che in questo momento sta aumentando: non ci sono mai stati tanti contagi dichiarati come in questo periodo, abbiamo avuto il record assoluto qui a Tokyo dall’inizio della pandemia con 3.700 casi. E teniamo presente che in Giappone si continuano a fare pochissimi tamponi. Quindi 3.177 positivi su 11.000 tamponi è un dato che va preso con le pinze: 11.000 tamponi probabilmente in Italia si faranno a Ravenna. Parliamo di una positività del 36-37%. Purtroppo, o per fortuna, sono tutte probabilmente varianti delta e quindi più contagiose ma meno gravi. Comunque oggi il governo giapponese ha esteso ufficialmente lo stato di emergenza fino al 31 agosto e l’ha allargato anche ad altre quattro regioni. Quindi potremmo dire pioggia di medaglie per il Giappone, ma, ahimè, cataratta di virus. 

In tutto questo i giapponesi stanno apprezzando l’impegno dei loro atleti, stanno dibattendo in maniera molto matura queste Olimpiadi: non lo so se da un punto di vista sportivo questa edizioni dei Giochi sarà memorabile, ma da un punto di vista sociale sarà ricordato come un evento davvero importante, poiché ha dato il via a dei dibattiti su tematiche importanti, quali l’inclusione, la multietnicità, l’atleta visto prima di tutto come essere umano, quindi non oggetto di giudizio in base alle sue prestazioni ma da osservare nella sua interezza di uomo o donna, ciascuno con la propria integrità e umanità. 

Sicuramente in questa Olimpiade sono emerse molte fragilità: la tennista giapponese Naomi Osaka, l’italiana Benedetta Pilato, l’americana Simone Biles… sono prima di tutto esseri umani ed è fondamentale riconoscere loro il diritto di dire NO. È lecito non farcela più, è lecito sentirsi in difficoltà, è altrettanto lecito dirlo. I commentatori da sofà, che disquisiscono dei risultati poco appaganti, dovrebbero zittirsi e riflettere un pochino di più. 

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