Claudio Rossetto: i risultati olimpici della velocità sono figli di un lavoro iniziato tanti anni fa. Nel settore femminile sarà fondamentale rimboccarsi le maniche e cambiare passo.

Claudio Rossetto è il responsabile della velocità per la nostra Nazionale di nuoto. Abbiamo voluto contattarlo per parlare con lui di queste Olimpiadi che si sono da poco concluse per quanto riguarda il nuoto in vasca e che ha visto la velocità sicuramente protagonista.

Sicuramente il suo è un punto di vista interessante, dato che non è la prima Olimpiade a cui partecipa come tecnico, e ha un’esperienza tale da poter descrivere l’evoluzione della velocità in Italia.

È stata sicuramente un’edizione dei Giochi molto particolare, c’è da augurarsi che resti unica nella storia viste le motivazioni che l’hanno resa tale. Come ti sembra siano state vissute dagli atleti e dai tecnici?

L’assenza del pubblico sicuramente non è qualcosa che è passato inosservato. Ma qualcuno era comunque presente: compagni di squadra, tecnici, e questo ha aiutato a far sentire ugualmente un po’ di calore agli atleti. L’impressione che ho avuto è che i ragazzi comunque abbiano percepito la tensione tipica di una gara importante come può essere quella olimpica. La cosa positiva dell’assenza di pubblico è che si potevano vedere bene le gare. Solitamente agli allenatori tocca sempre guardare da posti indegni. Questa volta ci è andata bene, era un piacere andare in tribuna con i ragazzi per assistere alle gare dei compagni, anche perchè è stata a tutti gli effetti davvero una bella Olimpiade dal punto di vista delle prestazioni: i ragazzi sono stati veramente bravi.

La velocità, nello specifico, si è distinta con prestazioni che hanno emozionato anche chi guardava la finale dal divano, a notte fonda. Qual è il tuo pensiero su questo argomento, che di fatto è proprio la tua materia, ciò che segui per la Federazione ormai da tanti anni?

È stato sicuramente un risultato molto importante. Noi abbiamo avuto un’evoluzione, per quanto riguarda la velocità, che è iniziata negli anni 2000. Fino a prima riuscivamo a vincere medaglie nei 400 misti, 200 dorso, avevamo maggiori soddisfazioni nel mezzofondo. Nella velocità eravamo meno protagonisti rispetto alle altre distanze. La consapevolezza di questo ha fatto sì che si intraprendesse il percorso per poter crescere anche sotto questo aspetto e i risultati di oggi penso siano la conferma del fatto che la strada buona è stata intrapresa. Personalmente mi sento molto coinvolto in questo “viaggio” che è stato iniziato con la Federazione Italiana Nuoto che ha come obiettivo il migliorarci come squadra proprio sulle distanze corte. 

Sicuramente si vince con gli atleti forti, non con le buone intenzioni. Ma è stato fondamentale creare dei modelli di allenamento che tendessero a far emergere e valorizzare le qualità degli atleti che erano necessarie per prestazioni con riscontri cronometrici importanti. Coinvolgere i colleghi in tutto questo si è rivelato vincente: riuscire a trasferire e poi condividere l’idea di quale doveva essere il risultato finale, proporre un modello a cui poter fare riferimento, aumentare la cultura del nuoto e la consapevolezza che alcuni aspetti non devono essere tralasciati. È stato un lavoro molto lungo, che ha richiesto tempo. Ma la Federazione e anche io ci abbiamo creduto tantissimo, e vedere oggi che siamo una Nazione che ha atleti competitivi in tutte le distanze, velocità compresa, ci fa pensare che probabilmente si stanno raccogliendo i risultati di questo lavoro. Fino a vent’anni fa la velocità per l’Italia era un po’ un tabù, ora non più. Sicuramente non è un percorso che finisce qui: le evoluzioni nel nostro sport sono molte, non si può  e non si deve mai dire di essere arrivati. Ma probabilmente la strada intrapresa è quella giusta. 

La staffetta poi, è una competizione particolare che vede coinvolti non solo il singolo, bensì un gruppo di atleti. La voglia di affermarsi in questa gara è stata probabilmente tramandata nel tempo, dalle generazioni precedenti, che hanno sempre accarezzato il risultato importante ma non sono mai riusciti a centrarlo. Questa volta ce l’abbiamo fatta! Parlo ovviamente di risultati olimpici, perchè comunque risultati a livello europeo e mondiale si erano cominciati ad avere già qualche tempo fa. Questa medaglia è stata una soddisfazione immensa, per i ragazzi, per i loro tecnici, per la squadra ma anche per tutto il movimento. Abbiamo visto anni e anni di lavoro concretizzarsi, e questo ha fatto un piacere immenso. Aver visto crescere e maturare i ragazzi e i loro allenatori è stata una grande soddisfazione, mi sono sentito molto orgoglioso di questa vittoria.

In quanto responsabile della velocità azzurra, sei convolto in prima persona su questo percorso di crescita di atleti e allenatori. Come si traduce nella pratica tutto questo?

Credo che la parola chiave per tutto questo sia confronto. Gli atleti e i tecnici sono stati coinvolti in molti collegiali, sono stati fatti molti incontri di soli allenatori per discutere le criticità, le possibili soluzioni, analizzare le situazioni, vedere gli aspetti da valorizzare, capire dove migliorarsi. Tutto questo ha contribuito a creare cultura del nuoto, le società sono state incredibilmente di supporto e gli allenatori molto motivati. Inevitabilmente si crea un sistema virtuoso e gli atleti ne beneficiano. Tutto questo lavoro ha contribuito a creare un ambiente di un certo tipo, un’idea da condividere e sulla quale lavorare insieme, si è riusciti a dialogare molto, a mettere a confronto le esperienze di tutti e quindi crescere tutti quanti insieme. 

Come dicevo prima, bisogna anche avere gli atleti giusti. Ma se pensiamo ai ragazzi più giovani, come potrebbe essere Thomas Ceccon oppure Alessandro Miressi, e come loro molti altri, se non ci fosse stato un metodo condiviso, un percorso di crescita fatto insieme, un’unità di intenti, questi ragazzi dal potenziale enorme non sarebbero riusciti probabilmente ad esprimersi come invece hanno fatto. Credo che il risultato ottenuto sia davvero figlio di questo lavoro iniziato tanti anni fa. Siamo probabilmente riusciti a diffondere e condividere la cultura della velocità, che in Italia un pochino mancava. Con soddisfazione possiamo dire di essere una Nazionale che riesce a competere in tutte le distanze. Se poi pensiamo alla varietà di età degli atleti che componevano la squadra, possiamo dire che ci sono degli ottimi presupposti per un ricambio generazionale.

Se analizziamo la velocità italiana dalla parte femminile, forse siamo un pochino in sofferenza. Qual è la tua impressione su questo aspetto?

Concordo nel dire che soffriamo un po’. Probabilmente per la parte femminile manca un pochino una scuola strutturata come quella che è stata impostata per i maschi. Purtroppo la velocità declinata al femminile manca da sempre e non riusciamo neanche a capire bene perchè. I 50 e 100 stile sono due gare nelle quali non siamo mai riusciti a vincere una medaglia internazionale in nessuna competizione di vasca lunga a livello di europei, mondiali e Olimpiadi. Sicuramente bisognerà iniziare a fare qualcosa per cercare di coprire questo gap che abbiamo, anche perchè dall’anno prossimo non avremo più Federica Pellegrini che comunque riusciva a fare la differenza nelle staffette. Nel settore femminile sarà fondamentale rimboccarsi le maniche e cambiare passo. Se pensiamo a quelle che gareggiano attualmente nei 100, non sono esattamente delle bimbe, quindi bisogna investire per poter avere un ricambio generazionale come nei maschi. E poi avere atleti giovani che spingono in squadra è incredibilmente stimolante anche per i compagni più grandi. I fenomeni possono nascere ovunque e in qualsiasi momento, ma non sono prevedibili, programmabili. Mentre avere dei buoni nuotatori e farli crescere attraverso dei percorsi dedicati perchè possano essere sempre presenti nelle competizioni, è qualcosa di ipotizzabile, molto più realistico e realizzabile che stare lì ad aspettare il fenomeno. 

È stata probabilmente un’edizione dei Giochi Olimpici che ha visto emergere l’aspetto più umano e più fragile di molti atleti, un esempio per tutti la ginnasta statunitense Simone Biles. Probabilmente è stata restituita un po’ di umanità a degli atleti, sicuramente straordinari da un punto di vista sportivo, ma emotivamente provati di fronte al peso del risultato che gli veniva, direttamente o indirettamente, richiesto. 

Forse abbiamo assistito a un picco di queste esternazioni, ma se guardiamo al passato, atleti che hanno manifestato l’esigenza di essere prima di tutto “umani” e solo in seconda battuta “fenomeni” ce ne sono stati molti. Agassi, Hackett, Thorpe, lo stesso Michael Phelps. Spesso il discorso si riduce tutto a quante medaglie uno vincerà, dimenticando completamente il percorso che quel qualcuno ha fatto. La pressione è incredibile, ti schiaccia. Ci sono atleti che riescono a sostenerla meglio e altri che faticano. Credo che parallelamente all’allenamento di tipo fisico, bisogni lavorare su un allenamento di tipo mentale. È un modo per aiutarli e tutelarli.  Anche perchè non possiamo prevedere le reazioni dei ragazzi di fronte a queste pressioni fino a quando loro stessi non si trovano a viverle. Puoi ipotizzare cosa sarà vivere un’Olimpiade, ma l’immaginazione sarà sempre molto distante dalla realtà. Se poi a viverle sono ragazzi giovani, che alle spalle non hanno un bagaglio esperienziale tale per affrontare le criticità, è assolutamente comprensibile che possano andare in crisi. E se anche il bagaglio ce l’hai perchè sei più grande, a volte le aspettative del mondo nei tuoi confronti sono tali per cui non ce la fai. Sono esseri umani, non macchine. 

Dobbiamo imparare tutti a godere dei buoni risultati ottenuti e capire che le medaglie possono essere di vario tipo, non esistono solo quelle che si mettono al collo.

 

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