Riflessioni olimpiche

23 Luglio 2021.

Con un anno di ritardo finalmente partono i tanto attesi Giochi Olimpici di Tokyo.

Come ogni quattro anni veniamo catapultati in un mondo parallelo, fatto di sport, qualsiasi sport. Anche quelli di cui non conoscevamo l’esistenza. Quest’anno per la prima volta hanno fatto la loro apparizione ai Giochi, sport “moderni”. Che moderni in realtà non sono, ma che hanno avuto il loro exploit negli ultimi anni fino ad entrare tra quelli olimpici: surf, skateboard e arrampicata sportiva.

Finalmente, in uno stadio purtroppo vuoto, sfilano gli atleti. Mai come quest’anno ci si rende conto di quanto siamo tutti uniti nell’affrontare una pandemia che non ha guardato in faccia nessuno. Chiusi in casa per mesi, non pensi che all’altro capo del mondo ci sia qualcuno con i tuoi stessi sogni, che vive la tua stessa situazione. Ora, riuniti nell’Olympic Village, realizzi di quanti come te hanno continuato ad inseguire i propri sogni nonostante tutto. E per molti quel sogno si sta avverando.

Tu, nuotatore, sai che la tua vita è in acqua e pensi di essere quello che fa più sacrifici degli altri, perché il nuoto è noioso ed alienante.

Poi guardi le Olimpiadi e metti tutto in discussione.

Ci sono velisti che passano 200 giorni su 365 in mare. Con sole, vento, pioggia, caldo, freddo. Devono essere pronti a qualsiasi condizione. E come loro i surfisti. Finito in acqua si chiudono in palestra perché la preparazione fisica è una parte fondamentale. Ci sono tuffatori e sincronette che provano lo stesso gesto per anni, fino alla perfezione, fino allo sfinimento. Come loro le ginnaste che come se non bastasse, lo fanno su dieci centimetri di trave. Ci sono gli sport di squadra, che per trovare affiatamento, passano mesi lontano dalle proprie vite nel nome di un sogno.

La fiamma arde nel suo braciere, ciò significa che tutto è pronto per cominciare.

Il nuoto come di consueto parte subito. Una nazionale eterogenea: molti giovani, che hanno avuto un anno in più per prepararsi. Per loro questo slittamento è stata una benedizione. Qualcuno della vecchia guardia, che ha combattuto per tirare avanti ancora un anno perché, diciamoci la verità, l’Olimpiade è LA degna chiusura per una carriera.

Sulla carta una buona squadra, ma i Giochi hanno un carico emozionale completamente differente da ogni altra gara che tu possa aver disputato nella tua carriera.

Una squadra maschile molto solida e competitiva, presente dalla velocità al mezzofondo in tutti gli stili, che trova conferma nelle staffette e fa ben sperare per il futuro. Una squadra femminile in difficoltà invece. La 4×200 che dicono essere il termometro di una nazione, squalificata. La 4×100 stile libero non presente. Fa eccezione la staffetta mista, che con una rana e una farfalla solide e uno stile libero sicuro, riesce a rimanere a galla. In generale una squadra femminile che a parte la grande densità nella rana, può contare su una sola atleta per stile, e dietro Federica Pellegrini si fatica a intravedere un ricambio.

Benedetta Pilato era una tra le più attese della spedizione ma ha pagato l’emozione. La prima ad essere delusa è stata proprio lei. Sedici anni ed una gara che non le appartiene ancora fino in fondo. Avesse potuto gareggiare nella vasca singola (nella quale è primatista del mondo) la storia sarebbe stata diversa. Speriamo di poter vederla presto all’opera anche nei 50 a cinque cerchi.

Aveva annunciato la sua ultima gara, sapeva che sarebbe stato difficile, sapeva che la finale per lei sarebbe stata una vittoria e così è stato. Federica chiude così una carriera che non ha bisogno di definizioni. Cinque olimpiadi, cinque finali nella stessa gara. La capacità di vincere, di arrivare quarta e di rimettersi in gioco, nonostante la pressione mediatica del mondo. C’è solo da imparare.

Solamente tre anni ci separano dalla prossima full immersion, non ci resta che aspettare…

Ph. ©A.Staccioli/Deepbluemedia

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