Dawn verso Melbourne

Adelaide City Baths, anni 50.

aspirazioni

Era il 1956. Si avvicinavano le olimpiadi. Ad Adelaide il gruppo di Harry e Frase teneva. L’eccitazione cresceva con l’avvicinarsi della Coppa Melbourne, una specie di giorno del giudizio per sapere chi sarebbe andato ai Giochi. I giornali australiani, da un pezzo avevano cominciato a pompare. Parlavano di medaglie, di ori. Come se fosse niente. Non facevano che mettere pressione su atleti e allenatori.  Anche i nuotatori di Harry Gallagher avevano cominciato a parlare di medaglie olimpiche. Era diventato come un gioco. E non lo facevano solo quelli forti. Tutti ci pensavano. Una specie di malattia contagiosa. Una vera follia. La stampa tra l’altro riportava continuamente i tempi dei migliori al mondo. Ed erano diversi. Sulla carta statunitensi e giapponesi erano troppo forti.

cosa fare?

Anche Harry Gallagher, nella sua nuova vasca da 50 metri di Adelaide, tutta attrezzata, aveva cominciato a sognare. Eppure sapeva benissimo che prima di diventare i primi al mondo occorreva essere primi in Australia. Davanti c’era sempre Guthrie. Il suo avversario. Era l’ostacolo da superare per spiccare il volo.  Ai nuotatori di Harry, poi, mancavano troppi secondi per essere competitivi.

Doveva fare qualcosa. Ma cosa? Nuotare di più? Nuotare più a lungo? Farlo diversamente?

Fare di più nelle corsie affollate della sua piscina, però voleva dire rischiare di rompere i suoi gioielli.

velocisti

Harry allenava soprattutto velocisti: Henricks, Fraser, Colquhoun, Gibson e Beckett. Per tradizione erano allergici al lavoro duro. Così pensò di inventarsi dei trucchi per tenerli su di giri. Gli metteva davanti obiettivi realizzabili, accarezzava il loro ego, imbrogliava col cronometro, s’improvvisava massaggiatore, faceva importanti discorsi di incoraggiamento. La domenica, invece, come premio per il lavoro settimanale, organizzava meravigliosi barbecue in campagna. A volte li portava al cinema.

Eppure, nonostante gli sforzi, i tempi non scendevano.

scelta difficile

C’erano ancora otto mesi per trovare il modo per nuotare più forte. E qualcosa bisognava fare. All’Adelaide City Baths le corsie erano davvero affollate. Campioni e nuotatori occasionali lottavano tra loro per avere un pò di spazio. In squadra, poi, c’erano più di cento nuotatori. Di tutti i tipi. Alcuni avevano lasciato la scuola e venivano da altri stati. Altri avevano imparato lì ed erano abituati ad esserci. Altri si erano affezionati ad Harry e per questo continuavano a presentarsi. Harry doveva decidere. Occorreva scegliere. Dieci di loro avevano qualche possibilità di qualificarsi alle selezioni olimpiche, ma senza speranze. Sei potevano qualificarsi. Così combattuto tra vergogna, dubbi e sensi di colpa prese la sua decisione. Dedicarsi a quei sei.

svolta

Naturalmente non era un folle. La sua scelta fu mettere la maggior parte della squadra nelle corsie laterali, la famosa terra di nessuno e assumere un allenatore per addestrarli. Così lui poteva concentrarsi sui probabili olimpici. Eppure Harry sentiva l’amaro in bocca. Sapeva d’essere stato brutale, di aver sacrificato ragazzi che amava e distrutto i sogni di giovani speranzosi. Ma era la sua occasione e non voleva perderla. Era facile pensare che i genitori degli esclusi gli avrebbero voltato le spalle. Fu proprio così. Gallagher perse molte attenzioni e molti nuotatori. Anche il suo reddito ebbe un crollo. Praticamente venne dimezzato. Per altro Murray Garretty ebbe una corsia tutta per sé, e Dawn Fraser e Jon Henricks finalmente poterono nuotare fianco a fianco e sfidarsi senza sbattere l’uno contro l’altro.

Il miglioramento fu sconvolgente. Il divario con atleti molto più forti sembrava improvvisamente ridursi. Forse si poteva cominciare a vedere un pallido motivo per sperare sul serio.

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