4×100 maschile mista – La Farfalla. Simone Palombi: “A Tokyo ho visto un Burdisso più umano. Federico un esempio di sacrificio e dedizione”

Roma – Campionati Italiani. Abbiamo incontrato gli allenatori dei quattro atleti della staffetta maschile mista di Tokyo. Staffetta che ha regalato al nostro Paese un bronzo olimpico. Ad ognuno di loro abbiamo chiesto di raccontarci le emozioni di questa Olimpiade e il percorso di crescita dell’atleta che seguono.

Simone Palombi, allenatore di Federico Burdisso.

L’Olimpiade di Federico, vista con gli occhi e sentita con le emozioni del suo tecnico, visto che per tutti i componenti della staffetta (atleti e allenatori) era la prima esperienza olimpica.

Federico aveva già partecipato alle Olimpiadi Giovanili, ma questa era la prima esperienza olimpica per entrambi. Sicuramente è stata un’esperienza molto forte, vissuta giorno dopo giorno a cominciare dallo scorso agosto. Onestamente non sono ancora riuscito a soffermarmi su questo incredibile risultato, come se non avessi ancora avuto il giusto stacco, la giusta pausa per potermi concentrare a pensare a quanto è successo. È stato tutto molto veloce: come se fossi stato catapultato lì in una realtà parallela. Il fatto che io non fossi lì, probabilmente, non ha aiutato a realizzare il tutto. Non lo so se, stando sul luogo e partecipando alla competizione, mi sarei lasciato andare ad emozioni ancora più forti. Ora riesco solo a vivere dei flash. Ho provato una grandissima tensione in semifinale, mentre in finale ero davvero tranquillo. Forse perché lo scoglio più difficile era quello di qualificarsi: una volta arrivato lì, lo sapevamo entrambi che c’era la possibilità di realizzare qualcosa di importante. Federico, proprio per questo motivo, ha avuto un livello di stress e di tensione molto alto, rispetto a situazioni precedenti in cui comunque arrivava come un outsider e non aveva nulla da perdere. Lì la musica era completamente diversa: Federico sapeva che se faceva il suo, la possibilità di arrivare a podio era realistica. Forse il termine corretto per definire come mi sentivo durante la finale è “trance”. Probabilmente anche dopo il risultato che era arrivato. La gara non l’ho più rivista, non ho più voluto riguardarla. Non so spiegare il perché, forse ho bisogno di far passare un po’  di tempo e poi andrò a riguardarmela con calma. 

L’Olimpiade di Federico da un punto di vista tecnico nella frazione da lui interpretata in staffetta, ma anche per quanto riguarda la gara individuale.

Federico ha sicuramente sentito una pressione maggiore nella gara individuale, e questo ha leggermente influito nella sua nuotata. Da casa ho visto una nuotata meno sciolta, ma questo me lo ha confermato anche lui quando ci siamo sentiti al telefono. A lui succede ogni volta che non riesce a gestire bene la tensione, è successo a Glasgow nel 2018 nella finale del campionato europeo; la stessa cosa è accaduta nei turni intermedi a Gwangju, e qui è accaduto anche in finale. Addirittura mi disse, dopo aver disputato la gara, che la tensione era tale che non voleva fare la finale. Forse, se escludiamo Kristof Milak, anche per tutti gli altri finalisti è stata una gara molto tirata, dove sicuramente il tempo era determinante, ma era più importante la lucidità mentale con cui gestire ogni bracciata. Non me lo vedo Federico che rinunciava alla finale olimpica, ma questo era per farmi capire quanto era provato; mi disse che “era una cosa più grande di lui”. 

Stiamo parlando di un ragazzo molto giovane, alla sua prima Olimpiade. Credo che tutte queste emozioni, che possono anche sembrare contrastanti, siano assolutamente normali e comprensibili. È stata un’esperienza incredibile, che, nonostante tutto, ha gestito e interpretato molto bene. Questo mi fa ben pensare e ben sperare per Parigi 2024, dove arriverà più grande e quindi più maturo. A volte ci si dimentica della componente emotiva e mentale, che invece, a questi livelli, diventa la componente principale. Tutti gli atleti che arrivano ad un’Olimpiade sono fisicamente preparati. La differenza la può fare la parte psicologica di tutto questo. Il buon allenamento può compensare la poca lucidità mentale, infatti Federico ha fatto un ottimo tempo, ma ha ancora margine. La tenuta a livello psicologico ti fa andare oltre quello che il tuo corpo ti consente. 

In staffetta è stato diverso, era completamente rilassato. Dopo aver ottenuto il risultato nella gara individuale, era più sereno. E a differenza di altre occasioni, non si è scaricato dopo i tre turni dei 200 farfalla. Quindi è riuscito a restare sul pezzo e a fare il suo anche in staffetta, facendolo bene. Non era così scontato che vi partecipasse, si giocava comunque il posto con Santo Condorelli, quindi ho cercato di farlo restare concentrato, anche se da distante. Una volta conquistato il suo posto nella staffetta, ero sicuro che avrebbe fatto una grande finale. Inoltre loro sono quattro amici, e questo gioca a favore, li ha stimolati ancora di più e ha fatto sì che dessero il massimo. Ho visto Federico sorridere, cosa non frequente, e questo mi ha fatto moltissimo piacere. Federico davanti alle telecamere è sempre un po’ particolare, è un mix tra l’essere serio e il prendersi in giro perché è un ragazzo che si prende poco sul serio. Qui ho visto cadere ogni maschera e l’ho visto felice e sorridente come non mai, l’ho visto più umano. Federico comunque conduce una vita che ha poco a che vedere con quella dei suoi coetanei: si allena di giorno, studia di notte e porta avanti gli impegni sportivi e quelli scolastici con sacrificio, dedizione e ottenendo risultati da ambo le parti. Non è da tutti. 

Sono tutti ragazzi molto giovani e con un grande potenziale. Federico è allenato da te da circa quattro anni: qual è stato il suo percorso di crescita? Percorso che ha portato a grandi risultati fino a quello olimpico, e naturalmente ci auguriamo tutti che questa sia una tappa di un viaggio sportivo molto lungo.

Io, come allenatore, sono cresciuto con Federico. Ho cercato di capire, prima di tutto, chi era, per potergli  dare il massimo e far sì che anche lui tirasse fuori il suo massimo. E poi ho cercato di capire cosa dei programmi che aveva fatto in passato con altri allenatori funzionava e dove potevo migliorarlo nel tempo. Quindi siamo partiti entrambi facendo un’analisi dello stato di fatto e dei punti di forza. Perciò ogni anno si cercava di alzare l’asticella, migliorando il programma di allenamento e inserendo cose nuove che potevano far crescere Federico come atleta.

Sicuramente, in tutto questo, gioca a nostro favore il rapporto di fiducia reciproca che abbiamo. Federico è un ragazzo molto selettivo nelle relazioni, non si fida di chiunque, e la sua fiducia la ottieni con la concretezza. È un atleta che vuole capire quello che è il lavoro, l’obiettivo, perciò tra di noi c’è molta condivisione su quello che è il programma, il percorso. Non lo contesta, ma ha bisogno di capire per poi buttarsi a capofitto nel lavoro da svolgere. Cerca la consapevolezza su quello che deve fare e questo è fondamentale. 

L’esperienza negli Stati Uniti, anche se breve, è stata molto utile. Purtroppo, durante una gara si è fatto male a un dito ed è dovuto rientrare, tutto questo è accaduto prima del lockdown iniziato a marzo dello scorso anno. Ho avuto la fortuna di poter andare lì, di visionare il lavoro che stava facendo, potendo anche intervenire perchè alcune cose non era adatte al modo di lavorare di Federico.  Ripartirà per fare altri tre mesi proprio a settembre e ci stiamo già coordinando su questo. Lui ha bisogno di uno stacco, partire gli farà bene. Non si tratta tanto di uno stacco dal nuoto, ma di cercare stimoli diversi. Starà via fino a fine dicembre e, secondo me, per un atleta con le sue caratteristiche va benissimo. Probabilmente, se non fosse andato in America, mi sarei comunque inventato qualcosa io. Ogni tanto ha bisogno di rompere gli schemi con qualcosa di diverso. Visto l’anno trascorso, con il Covid, che comunque abbiamo avuto entrambi, con la programmazione che abbiamo dovuto rivedere, ritengo che questo stacco gli farà bene. Io comunque andrò lì per monitorarlo, coordinandomi con la mia società e con la Federazione. Quando rientrerà in Italia, proseguiremo il percorso per il Mondiale e per il Campionato Europeo di Roma.

Sono felice dei risultati ottenuti da Federico: la Federazione ci ha dato la possibilità di seguire il nostro programma, di andare avanti con il nostro lavoro, presso i nostri impianti. Esiste probabilmente un modello federale a cui fare riferimento, ma contemporaneamente esistono altri modelli, a livello di singole società, che perfettamente si intersecano con quello federale e che portano a grandi risultati come quelli che abbiamo visto durante queste Olimpiadi. Gli atleti di questa staffetta probabilmente rispecchiano proprio questo: sono tutti ragazzi che si allenano “a casa propria”, con il proprio tecnico e nelle loro piscine di appartenenza. La Federazione ci ha dato la possibilità di partecipare ai collegiali, permettendoci comunque di portare avanti il nostro lavoro. 

Siamo dei tecnici giovani, che con piacere mettono la propria esperienza e le proprie idee, all’interno di un confronto con gli altri allenatori, di esperienza più ampia, in maniera costruttiva. Perchè crediamo che da questo ci possa essere crescita per tutti. Ognuno ha la sua storia, ma dall’intreccio di queste esperienze nascono buone idee e buone intuizioni. E gli atleti ne beneficiano.

Ph. Giorgio Scala / Deepbluemedia / Insidefoto

 

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