Mio figlio sogna le Olimpiadi. Si sta illudendo?

Gioie, delusioni, tifo, entusiasmo e tante altre emozioni. Come di consueto i Giochi olimpici ci hanno intrattenuto e divertito, regalandoci più di una notte in bianco da vivere anche solo per poter dire “io c’ero”.

C’ero mentre l’Italia faceva incetta di medaglie, c’ero mentre Gregorio Paltrinieri nuotava contro la mononucleosi, c’ero mentre combattevo pateticamente il sonno e c’ero anche mentre negli occhi di mio figlio, e in quelli di ogni giovane nuotatore, nasceva il sogno di andare lui stesso un giorno ai giochi olimpici.

Purtroppo c’ero anche mentre pensavo: “Che ingenuo… Ma lo sa che è praticamente impossibile?”

Il sogno di chi non ha dei sogni, sembra sia rompere le palle a chi ha dei sogni.

Siamo sempre intimamente colpiti dai “sogni irrealizzabili” dei nostri figli. Li ascoltiamo con tenerezza, pensiamo che siano tanto belli quanto frutto dell’inconsapevolezza.

Dapprima ci colpisce come annunciano i loro sogni, in mezzo a un qualsivoglia discorso se ne escono con frasi come: “Quando ci andrò io alle Olimpiadi vi porterò un sacco di souvenir”.

Esatto, il punto per loro non è se ci andranno, ma quando. Una certezza che suona allarmante e che ci distrae dal problema più evidente: che razza di souvenir potrebbe mai scegliere per noi uno che ha una collezione di caccole sotto la scrivania?

I souvenir di Los Angeles o di Brisbane non ci preoccupano però: temiamo l’illusione, temiamo che voglia realizzare qualcosa di impossibile e ci chiediamo come “salvarlo” da questa delusione certa.

Sappiamo quanto sia difficile arrivare a giocarsi un’Olimpiade e abbiamo paura della sofferenza che proverà a non raggiungerla. Siamo stati anche noi bambini e quando abbiamo dovuto accantonare i nostri gloriosi progetti per cercare un posto da ragioniere è stata dura (e se non lo è stata è perché evidentemente eravamo dei bambini con sogni davvero bizzarri).

Istinto protettivo alla mano, come evitare che i nostri figli soffrano vittime dell’illusione? Semplice, non possiamo. Non possiamo proteggerli dalla vita, non possiamo impedirgli di soffrire per amore e non possiamo salvarli dalla delusione di un sogno sportivo (e non) mancato. Sono emozioni che hanno il diritto di vivere, quindi insinuare che il loro sogno è troppo solo perché difficile o perché non ce l’abbiamo fatta noi, sarebbe un errore, quello sì, madornale.

L’altro rischio frequente (perché a noi genitori piace il brivido) è percorrere la strada opposta, assecondare troppo quel desiderio e dare loro una certezza infondata. Non sappiamo nemmeno se si terranno i prossimi Giochi (e lo sappiamo che è davvero così), figuriamoci se sappiamo chi ci andrà. Creerebbe davvero un’illusione terribile da cui poi sarebbe complesso riprendersi.

Va beh, quindi? Quindi facciamo l’unica cosa che va fatta quando non abbiamo idea di cosa fare: lasciamoli stare. Sono sicuri di andare ai Giochi, proviamo a tradurlo in un obiettivo concreto da perseguire.

È qualcosa che già mettiamo in pratica quando ci dicono che vogliono diventare veterinari ad esempio o ragionieri (?), ci mostriamo disponibili e gradualmente gli parliamo delle scuole che dovranno fare.

Se dicono di voler fare l’astronauta o andare alle Olimpiadi, sottovalutiamo la fattibilità ed è il primo motivo per cui tanti non ce la fanno: non intraprendono davvero quel percorso.

Dobbiamo dare ai nostri figli supporto per realizzare il loro scopo mettendo in campo la nostra esperienza, non la paura o il timore dell’insuccesso. Aiutiamoli a concentrarsi sul prossimo passaggio, ad esempio andando al prossimo allenamento e mettendocela tutta, perché per raggiungere obiettivi più grandi bisogna centrarne innumerevoli più piccoli, uno alla volta.

E poi cribbio, abbiamo diritto anche noi di sognare che ce la facciano. Essere genitori non significa smettere di sognare, significa cercare di realizzare i sogni dei propri figli. È la nostra seconda chance.

Così il giorno che ci riusciranno, se ci riusciranno, saremo anche noi protagonisti del loro trionfo e lo potremo festeggiare consapevoli di quale enorme lavoro di squadra sia stato, dalla più tenera età a quell’olimpionico primo tuffo in vasca.

E se invece proprio non ci riusciranno perché lassù nell’olimpo dello sport non c’è spazio per tutti, avremo costruito un rapporto speciale e degli adulti capaci di sognare, che di questi tempi servono più dei campioni.

Ph. ©G.Scala/Deepbluemedia

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su reddit
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
  • EVENTI E FORMAZIONE
Nessun articolo trovato.
  • CALENDARI E MEETING
Paralimpiadi e inclusione: una riflessione di e con Pio D'Emilia

Paralimpiadi e inclusione: una riflessio...

di Pio D’Emilia e Silvia Scapol Si sono concluse le Paralimpiadi del nuoto: i nostri azzurri sono stati a dir ...

NEWSLETTER

Lasciaci i tuoi contatti e rimani aggiornato sulle nostre iniziative

Chiudi il menu