Un fotografo italiano a Tokyo. Ultimo episodio: epifanie

Sono le tre di notte.

Ci sono un honduregno, un qatariota e uno zambiano che parlano di boxe, davanti ad un albergo, nella periferia di Tokyo. Non hanno una lingua comune, allora ne usano dieci, tutte insieme. E i gesti: un jab destro, una gancio sinistro. Si capiscono perfettamente.

Una signora piccola piccola, piegata in due dagli anni, gli occhi una fessura, che si spaventa di quel Ferengi che si siede vicino a lei nella metro. E scappa.

Un’egiziana del nuoto sincronizzato sa che quelli sono gli ultimi suoi momenti da ragazza. Al ritorno, sarà adulta e dovrà vestirsi e comportarsi come una donna musulmana.

La porta bandiera delle Isole Marshall, Tayeanna, figlia della mia amica Mae, che gareggia da qualche parte nel nuoto. E io me la perdo.

Due fotografi, un uomo e una donna, boliviani, chiacchierano senza sosta sotto di me, senza scattare una foto, neanche a Caeleb Dressel. Li devo avvertire io che si stanno per perdere l’unica compatriota in gara.

Il responsabile degli autobus, Abu Bakar, dal Senegal ad una distesa di asfalto nipponica, che mi regala il suo cappello, unico vero souvenir dell’Olimpiade.

Monitor su monitor nelle sale stampa, che mostrano trionfi e lacrime di sport diversi. I nostri azzurri che salgono su tantissimi podi, con la tuta con l’oblò difficile da digerire. La notte magica di Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi, vissuta a Casa Italia, mangiando crepes ai porcini tra ululati di gioia.

Le polpette di riso triangolari con dentro qualche tipo di pesce che hanno nutrito tanti media operator senza orario, privi ormai del senso del tempo, dei giorni, che quando è finito il loro sport di riferimento vorrebbero rifare tutto da capo.

Sono forte in geografia, ma le sigle di alcune nazioni non le riconosco proprio, così come decine di persone che mi salutano, chi in maniera sbrigativa, chi con il sincero piacere di rivedermi. Quasi tutti non riconosciuti. Grande alibi la mascherina.

Tutti i giudici e la commissione tecnica del nuoto sincronizzato che mi cantano Happy Birthday dalla piattaforma di partenza dell’Aquatics Centre.

Le cento e cento foto scattate davanti ai cinque cerchi, da chiunque riesca a raggiungerli.

E poi decine e decine di volontari, poliziotti e militari di una cortesia devastante, che anche se sei sfatto dal caldo, dal lavoro e dagli orari, non puoi non salutarli e ringraziarli per il lavoro.

Tanti di noi che si lamentano, del caldo, delle mascherine, dei trasporti , degli errori dell’organizzazione. Ma intanto siamo tutti qui, noi che abbiamo fatto le Olimpiadi!

Parecchi anni fa, dopo qualche mese che ero andato a vivere in Kenya, chiesi l’accredito per i trials di atletica. Me lo accordarono e mi presentai in campo a fotografare i micidiali fondisti keniani. Ad un certo punto mi sono girato verso la tribuna e in quel momento ho veramente realizzato di vivere in Africa. La tribuna era nera! Tutte le facce che seguivano l’evento erano, ovviamente, di africani. Ed erano molto più scure di quelle alle quali ero abituato. Fino al quale momento, non avevo realizzato dove mi trovavo.

La stessa cosa mi è successa a Tokyo. Mi sono sentito come deve, forse inconsciamente, sentirsi uno statunitense. “E pluribus unum”, credo sia scritto sul dollaro. Finalmente sono entrato nella consapevolezza di un mondo multiculturale e multietnico non per proclama intellettuale o politico, ma per la realtà. Austriaci col cognome greco, tedeschi di colore, portabandiera bianchi di paesi africani, persino atleti del Qatar nati in Qatar!

Fino a poco tempo fa, se dal punto di vista ideologico avevo già pienamente accettato questa commistione e di popoli, rimanevo uno di quelli che, vedendo giocare la Francia o l’Inghilterra pensava “Sì, ma quanti di quelli sono veramente inglesi?” Oggi ho una risposta vera, che ho toccato con mano. Erano e sono tutti inglesi, come sono italiani Jacobs e Desalu, tanto quanto Thomas Ceccon o Alessandro Miressi. Non so se sia stata una bella lezione, ma sicuramente è stato qualcosa che si è fissato nel mio cervello con convinzione.

Vorrei scrivervi delle mie reazioni a tutto quello che è successo, ma già le misure anti Covid che tanto mi avevano stressato prima di partire sembrano appartenere ad un passato molto remoto. Alla fin fine, ci siamo arresi tutti alla realtà. Non ci avrebbero potuto controllare tutti, come un grande fratello. Non ne avevano i mezzi. Però noi siamo stati bravissimi, abbiamo barato poco e non abbiamo trasmesso contagi a nessuno (spero).

La piscina (nostra culla condivisa, se leggete queste righe) ci ha dato un bel po’ di soddisfazioni. E qualche delusione. Ma le emozioni degli 800 di Gregorio Paltrinieri e della quinta finale di Federica Pellegrini sono state meravigliose. E così inaspettate le medaglie delle staffette da trovarmi impreparato. “Non li chiamate, non ditegli di togliersi la mascherina!” tuonava l’assistant photo manager Marcelo, uno dei pochi brasiliani non proprio simpatici. Ovviamente li ho chiamati, a gran voce. La mascherina se la sono tolta da soli. Federico Burdisso, che nuota la specialità più tosta, l’equivalente dei 400 ostacoli dell’atletica leggera. In pista, il rettilineo finale lo si fa in debito di tutto. Vince chi muore per ultimo. Nei 200 farfalla, ai 175 raccomandi l’anima al tuo dio, finisci il carburante, anche quello atomico, e vai avanti mordendo la corsia, sperando che arrivi una discesa che non c’è. Eppure Federico è partito a palla, come fa lui di solito, e ha tenuto, tenuto, per arrendersi poi all’odioso (scusate, ma uno che vince le olimpiadi e non solo non esulta, ma neanche si compiace, è odioso) Kristof Milak. Ai fatidici ultimi 25, sputata l’anima, fatto il voto di offrire in carità le tue collezioni (complete) di figurine, giurato che non mangerai più gianduiotti per la vita se ce la fai, ce la fai! Come soffro io, i 200 farfalla altrui.

Emma McKeon, cosÏ sottile da nascondersi dietro al palo delle telecamere Omega, che porta a casa una carrettata di medaglie e lui. Non Caeleb Dressel che, sul podio, tira fuori dalla tasca la bandana magica della sua insegnante di liceo, ma Laszlo Cseh. L’Ungherese Volante. Quello che si rasa a zero prima delle gare ma i capelli ce li ha. Lui nato nel momento sbagliato, quello di Michael Phelps e Ryan Lochte, che altrimenti avrebbe portato a casa secchi di medaglie.

Insieme a Laszlo vorrei salutare ringraziare quei nuotatori che non vedremo probabilmente più: Raphael Stacchiotti, Ranomi Kromowidjojo, Femke Heemskerk, l’Afgano, il Barbuto della Guinea Bissau e tanti altri che non mi vengono in mente. Note al margine: brutti forte i costumi TYR statunitensi, con le braghette da circo Barnum. E fuori posto il No Vax Michael Andrew, poca gloria e poca simpatia. Mi sa che è anche repubblicano, di quelli che sostengono che le armi rendono un paese libero. Forse non aveva l’età per votare Donald Trump la prima volta, ma la seconda sicuramente l’ha fatto.

Le cuffie black hair matters sono una evidente sciocchezza, del genere nauseante politically correct. Mi pare che le nuotatrici di colore non abbiano peggiorato le proprie prestazioni usando delle cuffie normali. Quando finiremo di strumentalizzare tutto? Il sintomo evidente di una società così ricca da poter fare dietrologia su qualsiasi cosa, non avendo la necessità di sbarcare il lunario.

L’altra piscina, i compagni di scuola delle diverse sezioni. Tommasino Daley e il suo lavoro a maglia, due medaglie conquistate nell’impero cinese; mamma Svetlana Romashina, 7 ori in 4 olimpiadi. Una improbabile coppia che ha regnato all’Aquatics Centre nella seconda settimana dei giochi.

Brave le azzurre del nuoto sincronizzato, autobattezzatesi Ringhio Team, che con le unghie e i denti hanno mantenuto una difficile quinta posizione a spese delle canadesi, le quali contano tra i propri fan il capo del TASC (Technical artistic swimming committee).

Nel tempio della pallanuoto la Serbia ha mantenuto il pronostico, dovendo però combattere con una sorprendente Grecia. Gli azzurri in confusione, mai veramente nel torneo.

Credo che il sogno di chi vive di sport sia partecipare ai Giochi olimpici. La selezione è dura. Per gli atleti moltissimo, ma anche chi rimane nell’ombra deve in qualche modo combattere, dimostrare il proprio valore. C’è chi lo fa in maniera esagerata, mostrando a tutti i propri successi, esaltandoli oltre il loro reale valore, nella speranza che qualcuno in grado di promuoverli abbocchi.

E poi ci sono quelli che contano veramente solo sulle proprie capacità. In mezzo, tutte le sfumature del mondo. Gli sboroni li riconosci perché le loro esperienze le raccontano in prima persona. Non è “io c’ero”, che già qualche volta risulta stucchevole, ma un “io ero lì e, quasi quasi, se non fosse stato per me, quel record mondiale non si faceva”. Sono quelli che alle presentazioni, ai convegni, non ti danno dei suggerimenti, delle dritte. Non ti dicono se è meglio, secondo loro mettersi a destra o a sinistra, portarsi tutto il necessario o ridurlo all’osso. Ti dicono che sono dei ficacci perché loro erano lì al momento giusto. Ti raccontano la loro vita. Come se ce ne fregasse qualcosa.

Personalmente, posso dire una cosa: al di là della mia capacità di fotografo, ho avuto culo. Mi sono trovato nel momento giusto a passare di lì, vedere una nicchia vuota e infilarmici.

I Giochi e i fotografi. A Tokyo sono stati accreditati circa 1.000 fotografi. Si presume i più bravi nel mondo, almeno per quanto riguarda lo sport. Ho la fortuna di conoscere un po’ di quelli che vincono i più importanti premi internazionali. Adam Pretty quest’anno l’ho visto solo al fondo, pronto a scendere in acqua per fare la partenza semisommerso, mentre Al Bello e Clive Rose, anche loro di Getty Images come Pretty, sono stati una presenza costante a bordo vasca. Stefan Wermuth ha manovrato macchine remotate sia sott’acqua che in cielo, mentre il mitico Attila Kisbenedek si è fatto tutto lo sport dell’Aquatics centre. Marcel(lone) Ter Bals ha piazzato il suo vasto sedere sulla panca migliore della pallanuoto il giorno uno e se n’è alzato solo dopo la finalissima. Pare che gli volessero regalare la panca per usucapione.

Ian MacNicol, lo scozzese che arriva prima di tutti e se va alla fine mi ha dato delle belle dritte. Mi ha spiegato che quando parla con noi non anglosassoni e soprattutto, non scozzesi, cerca di rallentare la cadenza, altrimenti si è reso conto che non capiamo niente. L’ho sentito parlare con Hannah Houston, la photo manager da Glasgow e penso che quello fosse gaelico, non inglese.  Simon Lodge, che è diventato il subacqueo di fiducia di tutti, che sistema tutte le fotocamere subacquee con precisione millimetrica e tiene in ordine lo shanghai di cavi che le alimenta, mi ha salvato l’ultimo giorno, facendoai entrare di soppiatto nell’impianto della pallanuoto ormai chiuso. Stephane Kempinaire, il francese che con il Covid l’ha passata brutta, mi ha regalato dei begli scatti di Greg alla boa della 10 km. E io ho ricambiato con qualche scatto della francese dei tuffi. Simone Castrovillari (ricordatevi questo nome, perché con la sua abilità nei rapporti umani farà strada), maestro nell’arte di arrangiarsi, Ë venuto a Tokyo per l’Islanda, ma seguiva anche il Portogallo e Israele. Una multinazionale.

Gian Mattia D’Alberto è l’essenziale. Ha quel fiuto giornalistico per il quale raramente scatta a vuoto. Sa quello che deve portare a casa e non sbaglia un colpo. Il suo collega Alfredo Falcone, innamorato dei gadget fotografici, si è portato a casa un bel po’ di copertine grazie alle foto della staffetta di atletica. Il resto della gang italiana: Simone Ferraro alla ginnastica, Augusto Bizzi, nume della scherma, Paolo Nucci che lavora per i giapponesi, Il principe Ferdinando Mezzelani, che conosce le nomenclature di tutto il mondo e un po’ di altri , altrettanto bravi e che non dimentico.

Poi ci sono le quote rosa. In un mondo quasi esclusivamente maschile, l’avvento delle mirrorless e degli obiettivi più leggeri e manovrabili ha favorito l’ingresso di parecchie ragazze nel mondo della fotografia sportiva. Cercherò di andare a vedere il loro lavoro, per capire se veramente hanno un occhio diverso. Sarebbe bello vedere il mondo da un’altra prospettiva.
E poi c’è lui, Donald Miralle, i cui nonni Miraglia vengono da Matera. Lui è il fotografo che tutti vorrebbero essere. È così bravo che ogni foto che pubblica è strepitosa. Si può permettere di andare su ogni campo gara e tirar fuori dei capolavori. L’ultima che ha pubblicato è dall’Equitazione. Andatele a cercare perché lui è’ il fotografo di sport.

E mentre finalmente sorvoliamo gli Urali, lasciandoci a sud-est Ekaterinenburg ed entriamo in Europa con un aereo onusto di medaglie azzurre, vi do un paio di dritte su come ho lavorato.

Mi sono portato due corpi macchina reflex Nikon D5, una mirroless Z6II e svariati obiettivi. In realtà ne ho usati solo tre : Il 180-400, Tutta l’azione l’ho fatta con quello. Eccezionale. Il 70-200 per le premiazioni e le presentazioni e il 14-30 per i gruppi. Le altre lenti e il secondo corpo macchina sono rimasti inattivi.

ISO tra i 3200 e i 6400 (indoor) e in automatico outdoor. Sempre un po’ sovraesposto, per recuperare il rumore in post produzione. la Z6 con la compensazione automatica delle ombre (ha un altro nome ma non me lo ricordo) abbastanza alta perché in piscina la luce zenitale faceva delle brutte ombre sotto gli occhi e all’aperto perché il sole diretto alzava moltissimo il contrasto. Tempi di scatto tra 1/1000 (arrivo, esultanze, presentazioni) e 1/2500 (azione). Ogni tanto ho barato e ho tirato fuori il Galaxy S20.

Per la post produzione dovete chiedere alla mitica creatura che risponde al nome di Federica Muccichini, la quale a Roma ha vissuto col fuso giapponese, scaricando dal FTP le migliaia di raw che le ho mandato, lavorandole poi in maniera magistrale, insieme con Andrea Staccioli, che ha seguito il nuoto con la sua conoscenza del soggetto e la capacità di editing immediato che ha chi lavora sul campo.

Rita Pannunzi si è occupata della distribuzione e si è fatta valere nell’incarico più difficile, riuscire a chiamare un tecnico Fastweb per ripristinare la rete dello studio, morta durante le gare fondo. Lucianna Salvemini ha curato i post sui social mentre Pasquale Mesiano ha difeso i colori Deepbluemedia ai campionati di categoria.

Giovanni Pasquino, tu che sei il più giovane, ho grandi progetti per il tuo futuro.

Se fosse per me, li avrei portati tutti. Anzi. Vi avrei portati tutti.

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