Paralimpiadi e inclusione: una riflessione di e con Pio D’Emilia

di Pio D’Emilia e Silvia Scapol

Si sono concluse le Paralimpiadi del nuoto: i nostri azzurri sono stati a dir poco strepitosi, non solo per la pioggia di medaglie che sicuramente porta grande entusiasmo, ma per il bellissimo messaggio che il movimento ha lanciato al popolo italiano.

Da tempo si parla di inclusione, non solo nello sport ma anche nella vita. Questi risultati sono la testimonianza che la strada intrapresa è quella giusta probabilmente, ma il cammino è ancora molto lungo. Perché per un atleta che arriva a grandi risultati, ce ne sono molti che si perdono per strada perché non adeguatamente supportati o seguiti. È un percorso lungo e sicuramente non privo di ostacoli, ma lo sport ci insegna che perseverare alla fine ripaga.

Masaaki Suwa, paracanoista giapponese, lo ha detto in maniera molto chiara ai media giapponesi “Il mio cruccio non è tanto quello che non sono riuscito a qualificarmi e quindi a gareggiare nella mia città, quanto quello che il mondo perderà la grande opportunità di conoscerci, di vederci non solo come atleti disabili, ma come esseri umani. Diversi sì, ma umani.” Uno schiaffo morale a tutti quei perbenisti che vivono di tanta ipocrisia. “Non siete al circo, quelli che vedete non sono supereroi e tantomeno fenomeni da baraccone. Sono, siamo, persone normali. Dovete mettervelo in testa”.

Se c’è una cosa che questi atleti non chiedono è sicuramente la compassione. I loro risultati sportivi e il percorso fatto per ottenerli denotano che questo step loro lo hanno già superato da un bel po’. Le Paralmpiadi non hanno avuto l’esposizione mediatica che meritavano, né in Italia né all’estero. È facile cavalcare la storia strappalacrime dei singoli, ma a che pro? Indici di ascolto che si impennano, certo. Pioggia di like. E poi? Tutto finisce lì. Se è vero che lo sport in generale è scuola di vita, quello paralimpico lo diventa in maniera amplificata.

Molto si è fatto per il superamento delle barriere architettoniche, ma ancora troppo poco per le barriere sociali. Sicuramente rendere accessibile un edificio, o un marciapiede, o un mezzo pubblico, è più facile che educare la mente delle persone. Ma quello sarà il vero salto di qualità.

Il Giappone sicuramente è un paese all’avanguardia per quanto riguarda le barriere architettoniche. È proprio qui che negli anni ’60 Seiichi Miyake inventò le “mattonelle braille”. Al Giappone va poi riconosciuto il primato dei semafori acustici, sempre per i non vedenti, dei mezzi pubblici “non step”, ascensori e percorsi speciali. Questo è tutto ciò che emerge, tutto ciò che le persone possono vedere, traguardi concreti, tangibili. Poi c’è il non visto… “È come per le nostre case: giardini curati alla perfezione, vialetti esterni ripuliti correttamente, magari anche androne e salotto, per chi ce l’ha. A mano a mano che ci si addentra all’interno, in cucina e in camera da letto, lo sporco emerge e non ce ne curiamo più di tanto.” Motoaki Fujita, docente di sociologia dello sport, usa questa metafora per chiarire il concetto “La verità è che la nostra società è ancora basata sull’omogenizzazione, l’identità di gruppo e l’incuranza, l’imbarazzo, se non l’aperta ostilità, per i diversi. E i disabili lo sono, inutile negarlo. Quantomeno nell’aspetto. Loro lo percepiscono e nonostante la vita fuori sia diventata sempre più facile, preferiscono restare in casa. Per non soffrire loro e non creare problemi ai loro cari”.

È inutile nascondersi dietro a grandi discorsi e paroloni: le difficoltà sociali ci sono. Quanto riportato sopra per il Giappone, è solo un pezzo del puzzle. Ma come detto all’inizio, la strada verso il miglioramento è stata intrapresa, almeno in Italia, nello sport. È fondamentale capire cosa significa il termine inclusione: l’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto. Anche la matematica ci aiuta: relazione fra due insiemi quando ogni elemento di un insieme fa parte dell’altro.

Inclusione non significa fare finta di niente, non significa “vieni, gioca con noi”, come se non ci fosse alcuna difficoltà. Questo porterebbe al risultato di far pesare ancora di più la diversità. Ciò che bisogna fare è prendere coscienza di cosa c’è di diverso e studiare le strategie per superare questa barriera. È ovvio che una persona priva degli arti inferiori non potrà giocare a pallavolo insieme a persone che le gambe le hanno. Ma questo non significa che non possa giocare a pallavolo. Il compatire, che sicuramente nasce da buoni sentimenti e altrettanto buone intenzioni, è un atto assolutamente inutile e probabilmente dannoso.

È fondamentale dare a queste persone, a questi atleti, gli strumenti necessari per poter essere autonomi e per poter esprimere il potenziale che hanno. Alcuni nuotatori paralimpici del nuoto, per esempio, realizzano prestazioni con riscontri cronometrici che fanno gola anche ai normodotati. Significa che le possibilità ci sono, la voglia c’è. Addirittura, l’allenatore ha un vantaggio: se spesso uno dei compiti del tecnico è quello di tenere alta la motivazione dell’atleta, questa volta se la ritrova alle stelle e deve incanalarla nella giusta prospettiva e nel percorso più adeguato.

La Federazione Italiana Nuoto, attraverso il Settore Istruzione Tecnica, ha iniziato da tempo un percorso di formazione dei tecnici che ha come obiettivo “una piscina inclusiva”. Le disabilità a volte sono evidenti (fisiche), a volte non si vedono (cognitive): attraverso una scuola nuoto messa in atto da tecnici qualificati si è sempre più in grado di insegnare la pratica sportiva a bambini e ragazzi con disabilità fisiche e cognitive, con disturbi del neurosviluppo. E di seguito, la Federazione Italiana Nuoto Paralimpico forma allenatori in grado di guidare questi giovani in un percorso agonistico, anche di alto livello.

È una realtà dalla quale si trae un grande insegnamento, che testimonia una forza di volontà che va oltre alcune barriere. Barriere non volute, non cercate, ma presenti nella quotidianità. Probabilmente dovrebbero essere questi atleti a compatire alcuni dei normodotati che si abbattono alla prima difficoltà, che si lamentano o che sono insoddisfatti.

Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio… chi è capace di soffrire alla fine vincerà (Mahatma Gandhi)

Pio D’Emilia. Giornalista e yamatologo, vive e lavora in Asia, e specialmente in Giappone, da oltre trent’anni. Lavora per Sky, scrive sul Fatto Quotidiano e sull’Espresso, e da quest’anno abbiamo il piacere di ospitarlo su Nuoto•com

Cover photo ©A.Chattasia@Unsplash

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