The King Shark: parla Andrea Avanzini, l’allenatore della società Nuoto Club 91 Parma nella quale Federico Bocchia è cresciuto.

Andrea Avanzini, Presidente della società Nuoto Club 91 Parma e capo allenatore della stessa, ha visto crescere tra le corsie del suo impianto Federico Bocchia, a molti noto come Re Squalo. Abbiamo parlato con lui di questo grande atleta, che tanti forse ricorderanno anche per la sua esuberanza a bordo vasca durante le gare.  Pochi probabilmente lo conoscono bene come lui, che da allenatore ha dovuto gestire lo showman, ma soprattutto ha affiancato un ragazzino durante il suo percorso sportivo, che è culminato in età adulta nell’élite del nuoto italiano.

Da quando hai cominciato a seguire Federico e che tipo di atleta era?

Ho cominciato a seguirlo da quando era in categoria ragazzi, anche se prima era comunque seguito dal mio viceallenatore. Da esordiente era un ragazzino che aveva risultati assolutamente normali, anzi. A dirla tutta lui era un ragazzo molto alto, con delle leve molto lunghe e questo gli dava non pochi problemi a livello di coordinazione. Era difficile proporgli qualcosa di diverso dallo stile libero. Quando ha iniziato ad allenarsi insieme a me ha trovato un bel gruppo, stimolante e questo lo ha aiutato ad impegnarsi molto. Ogni seduta di allenamento era una gara. Non lo trattavo in maniera diversa dagli altri, è una modalità che non mi appartiene.

Ha cominciato subito a manifestare spiccate doti per la velocità. Già da piccolino soffriva lavori più lunghi, di tipo aerobico o di VO2max. Ho sempre cercato di assecondare un po’ le sue caratteristiche. Arrivando terzo ai giovanili nei 50 stile ha iniziato la sua carriera. Da sempre preferiva nuotare a stile libero, lavorare su altri stili era pressoché difficile.

Federico è sicuramente noto anche per la sua personalità particolarmente esuberante. Che tipo di ragazzo era, quando si allenava con te?

C’è sicuramente da fare una distinzione tra ciò che può vedere e sentire il pubblico e tra ciò che vede e sente l’allenatore.

Federico in allenamento era piacevolissimo, si impegnava molto, non discuteva su quanto proposto, si fidava ed eseguiva. La cosa bella era la sana rivalità che aveva con i suoi compagni di allenamento: si stimolavano a vicenda e riuscivano a rendere l’allenamento più leggero ma allo stesso tempo molto efficace. Come allenatore posso solo dire che era un ragazzo d’oro. Lui poi lavorava moltissimo in palestra, oserei dire che il 70% dell’allenamento era palestra e il 30% era acqua. Si è sempre allenato cinque volte a settimana, neanche sei. Solo negli ultimi anni si allenava anche il sabato mattina. E onestamente, quando era più piccolo, andava bene così: era giusto tenersi un po’ di margine di crescita. I doppi li facevamo d’estate perché le condizioni erano più favorevoli. Era uno che non si risparmiava, faticava senza discutere. E poi il gruppo con cui lavorava faceva la differenza: si trovava bene e si spronavano l’un l’altro a fare sempre meglio. Paradossalmente, in queste condizioni, quello che faticava meno forse ero io perché avevo in acqua persone molto motivate.

Quando arrivava la gara, si trasformava. Non era mania di protagonismo o altro: lui si caricava così. Tant’è che in quei momenti ero consapevole di non potergli parlare di strategie, consigliarlo o discutere su cosa fare: era sordo. Bisognava pianificare tutto prima perché in gara diventava un altro. Aveva bisogno di questo per caricarsi. È stata una cosa che gli ha anche causato parecchi grattacapi: per chi lo conosceva era una cosa, ma per molti il suo atteggiamento veniva visto decisamente sopra le righe. Ovviamente non lo voglio giustificare, ho sempre cercato di fargli capire che c’erano contesti dove questo si poteva fare e altri dove invece non veniva tollerato. Ma anche tutto questo è Federico Bocchia.

Riesci a immaginare Federico a bordo vasca come allenatore?

Secondo me non è la sua carriera quella dell’allenatore. A bordo vasca non si è mai sentito a suo agio, nonostante io lo avessi invitato a cimentarsi in qualche corso per poter prendere dei brevetti. Poi, magari ci stupirà tutti! Ma al momento non me lo vedo nella veste di allenatore.

Che tipo di rapporto avevate tra allenatore e atleta?

Io e Federico siamo praticamente cresciuti insieme, io come allenatore e lui come atleta. Personalmente avevo già avuto delle esperienze con la nazionale e forse questo è stato un bene perché quando ha iniziato ad allenarsi con me non ero completamente digiuno di quello che significa gestire un atleta di alto livello. La nostra fortuna è stata che l’ho cresciuto sin da piccolo, insieme al mio viceallenatore che lo seguiva da esordiente.  Il nostro è sempre stato un rapporto ottimo. Anche quando aveva voluto andare a nuotare in altre società, l’ho sempre lasciato libero di scegliere, non ho mai voluto vincolarlo a me in tutto e per tutto. Perché ritengo che non sia giusto e anche controproducente per la carriera dell’atleta. Ha cambiato molte società, ma poi alla fine è sempre tornato qui e questo per me è un ottimo feedback perché significa che qui stava bene. Anche il rapporto con la sua famiglia è sempre stato molto buono: una famiglia sempre presente ma per nulla invadente. Venivano rispettati i ruoli di ognuno, io non interferivo nelle posizioni genitoriali e loro non hanno mai interferito nel mio lavoro di allenatore. Sportivamente mi hanno dato carta bianca in quella che era la gestione di Federico, non hanno mai fatto pressioni e per un allenatore questa è una delle cose più importanti, perché riesci a fare ancora meglio il tuo lavoro.

Ho appreso anch’io la notizia dai social; ci eravamo sentiti durante l’estate e avevo già avvertito da parte sua un po’ di tentennamento sul seguito della sua carriera. Poi qualche giorno fa ci siamo sentiti e mi ha raccontato di come ha maturato questa decisione.

Con il lockdown non riusciva ad allenarsi con continuità. E lì la motivazione ha cominciato a vacillare. E poi ha risentito moltissimo dell’assenza di pubblico, per lui è un aspetto fondamentale, si carica a mille prima di una gara grazie al tifo. Il contatto con il pubblico, le manifestazioni a porte chiuse per lui sono state il colpo di grazia. Non si divertiva più, e questo è un aspetto fondamentale. Il nuoto è sacrificio, tanto, e se non riesci a trovare il piacere di ciò che fai diventa una sofferenza. Il Covid non ha aiutato. È sicuramente un atleta maturo per la vasca, lasciare a 35 anni penso sia un’età dove hai dato molto e la scelta diventa comprensibile. L’idea ora è di rientrare a Parma e portare avanti l’azienda paterna di informatica.

Credo che Federico abbia dato tutto ciò che poteva dare al nuoto italiano. È sempre una scelta difficile, ma penso che sia quella giusta per lui: quando non ti diverti più, rischi di iniziare a odiare ciò che invece hai sempre amato.

 

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