La macchina del tempo

È accaduto, accade e forse accadrà ancora.
Quanto il corpo sia importante nello sport è un assioma, non richiede spiegazione. Vero che anche la mente, il cuore, lo spirito sono altrettanto centrali.
Come nella vita.
Perché lo sport è vita: nella sua manifestazione di energia, forza, vitalità, carica, passione, fatica, impegno…
Ed è vita per i giorni, le stagioni, gli anni, il tempo dedicato a quello che per molti diventa il centro della propria esistenza: atleti, istruttori, dirigenti, formatori…

Su questo, su tutto questo si abbattono irrimediabilmente le molestie, gli abusi, le violenze, non solo sul corpo e sull’anima delle vittime dirette.

Si è già detto in questo spazio della difficoltà oggettiva di chi opera nell’ordinamento sportivo tentando di reprimere tali fatti e sanzionarne i relativi responsabili, con la consapevolezza che, pur negli sforzi volitivi e negli auspici propositivi di chi gestisce e opera nel settore, il sistema troppo spesso fornisce armi spuntate, a tratti pur incisive, ma spesso non risolutive.
L’ambito della giustizia sportiva è il terreno su cui, in modo meno eclatante e rumoroso di quanto avvenga in altri ambiti – si pensi al lavoro sportivo, alla fiscalitá, adesso anche ai protocolli covid per certi aspetti –  si misura inesorabilmente la difficoltà, la labilità, la necessità dell’autonomia degli ordinamenti, statale e sportivo.
Le possibilità istruttorie, il differente grado di prova richiesto, ad esempio, conducono a interpretazioni e applicazioni diverse dei principi generali del giusto processo, anche di respiro costituzionale quale la presunzione di innocenza dell’art. 27 della Carta costituzionale.
In buona sostanza: si può ancora essere imputati in un processo penale non concluso ed essere già condannati nella giustizia sportiva. Legittimamente.
Ma potrebbe anche accadere che il processo disciplinare sportivo non abbia elementi su cui procedere nonostante il procedimento penale abbia già elementi di prova importanti e decisivi.

La riflessione odierna si estende oltre le difficoltà oggettive del momento presente. Ci sono adulti, oggi, che ancora fanno i conti con le violenze e gli abusi di decenni fa. E sono violenti a loro volta: verso altri o verso loro stessi.
Guardare a questi episodi ci proietta nel futuro dei piccoli e dei giovani che oggi sono le vittime dirette di questi contegni, senza distinzione di sesso, disciplina o latitudine: una triste e quasi infallibile macchina del tempo.
La responsabilità del sistema, di ciascuno e di tutti coloro i quali si occupano di sport, ad ogni livello, in ogni ambito, in ogni contesto, si confronta con il superiore bene dei ragazzi di oggi e degli adulti.
Gli adulti di oggi, che vivono lo sport, gli adulti di domani, cresciuti all’ombra delle sofferenze subite.

Scontato forse, ma pertinente, ripensare al Piccolo Principe, per cui “tutti i grandi sono stati bambini una volta…ma pochi di essi se ne ricordano”.

Cristina Varano, Avvocata del Foro di Roma; esperta di giustizia sportiva; Procuratrice Federale FIJLKAM/FIPE

Foto © Jan van der Wolf © Pexels

 

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