sfidare l’altro

La scelta di sfidare l’altro è un atto di superbia. E’ l’affermazione fatta all’universo che “io sono più forte e lo dimostro”. E’ un atto semplice, ma pieno d’insidie. Nessuno, infatti, è in grado davvero di farlo quando è in termini di parità. Difatti, normalmente, lo fa l’impero contro lo stato. Il grosso contro il piccolo. Il forte contro l’inerme. La gang contro le vittime. L’armato contro il disarmato. L’uomo contro la donna. Il gruppo contro il singolo…

Nell’atto della sfida la risposta deve essere già decisa, perché essere sconfitti vuol dire non esistere.

umiltà

In questa dinamica, però, raccogliere la sfida è anche un atto di umiltà. E’ accettare un’altra posizione rispetto a quella imposta dalla pulsione originaria, facendo opposizione al nulla che deriva dalla sconfitta. “Sto lì, senza tremare, (tremando) dove la realtà mi mette”.

conflitto

Nello sport c’è tutto questo sul piatto. Per questo c’è conflitto interiore nel gareggiare. Per questo non basta dire che si va lì e si da il massimo. Non c’è chiarezza, come in tutte le questioni umane, anche se, come fa il mondo, si dice che tutto è chiaro.

scelta

L’atleta non sceglie di gareggiare. Lo fa perché è dentro un contesto che gli chiede di farlo. Non può che starci, perché sa che, rinunciando, perde tutto ciò che lo sostiene. Oppure accetta, senza sapere perché, e fa, senza ragioni, quello che fanno gli altri, solo perché lo fanno gli altri.

angoscia

Inevitabile l’angoscia. “Non ho scelto, ma devo accettare”. “Non so cosa voglio, perché quando lo so, penso di non poterlo sostenere”.

senso

Ma siccome l’uomo ha bisogno di senso, fa di tutto per darselo. L’azione fa questo lavoro per lui. La gara fa questo lavoro per lui. Smuove l’anima dal tentativo di essere superiore senza provarlo e mette in moto una ricerca di senso. Di fatto modifica il mondo in cui abita,  riconsegnandogli un accesso alla propria umanità.

 

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