Un photo manager ad Abu Dhabi. Episodio uno: un Mondiale di transizione

Nino Manfredi, seduto su una improbabile ed essenziale sedia gestatoria, alla vista di Alberto Sordi e Bertrand Blier che lo avevano inseguito per mezza Africa esclamava “Arindanga! Aridanga arompa cojota” in un improbabile dialetto angolano.

Il concetto è chiaro anche per i non aborigeni: “Speravo proprio di non incontrarvi più”.

Lo stesso pensiero è sicuramente balenato nella fertile mente dei lettori di questo blog.

E invece, in una nuova veste, eccomi qui. Non più fotografo, ma photo manager del FINA Festival di Abu Dhabi.

Non solo nuoto, quindi, ma anche open water, high diving e una gara/esibizione di tuffi.

Sede di gara sconosciuta, la Etihad Arena è un pezzo dell’enorme ed artificialissimo puzzle che compone Yas Marina, l’isola di Abu Dhabi che ospita tutto l’entertainment, a cominciare dal circuito di Formula Uno. Proprio ieri sera, il tulipano  Max Verstappen ha ridimensionato il pluripluricampione Lewis Hamilton. Beati loro che si possono divertire con dei mezzi che costano ciascuno venti volte il bilancio annuale di un centro sportivo.

Ma ripiombiamo a palla sulla Etihad Arena, dove l’italianissima Myrtha Pools ha costruito, con la solita, quasi proverbiale, perizia due vasche da 25 metri, mentre all’esterno è l’altrettanto italiana Microplus che si occupa del cronometraggio del nuoto di fondo. Mi piacerebbe diventare il cantore ufficiale, il menestrello dell’italianità all’interno del mondo acquatico. Probabilmente le nostre eccellenze preferirebbero qualcuno più celebre e capace. Hanno detto che mi “faranno sapere”

Ripartiamo da Tokyo o dalla International Swimming League? Abu Dhabi è una via di mezzo, 25 metri come a Napoli ma un “parterre de roi” di partecipanti a livello quasi olimpico. È certo che siamo orfani di Fede, Femke, Ferry (la sillaba “Fe” deve avere una scadenza 2021), Georgia e chissà quanti altri che hanno appeso il costume (o si appendono gli occhialini?) al chiodo, ma le nuove leve incombono.

Arena ha messo in scuderia due atleti dal futuro luminoso, David Popovici e Lydia Jacoby, ma al tempo stesso ha passato il testimone di supplier della FINA alla Finis, almeno per questi campionati. Il nuovo bureau FINA, con il suo super presidente Al Musallam, non ha per ora sbagliato una mossa: più spazio e più rappresentanza (nonché più fondi) per atleti e tecnici. Cercherò di saperne di più.

Mi viene da pensare questi campionati siano di transizione, non tanto per i risultati, che potrebbero essere di qualsiasi tipo, ma perché potrebbero confermare delle sorprese di Tokyo e delle scelte politiche fatte, al tempo stesso confermare grandi campioni che hanno ancora il pieno di benzina e potrebbero usare il mondiale per rilanciarsi.

Mentre loro battaglieranno in acqua, io farò il cane da pastore. Privo di attrezzatura fotografica, ho delegato le immagini ai due Andrea e all’altro Giorgio (li conoscete già, se volete li cito apertamente). Il mio compito consiste nel consentire ai fotografi di scattare le loro migliori foto senza intralciare il lavoro di atleti, giudici, coaches e, soprattutto, TV.

Mi sembra di aver già scritto il mio anatema nei confronti degli host broadcasters, che sono, in italiano la produzione televisiva ufficiale. Loro hanno, come è giusto che sia, le postazioni migliori, non si spostano neanche con i buldozer e , se provi a parlarci, non sentono niente perché sono in cuffia con la regia. Li odio, in maniera fraterna, ma li odio.

Ci sono però due cameramen che odio senza fraternità: non hanno un nome ma hanno il ruolo peggiore. Sono il pescatore (quello con la telecamera sulla canna da pesca che fa vedere le virate da sotto – solo la virata, non la subacquea – inutile al 100%) e il poveraccio con la camera a spalla, o con la steadycam, il quale ha un master in impallamento dei fotografi. Non appena i fotografi hanno un’inquadratura decente delle premiazioni o delle esultanze, lui si butta in mezzo che manco Gabriele Paolini il disturbatore.

A Barcellona 2013 ce n’era uno che mi aveva dichiarato guerra. Si metteva sempre di modo da impallarmi. Al momento della consegna della bandiera ai rappresentanti del Mondiale successivo, lui si è precipitato a bloccarmi la visuale dopo che mi ero spalmato per terra per avere un’inquadratura chiara. L’ho visto arrivare, ero pronto e, mentre scattavo con una mano, gli ho inchiodato un piede per terra con l’altra. Secondo me, la sua scarpa è ancora lì.

Ph. ©G.Scala

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