Una donna per coach – Patrizia Bozzano “Il mio lavoro non lo cambierei con niente al mondo”.

La Liguria è sicuramente una regione che da sempre ha una tradizione natatoria importante: nuoto, pallanuoto e ogni altra disciplina acquatica praticabile in vasca e in mare aperto. Anche qui ci sono delle allenatrici che hanno lasciato il segno nel nostro sport.

Patrizia Bozzano, di Genova, è stata un’atleta di vertice: campionessa italiana juniores nei 400 e 800 stile libero, più volte medagliata ai Campionati Italiani  Assoluti. È stata portacolori della Nazionale di Nuoto e ha partecipato alle Gymnasiadi di Città del Messico e alle Universiadi di Edmonton.

Attualmente è capo allenatore della società Andrea Doria, è coordinatrice di tutto il settore nuoto e responsabile della più importante polisportiva di Genova.

Come è maturata la tua scelta di diventare allenatrice?

Mentre frequentavo la facoltà di Scienze Motorie ho cominciato a lavoricchiare nella piscina di Chiavari dove seguivo gli esordienti e da allora non ho più smesso. Da quella prima esperienza sono poi andata a Savona, al Multedo e poi all’Andrea Doria.

La tua esperienza di atleta ti è stata utile per poter rivestire questo ruolo?

Assolutamente sì! Avendo nuotato a livello agonistico ho ben presente tutte le sensazioni e le ansie legate alle competizioni. Avendole vissute in prima persona sono riuscita a fare da filtro e ho cercato di non farle vivere ai miei atleti. Nonostante io sia una che sente tantissimo le gare, anche quelle dei miei ragazzi. Nel mio caso poi, allenavo anche le mie due figlie, Martina e Giorgia Peschiera, e quindi la fatica era doppia. Ho dovuto imparare a gestire il doppio ruolo, quello di mamma e quello di allenatore, e non è per niente facile. Ogni volta che i miei ragazzi gareggiano ho il cuore in gola per l’emozione; quando entravano in acqua le mie figlie era tutto amplificato. Però è stata una scuola di vita. La mia fortuna è stata che mio marito fa un lavoro completamente diverso dal mio, quindi le mie figlie riuscivano a respirare a casa un’aria diversa. Lui è una persona molto pacata, molto tranquilla, pertanto ha sempre compensato con quello che ero io. A tutti gli effetti è stato un aiuto per noi, perché se era difficile per me, la stessa cosa valeva per le mie figlie. Credo che i figli degli allenatori abbiano sempre paura di deludere il genitore e quindi vivono la loro esperienza sportiva con un peso maggiore rispetto agli altri ragazzi. Inoltre comprendono molto più di quanto pensiamo: si rendono perfettamente conto dei sacrifici, delle fatiche che facciamo; ne sono assolutamente consapevoli. Ed è un fardello non da poco perché, in fin dei conti, gli adulti siamo noi, loro sono ragazzini.

Come sei riuscita a conciliare il ruolo di allenatrice con quello di mamma?

Mio marito, pur facendo un lavoro che con il nuoto non c’entra nulla, mi ha sempre supportata e aiutata. Non è scontato e non è poco. Forse sono stata fortunata sotto questo punto di vita. Io ho sempre rispettato il suo lavoro, credo sia giusto che lui si realizzi in questo ambito. Lui ha sempre pensato la stessa cosa del mio di lavoro. Questo modo di vedere le cose ha fatto sì che ci siamo sempre aiutati nella gestione della nostra famiglia. Ovviamente abbiamo dovuto ricorrere a supporti esterni, nonni oppure baby sitter, ma ci siamo sempre aiutati. Rispettarsi ed essere onesti: credo che questo stia alla base e così facendo le cose possono funzionare. E poi mi ritengo fortunata ad avere un uomo così al mio fianco.

C’è stato un periodo in cui il mio stipendio andava interamente alla baby sitter. Ma questo mi ha permesso di mantenere il posto di lavoro. Ma non era pensabile fare diversamente. Non è stato facile, ma come dicevo prima, ho avuto il supporto di mio marito. Si è trattato di una scelta condivisa e quindi portata avanti da entrambi. Tornassi indietro rifarei le stesse scelte.

Hai avuto difficoltà a portare avanti la tua scelta lavorativa?

Nelle società in cui ho lavorato, compresa l’Andrea Doria per la quale sto lavorando attualmente, ho sempre avuto piena autonomia, indipendentemente dal fatto che io sia una donna. Anzi, ho sempre fatto ciò che ho voluto. Credo che noi donne abbiamo un pò più di difficoltà con i colleghi, perché alcuni uomini che mi hanno affiancato, indipendentemente dalla mia esperienza, capacità e conoscenza della materia, ritenevano di essere comunque di essere migliori. Paradossalmente questa cosa mi è capitata con ragazzi molto giovani. Ho un pò la sensazione di dover sempre lottare, nonostante abbia un’esperienza e dei risultati che supportano e confermano le mie capacità lavorative.

Fortunatamente ho sempre avuto e ho tutt’ora la fiducia e il pieno appoggio delle società e questo per me è fondamentale. Va oltre qualsiasi chiacchiera. Credo che nel nostro sport siano stati fatti passi da gigante, anche per quello ce riguarda la preparazione dei tecnici. Siamo un pò soggetti ad un retaggio culturale, secondo il quale questo è un ruolo da uomini. In realtà, sono convinta che si possa fare bene sia come uomini che come donne: maschio non è sinonimo di eccellenza, come femmina non è sinonimo di scarsa qualità. E viceversa. La differenza la fanno sempre le persone. E poi sono convinta che la differenza arricchisca. Il valore aggiunto che può dare un allenatore uomo non posso darglielo io, e la stessa cosa vale per un’allenatrice. Paradossalmente si potrebbe dire che ci si completa e si riesce a creare una sinergia vincente. Non deve essere vista come una sfida, bensì come un qualcosa che è finalizzato al bene dei ragazzi.

E poi una cosa che non conosce distinzione di genere è la gavetta: quella è importante che la facciano tutti, uomini e donne. Io ho iniziato questo lavoro a vent’anni ma la prima squadra ce l’ho avuta a trentasei. Ed è stato un bene, perché tutti quegli anni di esperienza sono andati a beneficio degli atleti. L’errore che non si deve fare è pensare che, essendo stati atleti, allora si può essere dei super allenatori. No! Non è così! Un conto è essere in acqua, un conto è stare fuori dall’acqua.

Patrizia Bozzano con Virginia Consiglio

Quali sono, secondo te, i vantaggi e quali gli svantaggi nell’essere un’allenatrice?

Lo svantaggio è forse legato a quello che dicevo prima: questo retaggio culturale da parte di alcuni, secondo cui la donna non è capace in quanto tale. È sempre tutto più faticoso e bisogna sempre dimostrare, essere sempre al top. Non ti sono concesse sbavature.

Il vantaggio credo sia legato al fatto che come donne abbiamo una sensibilità diversa, che ci può avvantaggiare nella relazione con gli atleti, nell’intuire alcune situazioni prima che si verifichino. Credo comunque che i ragazzi sono intelligenti: sanno cosa prendere e da chi prenderlo, indipendentemente se uomo o donna. Se un mio collega riesce ad instaurare un buon rapporto con l’atleta, perché è più giovane di me, perché è un uomo, per qualsiasi motivo, io non sono gelosa di questo, anzi! Lo ritengo un valore aggiunto per la squadra. Il fatto che io riesca ad avere uno spirito di osservazione diverso, che riesca a relazionarmi in maniera diversa con gli atleti, è in egual misura un valore aggiunto. L’importante è che tra colleghi ci sia il rispetto della persona e dei ruoli.

Vivi l’ambiente acqua da un sacco di tempo, prima come atleta e poi come tecnico. Nella tua lunga esperienza, qual è la tua opinione sull’evoluzione di questo sport e di chi lo pratica?

Mi sento di dire che quello attuale è un mondo completamente diverso rispetto a quando nuotavo io. A livello di metodologia c’è stata un’evoluzione importante: ai miei tempi ci massacravano di chilometri, una mole di lavoro incredibile che oggi non viene proposto tanto spesso. Ed è un risultato importante perché attualmente si riesce a spaziare molto di più con tipologie diverse, permettendo all’allenatore di stimolare l’atleta sotto tanti punti di vista, con la conseguenza che si riesce a far emergere il meglio di ognuno.

Credo che la mentalità dell’atleta sia molto cambiata: un tempo i traguardi erano molto più sentiti e molto più sudati. I ragazzi oggi ottengono tanto in poco tempo: il nuoto non funziona così. O l’atleta è molto forte mentalmente, e quindi anche a fronte di risultati che tardano ad arrivare non molla, oppure si stancano presto, non reggono la fatica del percorso da fare per arrivare all’obiettivo. Sono in pochi quelli che si sacrificano.

Però quando trovi ragazzi disposti a fare fatica ti si apre il cuore e, letteralmente, getti il cuore oltre l’ostacolo. Porto l’esempio della realtà in cui lavoro: in Andrea Doria non abbiamo moltissimi spazi per allenarci, abbiamo una vasca da 25 con quattro corsie. Giustamente bisogna dare la priorità a quelle attività che sono economicamente redditizie, soprattutto in questo periodo. Perciò l’agonismo deve accontentarsi degli spazi che rimangono a disposizione. Non lo dico perché sono i miei ragazzi, ma veramente hanno una marcia in più: pur di potersi allenare fanno dei sacrifici incredibili. Quest’anno una parte della prima squadra nuota due volte alla settimana dalle cinque alle sette del mattino, e non è un doppio allenamento. Un altro giorno dalle sei alle otto, perché entrano a scuola un’ora dopo. Per me questi ragazzi sono campioni a prescindere, indipendentemente dai risultati.

La pandemia ha sicuramente inciso sulle attività: le società devono necessariamente dare la priorità a ciò che porta guadagno. Altrimenti non si sta in piedi. Io stessa, che un tempo facevo solo la responsabile del settore nuoto, oltre a tutta la parte agonistica, mi ritrovo ora a sostituire colleghi istruttori. Bisogna adattarsi. E credo sia cambiata anche la mentalità degli istruttori, non solo degli atleti: non ce ne sono tanti disposti a sacrificarsi, disposti a fare qualche levataccia. A volte riscontro un pò di superficialità anche in questo ambito. Paradossalmente devo correre io, alla mia età, rispetto al ragazzo/a di vent’anni che dovrebbe essere invece un ciclone.

Che consiglio ti senti di dare alle donne che si approcciano a questo lavoro?

Consiglierei di fare tutta la gavetta: di imparare a conoscere il bambino da piccolo fino a che diventa grande. È fondamentale crescere con i ragazzi, solo così riesci a farti un gran bagaglio di esperienze che ti permette di affrontare le difficoltà. Ma è un consiglio che darei anche a un collega maschio. Vale per entrambi.

Bisogna avere pazienza ed essere decisi con i ragazzi: loro hanno bisogno della nostra sicurezza. Ed essere decise anche nell’ambiente: non dobbiamo mai pensare che perché donne noi non ce la possiamo fare. Abbiamo le stesse capacità e potenzialità di un uomo.

E poi mi sento di consigliare che mettano sempre al centro delle scelte gli atleti. Il loro bene, sempre.

Patrizia Bozzano con Mattia Alessandro

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