Milano: correva l’anno 1842

primato

I primi bagni pubblici della storia del nostro stivale, in parole povere, la prima vasca fatta apposta per nuotare, o se volete la prima piscina d’Italia, furono i Bagni di Diana di Milano. Ufficialmente nacquero il 9 luglio del 1842, quando un funzionario dell’impero austroungarico tagliò il fatidico nastro.

bagni pubblici

I bagni Diana si trovavano vicino a quella che allora era la Porta Orientale e che oggi è conosciuta come Porta Venezia. Oggi è pieno centro, allora era periferia. Li aveva pensati un architetto alla moda, un certo Andrea Pizzala, famoso per aver costruito, dieci anni prima, in ferro e vetro, come si faceva allora, la famosa galleria De Cristoforis, quella delle esclusive passeggiate milanesi, almeno finché, 35 anni dopo, fu inaugurata Galleria Vittorio Emanuele.

Diana

Il  nome dei bagni pare venisse da una statuetta della dea dell’olimpo romano, venerata come custode delle fonti e dei torrenti, rinvenuta durante gli scavi. Col tempo quest’origine apparve sempre più nebulosa e oscura. In ogni caso il nome richiamava il mito delle metamorfosi di Ovidio e la classicità ritrovata, come molte delle cose sportive che proliferavano nel secolo XIX. Ma forse si rifaceva ai bagni che con lo stesso nome si trovavano a Vienna, la capitale dell’Impero di cui Milano era parte, che furono la culla dell’agonismo natatorio mitteleuropeo.

La costruzione voleva essere un’operazione finanziaria di un gruppo di azionisti di una società capitanata da Giuseppe Nervo. Questi uomini pensarono ad uno “stabilimento per la scuola di nuoto” che portasse in Italia una certa aria europea, quella del nuoto, più quella del Country Club, che si respirava sia nel mondo imperiale, sia nella vecchia Inghilterra, dove tutto sembrava aver avuto inizio. Effettivamente lo stabilimento fu tutto questo, oltre ad essere la prima scuola di nuoto regolare di Milano.

la vasca

Il complesso era decisamente grande. Si estendeva fra le attuali viale Piave, via Nino Bixio, via Giuseppe Sirtori e via Paolo Mascagni. Anche la vasca era ben dimensionata: 100 metri per 25, profonda da uno a tre metri, sviluppata parallelamente ai bastioni della città.

Utenti

Per un pezzo i bagni furono frequentati solo da uomini, che disponevano di ottantaquattro “camerini da bagno“, uno spazio per divertirsi, luoghi per svolgere esercizi ginnastici, sale da biliardo e da scherma, un ristorante,  un caffè e un elegante giardino di pioppi, ippocastani e salici piangenti. Chi voleva ci trovava anche un tirassegno, per esercitarsi al tiro con la pistola o con la carabina. D’inverno gli avventori potevano anche pattinare, dato che la vasca diventava una favolosa pista di ghiaccio.

donne

Le donne furono ammesse nel 1886. Per loro era riservato l’orario dalle nove a mezzogiorno, quando i maschi erano impegnati negli affari quotidiani. Naturalmente le loro lezioni dovevano svolgersi lontane da occhi indiscreti, ma l’etichetta dei bagni veniva loro in aiuto. Infatti era previsto che le sedie del bar, nell’edificio principale, dessero le spalle alla piscina, considerando maleducazione stare a guardare i nuotatori, come sempre molto limitati nei vestiti.

nuoto

Il livello di ambizione del posto lo si capisce dal fatto che le lezioni di nuoto erano tenute da istruttori inglesi. La memoria meneghina ricorda due membri del numeroso staff al servizio dei clienti: il primo era il custode Febo Franchi, un uomo che riuscì a gestire lo stabilimento per oltre quarant’anni, senza mai farci neanche un bagno. Il secondo era un bagnino di nome Bacioch, ricordato da tutti nell’atto di aiutare i nuotatori in difficoltà con l’assistenza di un lungo bastone.

Impianti

L’impianto natatorio aveva un “flusso d’acqua continua e filtrata“. I volantini pubblicitari ne decantavano anche le docce, ufficialmente a temperatura di “otto gradi Reaumur”. Tutta quell’acqua veniva dalla Gerenzana, uno dei tanti canali che si diramano dal fiume Seveso, ma col tempo, scarichi sempre meno puliti, la resero inadatta. Così si tentò di sostituirla con acqua del sottosuolo, pompata da un impianto a motore elettrico, con molti problemi, soprattutto di temperatura.

Campionato Italiano di tuffi

I bagni Diana furono famosi per i tuffi. La pratica di saltare in acqua era stimolata da due magnifici trampolini, uno alto un metro e venti, l’altro tre metri e cinquanta, costruiti in perfetto equilibrio architettonico sul fronte dell’edifico principale. I più spericolati potevano anche gettarsi dalla terrazza, che misurava sei metri. Proprio dai sei metri si disputò, nel 1900, il primo Campionato italiano di tuffi, pochi anni dopo che era nata in Germania la disciplina  moderna, quella dei tuffi artistici, in cui vinceva il tuffo più bello, in opposizione al sistema inglese del “Plunging”, dove era primo chi, col tuffo, arrivava più lontano.

Società Nettuno

A vincere quel campionato benemerito fu Ferdinando Bezzi, avvocato e atleta milanese, la cui storia  proveniva dalla leggendaria Società Ginnastica Milanese Forza e Coraggio. Nell’occasione precedette Giovanni Colombo e Luigi Levati, tuffatori che avrebbero fatto con lui la prima storia dei tuffi italiani. Il campionato era stato organizzato dalla società di nuoto Nettuno, fondata due anni prima proprio dal Bezzi,  insieme ad un gruppetto di frequentatori dei bagni Diana. Lo scopo della società era sviluppare lo sport dei “Salti in acqua“, e naturalmente anche promuovere “l‘arte del nuoto nelle singole sue manifestazioni” .  La sua sede erano proprio i bagni di Diana.

pallanuoto e sport femminile

La Nettuno, oltre ai tuffi, si occupò di pallanuoto e di sport femminile. La sezione pallanuoto fu aperta ufficialmente nel 1905, ma qualche partita fu giocata già nel 1899, facendo di quei bagni praticamente la culla della Waterpolo nazionale. Nel 1906 fu organizzata invece una gara femminile sulla distanza dei 50 metri. Sicuramente una delle prime gare riservate alle donne fatte in Italia. A vincerla fu la signora Giovanna Huber, davanti a Matilde Sarti e Lina Tominetti.

epilogo

I Bagni resistettero alle vaste trasformazioni di Milano finché, nel 1908, furono demoliti per far posto al Kursaal Diana, un edificio imponente, che inglobava un teatro, un ristorante, un hotel meublé e uno sferisterio per il gioco della pelota (Cosa centra la pelota a Milano? Boh). Problemi di alimentazione idrica spinsero i progettisti a fare a meno della vasca, che nel progetto iniziale avrebbe dovuto completare il  progetto. Attualmente vi si trova l’Hotel Diana Majestic di Porta Venezia, della catena Sheraton, che conserva ancora nella facciata, l’antico orgoglio della Bella Époque, testimoniato da un originale e sempre affascinante stile tardo liberty.

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