Fasi sensibili

Giornali, TV, radio, internet: ovunque si parla di nuoto. Tutti parlano di nuoto, soprattutto chi non ne capisce; chiunque si sente legittimato a esprimere giudizi, stilare pagelle, raccontare il declino di Gregorio Paltrinieri dopo gli 800 e ricordare di avere sempre creduto in lui dopo i 1500.

Un’infinità di voci più o meno intonate al servizio di un’unica narrativa: siamo una superpotenza, il nuoto italiano scoppia di salute, merito del mental coach della dieta iperproteica del collegiale in altura, a Parigi faremo faville.

Sull’ultima osservazione non si può non essere d’accordo, ma mi pare che a tutti sfugga il punto: il nuoto italiano è un malato gravissimo, che rischia di diventare terminale, e questo è il momento per intervenire.

Argomento: nello sport in generale e nel nuoto in particolare le medaglie sono come una supernova esplosa a miliardi di chilometri: vediamo la sua luce centinaia, migliaia di anni dopo, e quando la vediamo ormai non esiste più.

In questa prima metà degli anni Venti stiamo raccogliendo i frutti di tre decadi di lavoro da parte di migliaia di tecnici competenti, consapevoli e rispettosi del talento e dei tempi di sviluppo dei propri atleti. Se qualcuno avesse dubbi sul fatto che la pietra angolare del movimento sia rappresentata dai tecnici consideri che nel 2021 hanno portato almeno un atleta a medaglia internazionale ben venticinque allenatori.

Consideri che quasi tutti i componenti della nouvelle vague azzurra sono seguiti dallo stesso coach che li ha scoperti fra le corsie della scuola nuoto.

Consideri che il movimento esprime talenti a ogni latitudine, dalla Puglia al Piemonte, dal Veneto alla Campania.

Ci sarebbero quindi tutte le premesse per mantenere e consolidare la straordinarietà del nuoto azzurro ma, come accennato sopra, il sistema rischia di implodere per una serie di questioni piuttosto serie.

La prima: la filiera del nuoto agonistico poggia interamente sulle spalle delle società. Non ci sono sinergie con la scuola o progetti ministeriali, solo l’abnegazione e la volontà dei dirigenti che decidono di investire nell’agonismo. Perché questo è un punto che va chiarito una volta per tutte: per una società sportiva l’attività agonistica è un costo. Nel conto economico il bilancio è sempre in rosso. “Ma cosa dite, l’agonismo è un business, mio figlio paga seicento euro ogni anno per nuotare”. Facciamo siano anche mille e che il ragazzo si alleni poco, diciamo duecento sedute l’anno. Fa cinque euro a seduta, due euro e cinquanta l’ora. Con due euro e cinquanta a testa, amici, non pagate neppure l’acqua delle docce. Figuratevi quella delle piscine, i prodotti chimici, il personale, eccetera.

Chiarito quindi che l’agonismo è un costo, ripetiamolo bene perché so che non avete capito: l’agonismo è un costo, cosa permette di sostenere questo costo? Le attività didattiche. Non è un caso che tutte le società con una leva agonistica importante portino avanti in parallelo un’efficace attività di gestione. Parliamo ovviamente delle società che selezionano e coltivano il talento, non dei gruppi sportivi militari o di quei pochi grandi club che possono permettersi di acquistare atleti coltivati da altri e che rischiano di trovare gli scaffali vuoti se la base si sgretola.

Ora, dire che l’attività con codice ATECO 93.11.20 (gestione di piscine) sia in crisi è un pallidissimo eufemismo.

Tolti pochi casi virtuosi, i gestori di piscine sono dei morti che camminano. Per sopravvivere a tre anni di pandemia e al caro bollette se non sono falliti sono indebitati fino alla punta dei capelli e devono pregare tutte le divinità che il 2022/2023 non porti ulteriori guai, come ad esempio un (probabile) razionamento del gas o una (probabilissima) recrudescenza della pandemia. Scusate, prima devono naturalmente implorare tutti i santi che entro dieci giorni cominci a piovere per non vedersi chiudere gli impianti estivi causa mancanza di acqua. Dati ufficiosi parlano di un quarto delle piscine pubbliche chiuse, ma la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente.

Non che i piscinari non se la siano cercata, ci mancherebbe. In quarant’anni non sono riusciti a compattarsi come categoria e si sono sempre opposti a ogni tentativo di scioglimento dei nodi strutturali del sistema, a cominciare dal lavoro sportivo.

Sì perché è inutile continuare a girare intorno all’elefante: insieme ai gestori, il Covid si è portato via migliaia di tecnici che a piscine chiuse sono stati costretti a cercare altre occupazioni e hanno scoperto che tutto sommato con orari contenuti, condizioni ambientali dignitose e retribuzioni stabili si vive meglio, anche a costo di rinunciare all’adrenalina da cronometro. Il nuoto italiano sta perdendo il suo patrimonio più prezioso: i tecnici. E non pare verosimile che un sistema strutturalmente basato sulla compressione del costo del lavoro sia in grado di riportarli a bordo vasca.

Anche qui bisogna intendersi: i gestori di piscine sono persone orribili, su questo non c’è dubbio. Ma è altrettanto vero che le norme le scrive la politica, ed è un dato di fatto che il nostro decisore politico ha utilizzato la precarietà del lavoro sportivo come artificio per mantenere basso il costo dello sport di base.

Mi spiego meglio: la diffusione della pratica sportiva contribuisce al contenimento della spesa sanitaria, quindi la maggior parte dei paesi occidentali ha inserito lo sport nei programmi scolastici, ha mantenuto la gestione pubblica dei grandi impianti sportivi e ha conferito alle spese per lo sport il medesimo status fiscale di quelle sanitarie.

Da noi le scelte sono state differenti: lo sport nella scuola non è mai entrato seriamente e le pubbliche amministrazioni si sono liberate dei costi legati all’impiantistica sportiva attraverso le concessioni prima di soli servizi, poi di manutenzioni e lavori accessori. In estrema sintesi: quarant’anni fa un ente locale pagava la società sportiva per gestire l’impianto, oggi la società sportiva per gestirlo se lo deve pure costruire. Per evitare che il progressivo spostamento di oneri sulle concessionarie portasse a un aumento generalizzato delle tariffe (e quindi alla riduzione del numero dei praticanti, e quindi all’aumento della spesa sanitaria) si è scelto di costruire intorno alle società sportive un recinto di agevolazioni fiscali e lavoristiche che, come non manca mai di ricordarci Roberto Bresci, come tutte le agevolazioni vengono pagate da qualcun altro: nel caso di quelle sul lavoro dai lavoratori stessi, privi di qualsiasi copertura previdenziale e assistenziale.

Per mettere in sicurezza il nuoto italiano, non potendo sperare che Paolo Barelli faccia sempre il miracolo ottenendo finanziamenti pubblici che comunque con questi chiari di luna non potranno mai essere sufficienti, non si può allora che ripartire da una discussione seria sul ruolo del tecnico sportivo.

Le cronache ce lo ricordano quotidianamente: più nessuno e disposto a lavorare come un somaro per pochi soldi e senza tutele. Per fortuna, mi permetto di aggiungere. All’idea che i miei figli siano costretti a lavorare alle condizioni che ha accettato la mia generazione mi viene sinceramente da vomitare. Vincenzo Spadafora ha dato vita a una riforma più che imperfetta, imperfettissima, ma ha colmato un vuoto che non poteva rimanere tale e che è responsabilità di tutti coloro che lo hanno preceduto.

Per superare questa crisi serve, io credo, un bagno di consapevolezza: della politica, che non può continuare a scaricare il peso dello sport di base sulle spalle dei lavoratori; dei gestori, che devono trovare il modo di far quadrare i conti anche con un costo del lavoro incrementato o, dove questo non è possibile, avere il coraggio di restituire le concessioni; degli utenti, che devono entrare nell’ordine di idee che per praticare attività sportiva in un ambiente salubre sotto la guida di lavoratori competenti e tutelati bisogna pagare il giusto. E, ultimo ma non ultimo, dei tecnici che devono prendere atto che per essere trattati da professionisti bisogna comportarsi da professionisti, investendo nella propria formazione una maggiore quantità di tempo e, sì, di danaro.

In alternativa, vale sempre per tutti lo stesso suggerimento: troviamoci un lavoro serio.

Ph. ©A.Staccioli/Deepbluemedia

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