The great S’S’D swindle

Non è abitudine di NPC commentare le norme prima della loro approvazione definitiva, ma nel momento in cui la sottosegretaria Valentina Vezzali proclama urbi et orbi che lo schema di decreto correttivo al D. Lgs. 36/2021 approvato dal consiglio dei ministri il 7 luglio scorso “conferisce dignità alla figura del lavoratore sportivo e garantisce nel contempo la sostenibilità del sistema sportivo” e i maggiori esperti del settore si scatenano su social e riviste specializzate, qualcosa proviamo a raccontare anche noi.

Innanzi tutto: il decreto correttivo dovrà avere il via libera delle commissioni parlamentari e delle regioni per entrare in vigore il 1/1/2023, quindi è ancora possibile ogni genere di modifica, rinvio, affossamento. Non bisogna però dimenticare che la corte di cassazione ha stabilito a più riprese che il dettato del D. Lgs. 36/2021 è già pienamente valevole, pertanto quello sportivo è già oggi un lavoratore a pieno titolo, e se i tribunali del lavoro non sono intasati di cause è solo per la convinzione diffusa che dal 2023 si cambia registro.

Ma cosa succede, sulla base delle anticipazioni disponibili, dal 2023?

Innanzitutto scompare la figura del lavoratore sportivo per come è stato inteso finora, con la propria attività regolata sulla base di una lettera d’incarico e remunerato ai sensi dell’art. 67.1.m del TUIR, che viene abolito.

Restano quindi due categorie:

  • i volontari, che prestano la propria opera a titolo completamente gratuito salvo il rimborso delle spese effettivamente sostenute per attività svolte per conto della associazione o società sportiva di riferimento
  • lavoratori, cioè tutti coloro che svolgono una prestazione a titolo oneroso, cioè dietro versamento di un corrispettivo da parte della ASD/SSD. Questi ultimi sono suddivisi in tre categorie:
    • lavoratori sportivi: svolgono un compito o mansione necessaria per lo svolgimento dell’attività sportiva sulla base dei regolamenti della federazione sportiva, disciplina associata o ente di promozione di appartenenza: atleti, allenatori, preparatori atletici, istruttori, dirigenti, ufficiali di gara
    • collaboratori amministrativo gestionali: svolgono attività amministrative
    • lavoratori ordinari: svolgono mansioni non ricomprese nei punti precedenti e devono essere inquadrati secondo le norme lavoristiche generali

Per le prime due categorie vengono introdotte tre fasce di compensi:

  • fino a 5.000 euro l’anno, sui quali non si applicheranno ritenute fiscali e previdenziali
  • da 5.001 a 15.000 euro l’anno, sui quali si applicheranno solo le ritenute previdenziali
  • oltre 15.000 euro l’anno, sui quali si applicheranno ritenute fiscali e previdenziali

Per i primi cinque anni (fino al 31/12/2027) le contribuzioni previdenziali saranno ridotte del 50% ed è prevista una “presunzione” di lavoro autonomo (collaborazione coordinata e continuativa) al di sotto delle 18 ore settimanali.

Se l’obiettivo era stabilizzare i lavoratori dello sport, mi pare che l’obiettivo sia raggiunto solo per le figure di contorno: receptionist, manutentori, personale di pulizia, che sono esplicitamente escluse dall’applicabilità del regime sportivo.

Per il resto, inutile girarci intorno: la permanenza di un’area di totale defiscalizzazione e decontribuzione comporterà una sola conseguenza: dove oggi vengono impiegati cinque istruttori a 9.999 euro l’anno, domani saranno dieci a 4.999, creando ulteriore precarietà e allargando la sperequazione fra gestori scrupolosi che applicano correttamente le norme e avventurieri che cercano di mantenere la barca a galla sfruttando ogni sacca di elusione o evasione. E no, signori, non vale appellarsi a questioni di sopravvivenza. Questo è il momento in cui o si trova il sistema di mantenere i conti in ordine rispettando tutte le regole oppure bisogna avere il coraggio di fermarsi.

Detesto le autocitazioni, ma NPC è testimone che dal primo lockdown vado dicendo che le piscine non avrebbero mai dovuto riaprire senza una messa in sicurezza organica del sistema. Con cinque milioni di italiani che scalpitavano per tornare in piscina avremmo avuto una forza contrattuale poderosa, invece sappiamo com’è finita. Siamo sportivi, grande cuore, i ragazzi devono nuotare, le Olimpiadi, ed eccoci qua: più associazioni di gestori che gestori, indebitati fino al midollo, costretti ad implorare Paolo Barelli di compiere l’ennesimo miracolo sotto forma di contributi a fondo perduto e al solleone di continuare a splendere per rimpinguare le casse degli impianti estivi, avviandoci alla ripresa dei corsi di settembre come kamikaze contro le portaerei americane.

E confidando su questo mix di responsabilità, passione e autolesionismo gli enti locali continueranno a imporre ingressi a cinque euro doccia e asciugacapelli inclusi, manutenzioni straordinarie e ogni sorta di perversione nata dai partenariati pubblico-privato, quando l’unico futuro possibile è fatto di tariffe sostenibili (diciamo cento euro al mese per un corso bisettimanale? Diciamolo) e rapporti di lavoro correttamente strutturati.

Futuro che naturalmente non si avvererà.

 

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Un post condiviso da Valentina Vezzali (@vale.vezzali)

 

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