Il nuoto, Platone e la ricerca della felicità

Se l’uomo è fatto per la felicità allora il nuoto centra. La questione è come. Per capirlo occorrerebbe capire bene la felicità. Ma la felicità non ci è chiara. E’ una realtà sfuggente. Se ne parliamo sappiamo cos’è. Se dobbiamo spiegarla non sappiamo più cosa dire.

filosofi

I filosofi hanno sempre cercato le parole giuste per farlo. Socrate per esempio diceva che la felicità era nella ricerca di se stessi e della verità. Anzi era questa ricerca, uno sforzo da fare, che faceva diventare l’uomo virtuoso e per questo felice.

Platone

Anche Platone diceva che la felicità era conoscenza. Conoscenza però della realtà, non solo di sé. Questa conoscenza si sarebbe manifestata ineluttabilmente in temperanza, misura, ordine, dominio, disciplina di piaceri e desideri. Quindi in vita felice. Peccato che la realtà non fosse chiara. Che la si vedesse solo come ombra. Riflesso di una cosa che sta da un’altra parte e che quindi ci coinvolge solo un po’.

Aristotele

Per Aristotele felicità era invece realizzazione di una forza che è già dentro di noi e che ci trasforma. In filosofese si direbbe “immanente”. Felicità sarebbe quindi compimento di questa forza. Resa esplicita di ciò che ora è implicito. Dare frutto. Usare il proprio talento (ma queste sono parole più di Gesù di Nazareth che di Aristotele).

nuotare alla ricerca di sé

Forse è possibile nuotare per cercare noi stessi e anche realizzare, col farlo, ciò che è dentro di noi come potenziale. Anzi. E’ impossibile non farlo. Infatti è questa ricerca ciò che ci muove. Senza restiamo passivi. Ma anche questo non ci soddisfa, o almeno non lo fa pienamente. prima di tutto perché non è raggiungibile in modo definitivo. E’ roba buona, lo sentiamo, ma non ci sembra essere felicità.

idee

Le idee e le aspirazioni, infatti, non ci fanno contenti. Al massimo ci orientano. E neanche le virtù ci fanno contenti. Non siamo contenti perché siamo onesti. E neanche perché siamo forti o coraggiosi. A volte sono contenti gli altri se noi lo siamo. E noi un po’ per conseguenza. Ma per essere soddisfatti, veramente soddisfatti, abbiamo bisogno di qualcos’altro, di difficilmente definibile. Un contributo consistente che ci viene dagli altri.

lottatore

Platone era un lottatore di pancrazio, la lotta all’ultimo sangue che si faceva in Grecia. Platone era un soprannome, il suo nome era Aristocle. Quel nomignolo gli veniva dal fatto che aveva le spalle larghe da atleta. La sua Accademia, la scuola per eccellenza, era un portico attorno al campo dove si lottava, che guarda caso si chiamava “Agone”. Sotto al portico, camminando, discuteva coi suoi allievi di tutte le questioni del mondo: le donne, l’amicizia, la realtà, la bellezza… Finito di parlare, di certo e molto spesso si buttava sul campo e li sfidava a misurarsi con lui, fino all’ultima goccia di sudore.

felice

Io me lo immagino alla fine di questa lotta, sdraiato e senza forze, sudato marcio e con il fiato corto. Accanto i suoi allievi, quelli che avevano sempre  voglia di ascoltarlo e di fargli  domande imbarazzanti, che nella lotta, come nella parola, erano diventati in grado di metterlo in difficoltà.

Lì, e solo lì, mi riesce di immaginarlo felice. Mi pare anche di vedere che lo è pienamente. Sicuro di quello che è, e finalmente senza ombre da dover interpretare.

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