Atlete transgender e inclusione: le osservazioni di Marco Bonifazi

Dopo essere entrata nel Guinness dei primati come prima nuotatrice transgender della storia universitaria USA a vincere le 500 yard stile libero femminili (poco più di 450 metri), Lia Thomas potrebbe far suo il premio NCAA Woman of the Year 2022 dell’Università della Pennsylvania. Il suo ex ateneo l’ha infatti candidata per l’ambito riconoscimento, che mira ad onorare i “risultati accademici, l’eccellenza nell’atletica, i servizi rivolti alla comunità e la leadership delle atlete universitarie diplomate”.

Si tratta di 577 donne tra le oltre 220.000 atlete collegiali femminili a livello nazionale. Ne rimarranno nove, tre per ciascuna divisione NCAA. Per Lia, diventata caso nazionale politicamente e sportivamente parlando osteggiata, una piccola rivincita personale. Trionfi universitari, quelli di Thomas, che il governatore della Florida Ron DeSantis non ha mai accettato, a tal punto da celebrare la seconda classificata, così come Donald Trump, che annunciato il divieto alla partecipazione di donne trans nello sport, se mai dovesse tornare alla Casa Bianca.

Proprio i ripetuti successi di Lia, e il conseguente polverone politico e mediatico, hanno portato la FINA a vietare di fatto alle nuotatrici trans di poter gareggiare a livello competitivo. Lia, dal canto suo, si è iscritta alla facoltà di legge e sogna di poter nuotare alle Olimpiadi del 2024. Sports Illustrated ha descritto Thomas come “l’atleta più controversa d’America”.

L’argomento si presta purtroppo a facilissime strumentalizzazioni o battute da caserma, quando andrebbe trattato con la puntualità e l’attenzione che merita una questione che incide così profondamente nella vita di un numero non poi così limitato di persone, considerato che secondo l’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (ONIG) nel nostro paese ci sono circa 400mila persone transgender.

Per avere un quadro oggettivo della situazione dal punto di vista giuridico e fisiologico abbiamo contattato l’avvocata Sabrina Peron di Olympialex e il coordinatore tecnico scientifico del centro studi e ricerche, presidente della commissione medica della Federazione italiana nuoto Marco Bonifazi. Oggi vi proponiamo il contributo di Bonifazi.

Ph. ©Wikipedia


Buonasera Marco, facciamo una premessa. Partiamo dalla definizione di genere in ambito medico, che è quello che viene assegnato alla nascita sulla base di un esame visivo dei genitali del nascituro. Nelle scienze sociali il termine assume invece un significato più ampio, partendo da un modello binario (maschile/femminile) ed estendendosi successivamente a uno non binario sulla base di una matrice maschio/femmina/non maschio/non femmina. A complicare ulteriormente il tutto, quella ridottissima ma comunque esistente percentuale di individui che alla nascita non hanno un sesso biologicamente definito. Infine, il tema della identità di genere, legato al sentire individuale che può dare origine a una disforia tra sesso biologicamente assegnato e, per l’appunto, identità personale. È importante evidenziare che tutto questo ragionamento è altro dalle preferenze sessuali, che in questa sede non rilevano. Tutto ciò premesso, quali sono le evidenze scientifiche sulla base delle quali il mondo del nuoto affronta il tema delle atlete transgender?

L’argomento è delicato e va trattato con equilibrio, e va premesso che si tratta di una questione in divenire: lo stesso Comitato olimpico internazionale (CIO) ha precisato che si tratta di una materia che non può essere affrontata con un approccio manicheo e sulla sola base di risultanze cliniche, che le atlete trans non vanno ghettizzate ma che allo stesso tempo va tutelata l’equità delle competizioni, in special modo quelle femminili. Al di là dei buoni intenti, bisogna quindi prendere atto che siamo in una fase ancora di grande incertezza.

Transgender è un termine ombrello per indicare persone la cui identità di genere non coincide con il sesso assegnato loro alla nascita. Il problema per noi diventa rilevante in quanto le gare sportive sono organizzate sul modello binario: un individuo biologicamente individuato come maschio che voglia gareggiare come femmina, secondo le normative attuali deve sottoporsi ad almeno 12 mesi di terapia ormonale inibitrice del testosterone al di sotto delle 10 nanomoli per litro, valore che coincide con il limite inferiore per gli uomini e quindi per una donna è già significativamente sopra la media.,

Su questo punto è in corso un ulteriore dibattito nella comunità scientifica, una parte consistente della quale vorrebbe abbassare il suddetto limite a 5 nmol/l o prolungare la durata della terapia fino a 24 o addirittura 36 mesi. La NCAA, l’associazione del nuoto universitario USA, si è data un proprio regolamento più permissivo che, a seguito della vicenda che ha coinvolto Lia Thomas, ha ritenuto opportuno modificare.

Il problema di fondo è che le modificazioni indotte dal testosterone durante la pubertà, come l’altezza e il numero di fibrocellule muscolari, sono permanenti, e quindi la struttura fisica determinata dall’esposizione all’ormone non è reversibile, e la stessa Thomas ne è un esempio piuttosto lampante. Fermo quindi restando il diritto all’accesso allo sport agonistico, nelle gare femminili si pone il tema del diritto all’equa competizione.

A completamento del ragionamento va anche osservato come il tempo di 4.33.24 che ha consentito a Thomas di aggiudicarsi il titolo NCAA delle 500y (457,2 m, NdR) femminili sia significativamente superiore al record USA stabilito da Katie Ledecky  in 4.24.06. La prestazione di Thomas non è quindi di per sé particolarmente rilevante da un punto di vista cronometrico.

Nelle linee guida pubblicate lo scorso novembre, il CIO invita ad abbandonare un approccio puramente medicale alla questione, a non utilizzare criteri univoci nella determinazione delle soglie di testosterone e a non sottoporre le atlete a trattamenti o procedure mediche non strettamente necessarie, a favore di un approccio improntato a criteri di flessibilità e correttezza, cercando di capire se davvero, e nel caso quando, la partecipazione di atlete transgender sia penalizzante nei confronti delle avversarie biologicamente donne dalla nascita. Concetti certamente condivisibili ma difficili da tradurre in pratica.

Venendo al nuoto: attualmente la differenza percentuale fra prestazioni maschili e femminili è del 10-12% ovviamente a vantaggio dei maschi, con tutte le difficoltà nel realizzare una statistica di questo tipo e tenendo presente che il gap tende a ridursi con il prolungarsi della distanza di gara. Nella transizione da uomo a donna i tempi di Thomas sono peggiorati di circa il 5-6%, il che è coerente con la premessa iniziale relativa alla persistenza delle modificazioni indotte dal testosterone nell’età puberale ed è uno dei principali argomenti sollevati da chi nega la legittimità della partecipazione di atlete transgender alle gare femminili, in particolare da Nancy Hogshead, avvocata e campionessa olimpica a Los Angeles 1984.

Mi sembra quindi piuttosto evidente che il mero criterio della discesa della concentrazione  ematica di testosterone sotto 10 nmol/l per 12 mesi non sia sufficiente a garantire l’equa competizione e che sia necessario cercare nuove soluzioni, tenendo a mente che il testosterone è il più evidente ma non l’unico dei parametri da prendere in considerazione.

Anche volendo per onestà intellettuale prendere in considerazione i vantaggi sport-specifici delle atlete nate donne, in particolare il miglior galleggiamento derivante dall’accumulo di grasso corporeo, appare evidente che siano decisamente inferiori rispetto alle modificazioni di cui sopra. A complicare il tutto, l’effetto dopante di alcuni farmaci utilizzati per la transizione che richiederebbe una regolamentazione specifica per le atlete transgender che al momento non esiste.

Non ne abbiamo parlato, ma per completezza di esposizione va precisato che nella situazione opposta, transizione da donna a uomo, il problema non si pone. Abbiamo nostro malgrado assistito negli anni Settanta e Ottanta al doping di stato attuato sulle nuotatrici della Germania Est, sottoposte a trattamenti anabolizzanti al di là di ogni ragionevolezza eppure comunque significativamente lontane dai tempi degli uomini, perché un conto è generare adattamenti muscolari con questo tipo di procedimenti, altro è costruire una struttura corporea maschile negli anni dello sviluppo puberale.

Una studio recente di due ricercatori di Manchester, Emma N. Hilton e Tommy R. Lundberg, Transgender Women in the Female Category of Sport: Perspectives on Testosterone Suppression and Performance Advantage, indica che il vantaggio in termini di forza acquisita dai maschi durante la pubertà può essere solo parzialmente ridotto con i trattamenti legati alla transizione e impone di rivedere i criteri che regolano la partecipazione delle atlete transgender alle gare femminili.

BONIFAZI Marco Team ITALY
London, Queen Elizabeth II Olympic Park Pool
LEN 2016 European Aquatics Elite Championships
Swimming
Men’s 50m butterfly preliminary
Day 08 16-05-2016
Photo Giorgio Perottino/Deepbluemedia/Insidefoto
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