Siamo fragili, fragilissimi. Lo sport rimane un pubblico diritto?

Il sistema piscine italiano è finito in un vero e proprio cul-de-sac. Nel 2020 non si voleva o poteva immaginare come le precarietà e le debolezze del sistema italiano potessero trasformarsi in minacce così gravi.

Il tema lavoristico era una bomba ad orologeria, ma come al solito si è peccato di strategie: si è agito al contrario, pensando prima a come gestire il lavoro e successivamente la sua sostenibilità. È bastato un lockdown per mettere in crisi un sistema già in tensione, un settore che lavorava ampiamente sottocosto.

La crisi economica generale ha portato l’insostenibilità di ogni spesa: aumenti di prodotti, servizi, spedizioni. E poi l’energia, che un tempo era naturalmente un onere pubblico, è diventata vieppiù una spesa consistente, arrivando negli anni a quotare l’equivalente del 30% dell’intero fatturato di una società sportiva di gestione. Oggi il caro energia porta il costo di gas ed elettricità quasi – se non oltre in qualche caso – al superamento del valore dell’incasso mensile, di fatto mettendo in crisi la sostenibilità della maggior parte dei progetti e magari mettendo in default più società.

Ma come è possibile lasciar cadere un sistema in questo modo? Onestamente e indiscutibilmente, l’unica persona che ha perorato l’interesse del settore è il Presidente della Federazione Italiana Nuoto Paolo Barelli. A lui certamente si devono gli aiuti di gennaio e luglio 2022. Aiuti importanti e apprezzati che però hanno potuto – e possono, per il secondo giro – supportare la spesa di un mese di bolletta o poco più e comunque solo per chi ha uno o due impianti. Sicuramente il problema energetico non è finito, né tantomeno dimensionato. La situazione politica internazionale ne è concausa. In ogni caso al numero uno Federnuoto si deve molto anche per quello che potrà venir fuori in futuro per il settore, non ha mai mollato il colpo, anche durante i successi azzurri all’Europeo di Roma, il richiamo al problema società sportive era costante.

È però fondamentale fare un plauso alle società sportive, quelle che gestendo impianti, corsi e progetti sportivi hanno portato l’italia del nuoto sul tetto d’europa. A quelle che non ci sono più, perché per esposizioni importanti o politiche commerciali differenti hanno appeso il costume al chiodo. Un plauso agli stoici che hanno continuato, affrontando le difficoltà, gli effetti della pandemia prima e della situazione energetica oggi. Sì perché chi ha continuato a lavorare ha dovuto affrontare difficoltà con utenti contro il green pass, di fatto unico strumento per continuare a lavorare. Chi sta lavorando lo sta facendo con le difficoltà di carenza di personale, malgrado tutto. Bravi. Indebitati, insolventi, combattenti. Qualcuno li chiama eroi, quelli che oggi stanno affrontando gli effetti di aumenti delle tariffe all’utenza, che giustamente richiama il valore pubblico del servizio, sebbene di pubblico ci sia solo il diritto. Ma chi glielo fa fare?

E dunque, lo sport è un pubblico diritto? Non è mai il momento di pensare alla fine, lo sport ci ha insegnato a non fermarci fino all’ultimo. Ironia della sorte per molte realtà sportive la fine è arrivata, mentre per altre siamo nel mezzo di una lunga agonia. 

E dopo covid, aumento spese, rincaro utenze, riforma sullo sport, aggravio dell’iva, il mondo sportivo comincia a perdere anche le ultime speranze. 

Lo sport è stato di recente quasi-inserito nella costituzione ma non è ancora realmente parte della vita di tutti i giorni. Non è riconosciuto il valore preventivo e terapeutico. Non è riconosciuto il valore sociale. Non è nei pensieri primari della società e di chi ci governa. E mentre gli amministratori pubblici locali combattono quotidianamente con l’emergente fenomeno delle baby gang ancora non si comprende come lo sport possa essere l’unico vero paracadute. Sport è impegno, capacità di sacrificio e palestra per la vita. Sport è educazione al movimento per i giovani, terapia preventiva contro invecchiamento e malattie cardiovascolari, sport è di fatto l’unico ingrediente per la riduzione della spesa sanitaria. Ma a parte il tema sociale che è esploso con la pandemia, il tema delle palestre della salute è stato affrontato più e più volte. Alcune regioni garantiscono supporti a consuntivo per le famiglie dei giovani che praticano attività sportive ma non basta. Tutta l’attività sportiva dovrebbe essere oggetto di un bonus fiscale. Magari in modo indiretto, attraverso la detestazione di aziende che favoriscano ai dipendenti l’attività sportiva. Perché le aziende, specialmente in nord europa sono già molto attente al tema.

Andrebbe costruita virtuosità ed invece gli operatori sportivi sono lasciati a loro stessi. Il mondo del nuoto ha visto spegnersi tante aziende, spegnere sogni imprenditoriali, professionali, sportivi e anche sociali. Non per una mala gestio degli operatori ma per una situazione emergenziale che di fatto non è stata gestita nella sua completezza.

Importante messaggio quello di ieri del presidente del nuoto francese Gilles Sezionale. Lo sport ha lo stesso valore della scuola anche se di fatto è per ogni fascia d’età. L’incremento delle spese delle utenze non può essere motivo per interrompere la scuola e dunque lo sport.

A casa si può ridurre un poco la temperatura, si può fare attenzione a spegnere ciò che è superfluo. Ricordiamoci che le piscine devono essere calde, con aria ancora più calda sopra. L’acqua attentamente filtrata e trattata. Non si può farlo un po’ meno.

Dopo le esperienze degli ultimi vent’anni, confidiamo nel nuovo governo, qualunque esso sia, che porti allo sport una persona che conosca, rispetti e apprezzi un settore che rappresenta solo (!) il 3% del prodotto interno lordo, ma allo stesso tempo un valore primario per la persona. Siamo vicini al redde rationem del mondo piscina.

Foto © Pexels

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