La volta che Dawn scese sotto al minuto

Ossessione

Era un pezzo che Dawn pensava alla questione del muro del minuto. Tutto era nato da un pour parler. Se ne discuteva con Harry Gallagher nei momenti di relax, nel dopo allenamento e ogni volta se ne presentasse l’occasione. Era una ipotesi affascinante su cui costruire congetture e supposizioni. In un secondo tempo era diventata una questione filosofica. Poi, la cosa si era trasformata in moderata ossessione, un pungolo per spronare Dawn nel periodo della sua squalifica, quando si era rifiutata di obbedire e la federazione le aveva proibito di andare in trasferta. Harry le diceva: “Sai Dawn, nessuna ragazza l’ha mai fatto prima e nemmeno tu ci riuscirai! Però almeno potresti provarci”. Lei rispondeva con tutta la sua signorilità: “Cosa c***o vuoi dire? Certo che posso farlo, dannazione“.

Cambiar vita

Anche la Chrysler South Australia sulla questione aveva messo un carico, quando aveva riservato a Dawn una vettura con targa 59.999. Era il 1962 e Dawn aveva bisogno di cambiamenti. I casini dell’anno post olimpico la spingevano in quel senso. Fu una cosa buona per lei trasferirsi a Melbourne insieme ad Harry, che aveva cambiato piscina. Anche il rapporto con lui, però, si era un po’ appesantito. Il suo mentore era troppo occupato per starle dietro, incasinato con la sua vita e con la famiglia. Ma forse Dawn non aveva più bisogno come prima. Si allenava con lui, ma era sempre di più una persona indipendente.

Riavvicinamento

Un riavvicinamento all’ASU aprì alla possibilità di una sua partecipazione ai Giochi del Commonwealth. Sarebbero stati a Perth, proprio in quell’anno. Probabilmente faceva troppo gola una donna/medaglia come lei. Le selezioni erano a ottobre, proprio a Melbourne. Di fatto era la revoca della sua squalifica, anche se nessuno glielo aveva detto direttamente. Date le poche risorse, però, Dawn non poteva permettersi di allenarsi col resto della squadra. Per lei niente ritiro prolungato. Aveva bollette e affitto da pagare e poi c’era Harry, che questa volta non sarebbe partito. Al suo allenatore stava stretto quel modo di segregare i ragazzi e aveva la sua piscina da curare. Credeva di far bene da casa. Così Dawn avrebbe preparato le qualificazioni con lui. Obiettivo? Arrivare a Perth,  col pensiero orientato a Tokyo.

Inverno

L’inverno ‘62 fu davvero freddo. C’erano mattine che Dawn doveva levare il ghiaccio dal parabrezza con l’acqua calda. Per fortuna la piscina di Harry era riscaldata. Harry aveva anche una squadra nuova, tutta da scoprire. Con lui nuotava un fondista sudafricano, Warwick Webster, che era perfetto come sparring partner. Più veloce di quasi un secondo a vasca, era la lepre ideale. Pesi e carrucole girarono tutto l’inverno e Dawn galoppava a botte di sette miglia al giorno. L’appuntamento alle quattro del mattino non le consentiva nessuna divagazione: qualche cinema, un barbecue con gli amici, ma niente di più. Il lavoro andava bene e la forma sarebbe arrivata.

Tentativi

Quando gli altri della nazionale tornarono a Melbourne per le selezioni, Dawn si accorse di essere più in forma di loro. Harry aveva avuto ragione. A quel punto tornò in auge la sfida al minuto. Dawn pensò di risolverla in una di quelle nuotare alla Melbourne Olympic Pool che volevano dire Giochi del Commonwealth. I suoi tentativi, però, non ebbero esito. Caddero i suoi record, sia in iarde che in metri, ma niente discesa sotto al minuto. Harry insisteva, ma Dawn cominciò a dubitare.

Divertiti!

Neanche qualche distrazione sembrava funzionare, così Harry decise fosse il momento di mollare. “Nuota e divertiti!” le disse: “Dimentica il minuto”.’ Così cominciò la fatidica sera del 27 ottobre 1962 in cui tutto accadde. Prima le solite chiacchiere per preparare la gara, poi la richiesta su come stava. La risposta di Dawn, però, non sembrava dare speranze: “Piuttosto male. Stanotte non nuoterò bene».

L’occasione

Dawn era molto agitata. Indossò il costume asciutto e aspettò silenziosa la chiamata. Così Harry tornò sulla cosa del divertirsi, insistendo che non si aspettava nessun tempo da lei. Sarebbe bastato un risultato qualsiasi per qualificarsi. Era inutile aggiungere pressione. Così la liberò da ogni peso, consentendole di godersi l’inizio di quella gara, la parte su cui aveva lavorato. Nei primi 50 metri la mente di Dawn fu sorpresa dal pensiero di quanto fosse bello essere lì. Come una rivelazione sentì tutto il godimento per quello che faceva. Improvvisamente fu illuminata da un altro pensiero: poteva andare più forte.

L’impresa

Così mentre aumentava la spinta sull’acqua non pensò più a nessuna impresa. Sentì però la folla che urlava, il fragore dei fischi e si accorse che il pubblico era tutto in piedi, praticamente impazzito. Così allungò ancora negli ultimi 25 metri, fece il suo sprint e finalmente poté alzare la testa. L’impressione fu di un gran fracasso. Allora guardò i cronometristi. Tutto era sospeso. Fu Harry, come sempre, a mandarle, dopo un attimo, una risposta positiva. Ce l’aveva fatta.

Conferma

La conferma arrivò dal cronometro. L’annuncio era ufficiale. Dawn Fraser aveva nuotato in 59,9, battendo tutti i suoi precedenti record e diventando la prima donna al mondo a scendere sotto il muro del minuto nei cento stile libero. L’obiettivo sfuggito per tanto tempo, improvvisamente era diventato cosa facile. La stampa le fu subito addosso e naturalmente le chiese come avrebbe festeggiato in quella notte. La sua risposta, come sempre non piacque ai moralisti dell’Amateur Swimming Union, che non capivano mai le sue intenzioni né le sue battute. Ma Dawn non aveva bisogno che di qualche amico per dividere una birra e godersi il momento. Niente di più. Ci teneva davvero a fare bene anche il giorno dopo. Nessuno però voleva credere che fosse così semplice. La leonessa non poteva non avere l’intenzione di ruggire.

 

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